Il kittenfishing – neologismo coniato da Hinge nel 2017 – unisce “kitten” (gattino) e “fishing” (pesca) per distinguerlo dal catfishing (“gattone” che pesca): nel primo caso il “gattino” getta l’amo con abbellimenti lievi – foto datate o molto filtrate, angolazioni strategiche, piccoli arrotondamenti su età/altezza/ruolo, vetrina di soli momenti “al top” – che non creano un’identità falsa ma una presentazione fuorviante, capace di truffare i sentimenti più che il portafogli; nel secondo, il “gattone” costruisce un falso totale e punta a una vera truffa. Risultato: aspettative poco realistiche che, dal vivo, spesso si sgonfiano in imbarazzo e delusione.
Kittenfishing, cos’è nella pratica e quali sono le conseguenze
Il contesto digitale crea tre condizioni: 1) valutazione rapida (uno sguardo, uno swipe), 2) convalida misurabile (match, like, tempi di risposta), 3) ripetizione potenzialmente infinita. Il micro-ritocco diventa una strategia per superare il filtro d’ingresso. Funziona subito, ma introduce un debito: quando l’online si traduce in reale, la discrepanza presenta il conto. Chi pratica kittenfishing impara presto però che la dose che ieri bastava oggi non basta più: tolleranza. Un filtro in più, una descrizione più levigata, un silenzio su un dettaglio scomodo. Ogni aggiustamento dà sollievo; ogni sollievo alza la quota da restituire.
Purtroppo sì, si tratta di un inganno anche se qui non c’è un criminale, ma solo la paura di non piacere abbastanza. Il kittenfishing nasce spesso dall’ansia del rifiuto e dall’idea che la relazione cominci solo se “passiamo il filtro”. Le piattaforme premiano l’immagine e il ritmo: like, match, risposte rapide. È naturale cercare di aderire al copione vincente. Ma ogni millimetro di abbellimento sottrae qualcosa alla fiducia: all’incontro dal vivo, la distanza tra aspettativa e realtà presenta il conto – imbarazzo, dissonanza, a volte vergogna.
Cosa prova chi lo subisce
Dall’altra parte la sequenza è speculare. C’è attesa, proiezione, costruzione di verosimile dell’altro. L’incontro svela lo scarto: non un estraneo, ma una persona fuori fuoco. Il corpo registra il micro-shock: un mezzo passo indietro, un attimo di sospensione, la mente che riallinea frame e volto. Qui nascono due traiettorie. La prima è la frattura della fiducia: “Se mi hai chiesto di credere a un’immagine, cosa farai domani quando servirà realtà?”. La seconda è l’auto-dubbio: “Sono io troppo rigido? Esagero?”. In molte persone con storie di attaccamento ansioso, questo scarto riattiva schemi antichi: ipervigilanza, lettura del sottotesto in ogni frase, richiesta di garanzie. Non serve il dramma: serve nominare la discrepanza senza umiliare. La chiarezza è antinfiammatoria.
Kittenfishing vs Catfishing, patti diversi con la realtà
Il confine non è sfumato:
- Catfishing è travestimento integrale: identità, foto, storia inventate o rubate, spesso con scopi manipolativi o fraudolenti. La posta in gioco è alta, talvolta legale.
- Kittenfishing è lucidatura oltre soglia: identità vera, ma curvata da filtri e iperboli. Non è “crimine”, ma corrode il patto minimo: “Tu sei tu, io sono io, ci incontriamo a metà strada”.
Entrambi rompono la coerenza; il catfishing la spezza, il kittenfishing la erode. Il risultato, per chi sta dall’altra parte, è simile nella forma di sfiducia, diverso nella gravità e nelle conseguenze.
Segnali da non ignorare
- Galleria centrata su scatti datati/filtrati e rifiuto sistematico di videochiamate brevi e spontanee.
- Narrativa “lucida” non supportata da dettagli concreti (orari, luoghi, scene realistiche).
- Scarto percepibile e ripetuto tra “chi scrive” e “chi arriva” (non solo estetico: tono, energia, abitudini).
Anche chi non ama i social è libero di non inviare foto in tempo reale; semmai, valuti se ha senso restare su un’app di dating. In ogni caso, meglio incontrarsi presto, di giorno e in un luogo pubblico – oppure far coincidere l’occasione con un’uscita in compagnia, nei punti di ritrovo abituali della propria città.
Effetti a medio termine: due conti con sé stessi
Per chi pratica, il costo è identitario: più si investe nel riflesso, più il volto reale appare insufficiente. Cresce la dipendenza dalla conferma esterna, diminuisce la tolleranza alla frustrazione, il conflitto viene evitato o gestito con ulteriore lucidatura. La relazione diventa manutenzione dell’immagine. Per chi subisce, il rischio è il cinismo protettivo: per non farsi male, si abbassa la permeabilità. Si passa dall’apertura prudente all’aspettativa di inganno. Il paradosso: questa corazza protegge a breve, ma rende più difficile riconoscere segnali di autenticità quando ci sono.
Uscirne: non “smascherare”, ma riallineare
Lo strappo più efficace è spesso il più semplice. Se lo pratichi, prova una settimana “senza anestesia dell’abbellimento”: tre foto recenti, luce naturale, una scena quotidiana (scrivania, supermercato, panchina). Scrivi una bio concreta: un esempio invece di un superlativo (“corro” diventa “5 km due volte a settimana”). Poi osserva cosa succede: meno match? Forse. Ma gli incontri reggono meglio lo sguardo. La vergogna cala, la vigilanza si abbassa, la cena assomiglia di più a un incontro che a un esame.
Se lo subisci, porta realtà nella conversazione con una frase breve e neutra: “Ho notato una differenza tra foto e dal vivo; per me la trasparenza è importante”. Due possibili risposte: accoglienza (“Hai ragione, aggiorno le foto, preferisco non partire male”) o difesa (“Sei superficiale”). La prima apre uno spazio; la seconda è già una risposta.
Ricaduta e manutenzione
La tentazione ritorna nei giorni di scarsa autostima, nelle serate vuote, dopo un rifiuto. È utile preparare rituali di emergenza: 10 minuti di camminata prima di cambiare la galleria, un messaggio a un’amica/o “sto per esagerare”, un promemoria scritto: “Preferisco un incontro vero a dieci match falsati”. La sincerità qui non è ideologia: è igiene. Riduce il rumore, rende leggibile il legame, abbassa l’ansia di prestazione.
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