Blame significa “colpa”. To shift è “spostare”, “dirottare”, deviare un peso da un punto a un altro. Letteralmente, blame shifting è lo spostamento della colpa: una manovra retorica e relazionale con cui chi ha compiuto un’azione dannosa attribuisce la responsabilità a qualcun altro – spesso proprio alla persona ferita.
Nelle crisi di coppia, il blame shifting appare di frequente dopo un tradimento. La logica è questa: “Ti ho tradito perché tu…” (non mi desideri più / controlli troppo / pensi solo al lavoro). L’atto viene ricodificato come conseguenza inevitabile dei “difetti” del partner. È una semplificazione seducente: alleggerisce la vergogna di chi ha sbagliato e confonde chi subisce, perché mescola un fatto (il tradimento) con possibili criticità relazionali che possono anche esistere, ma che non spiegano né giustificano la scelta di ferire.
Cosa fa il blame shifting
Il blame shifting opera come un prisma: rifrange la luce dell’evento su angoli diversi finché la forma iniziale non è più riconoscibile. Non nega il fatto – lo ri-narra. Sposta il fuoco dalla responsabilità dell’azione al presunto “contesto provocatorio”, chiedendo a chi soffre di portare anche il peso della causa.
Sul piano clinico riconosciamo alcuni ingredienti ricorrenti:
- Evitamento della vergogna. Per alcuni, la colpa è intollerabile. Il blame shifting funziona come anestetico: allontana dall’Io la sensazione di essere “sbagliati”.
- Proiezione. Parti disordinate di sé vengono depositate nell’altro. “Non mi fido di te” spesso significa “non sto reggendo la mia incoerenza”.
- Esternalizzazione cronica. Gli eventi negativi sono “sempre” causati fuori: partner, stress, destino. Locus of control spostato all’esterno, soprattutto quando c’è da assumersi conseguenze.
- Minimizzazione e comparazione fuorviante. “È stato solo sesso”, “tutti lo fanno”, “peggio sarebbe stato mentirti ancora”.
- DARVO (Deny, Attack, Reverse Victim and Offender): negare, attaccare, rovesciare ruoli. Chi ha ferito diventa “vittima” del clima creato dall’altro (questa è vera e propria manipolazione)
- Confusione tra cause e trigger. Un malessere di coppia può essere uno stimolo, non una causa necessaria del tradimento. La scelta resta personale.
Non tutte le persone che sbagliano ricorrono al blame shifting, e non ogni discussione dura è manipolazione. La differenza sta nella direzione del discorso: chi si assume responsabilità resta sul fatto concreto e sul che cosa fare adesso; chi sposta la colpa migra subito sul perché sei tu il problema.
Perché confonde così tanto
Perché il blame shifting non è una bugia grezza; è una verità parziale piegata a una conclusione comoda. È vero che nessuna coppia è priva di crepe: stanchezza, l’essere distanti, rancori non detti. Ma la presenza di crepe non autorizza chiunque a colpirti e poi archiviare la ferita come “effetto collaterale” della tua imperfezione. Questo scambio è psicologicamente corrosivo perché erode tre pilastri del legame: affidabilità (“posso contare su di te?”), realtà condivisa (“stiamo parlando della stessa cosa?”), equità (“chi risponde di cosa?”).
Il caso del tradimento
Nel tradimento il blame shifting segue spesso una traiettoria prevedibile. Prima fase: negazione o vaghezza (“non è come pensi”). Seconda: rivelazione minimizzata (“è successo, ma non significava niente”). Terza: ri-narrazione causale (“è successo perché con te mi sentivo…”, elenco di carenze). È qui che la vittima inizia a dubitare della propria lettura. Se accetta il frame, discute del proprio carattere mentre il fatto primario – la rottura di un patto – scivola sullo sfondo.
È importante distinguere tra comprendere e giustificare. Si può comprendere come si sia arrivati al bordo di una scelta; giustificare significa rendere non più degna di risposta la trasgressione. In terapia, quando il focus resta sulla comprensione, l’assunzione di responsabilità aumenta. Quando prevale la giustificazione, resta solo il debito: qualcuno paga al posto di chi ha agito.
Come difendersi (senza diventare di pietra)
La prima cosa è tornare al fatto, con parole semplici. Non serve alzare la voce né convincere nessuno: “C’è stato un tradimento.” Dillo così, senza aggiungere giudizi su di te o sull’altro. È la tua ancora quando la conversazione prova a scivolare sul “sei troppo…”, “non fai mai…”.
Poi separa i piani. C’è un prima (la fatica della coppia) e c’è un gesto che ha rotto un patto. Il prima si può discutere, ma non può diventare la scusa del gesto. Se l’altro confonde le due cose, riportalo con calma: “Possiamo parlare dei nostri problemi, ma prima voglio che tu ti prenda responsabilità per quello che è successo”. Perché un’alternativa c’è sempre: invece di tradire, si può dire chiaramente che i problemi di coppia stanno spingendo uno di noi a guardarsi intorno. È scomodo ma leale: mettiamo il tema al centro prima che diventi ferita. Se farlo tra noi è troppo difficile, possiamo chiedere aiuto a un professionista per facilitare il confronto. E se il partner si rifiuta comunque di parlarne, quella è già un’informazione: è il momento di rivalutare la relazione e decidere quali confini e quale rispetto ti sono necessari.
Chiedi comportamenti, non aggettivi. “Mi dispiace” consola per un attimo; “sarò trasparente”, “inizio un percorso”, “concordiamo confini chiari” sono azioni verificabili. Se arrivano solo parole, dillo: “Ho bisogno di fatti che mostrino la tua responsabilità.” Proteggi i confini. Non è una punizione, è igiene: se ogni confronto diventa un processo a te, fermati. “Ora sospendo questa discussione: mi fa male e non è onesta.” Stabilire una pausa, dormire separati, chiedere uno spazio di riflessione o proporre una mediazione sono modi per prenderti sul serio.
Verifica la realtà con qualcuno di fiducia: una terapeuta, o una persona esterna e lucida. Ti aiuta a capire se stai difendendo i fatti o la speranza. Non è “mettere in mezzo”, è mettere a fuoco. Infine decidi il dopo con ordine. Ammettere, riparare, ricostruire sono tre passi diversi. Puoi scegliere di restare e lavorare, se vedi responsabilità piena e atti coerenti; puoi scegliere di andartene, se il gioco continua a rovesciare la colpa su di te. In entrambi i casi, non indurirti: resta ferma sui contorni e morbida nel tono. È così che ci si difende senza perdere sé stessi.
Chi pratica il blame shifting può cambiare?
Sì, quando incontra un limite chiaro e sceglie di stare dentro la realtà. Il passaggio è sempre scomodo: sentire la vergogna senza scagliarla addosso a qualcun altro. La maturità emotiva non è l’assenza di errori, ma la capacità di dire “ho fatto questo” prima di spiegare “perché è successo”. Solo in quell’ordine la spiegazione cura; altrimenti è un bisturi sporco.
Un discrimine utile
Le difficoltà di coppia sono reali e spesso bilaterali. Ma la responsabilità di un gesto resta personale. Le due cose possono coesistere senza annullarsi: “Abbiamo avuto un periodo duro” e “ho tradito e ne rispondo”. Quando la seconda frase scompare, siete già dentro il blame shifting.
Il blame shifting promette sollievo a breve costo: la colpa non scompare, semplicemente cambia indirizzo. Ma la relazione si regge quando la verità non deve travestirsi per essere detta. Se sei tu a subirlo, torna al fatto e proteggi i contorni. Se sei tu a praticarlo, fermati prima dell’argomento brillante: respira, nomina il gesto, reggi la vergogna. Solo da lì si può scegliere – insieme o da soli – che cosa merita di essere salvato.






