psicologia digitaleLeggere senza capire: sulle radici emotive dell'analfabetismo funzionale

Leggere senza capire: sulle radici emotive dell’analfabetismo funzionale

Capire un testo richiede anche maturità emotiva: così analfabetismo funzionale e analfabetismo emotivo finiscono per avere un’origine comune.

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Ogni epoca sviluppa una propria forma di cecità davanti al senso. La nostra la mette in evidenza senza pudore, con una naturalezza inquietante. Parlo di quel fenomeno chiamato “analfabetismo funzionale”, che non coincide con l’incapacità di decifrare un testo; riguarda piuttosto l’impossibilità di sostare abbastanza a lungo dentro ciò che si legge da lasciargli compiere il suo lavoro. Una persona scorre le parole, ne intercetta l’argomento, eppure il nucleo le sfugge dalle mani. Quello che doveva diventare pensiero si blocca prima, nella zona rapida della reazione. Il tempo digitale ha reso tutto questo più visibile e più frequente. La lettura è stata trascinata dentro una corrente che premia l’impatto immediato e sollecita una risposta quasi istantanea. In quella corrente il senso fatica a sedimentare. Si accumulano interpretazioni veloci, repliche nervose, fraintendimenti che non nascono da un difetto di intelligenza bensì da una soglia interna diventata troppo stretta per contenere la complessità.

Il punto, allora, non è solo linguistico; qui affiora un nodo profondamente psicologico. Comprendere un testo richiede una funzione mentale che oggi non viene quasi mai interrogata, ma indossata come se fosse un accessorio, mentre in realtà è una delle strutture più delicate della vita psichica: la capacità di tollerare ciò che non coincide subito con noi. Ogni pagina un poco densa chiede di sospendere per un tratto la fame di conferma, senza che il fastidio scatti in automatico; quindi di reggere una lieve disorganizzazione mentre il pensiero dell’altro prende forma nella nostra mente. Quando tale funzione vacilla, la lettura diventa una scena di difesa. Il testo viene forzato fino a somigliare a qualcosa di già noto. Oppure viene respinto con un gesto di chiusura che, da fuori, può sembrare aggressività o superficialità; da dentro è spesso una protezione. La mente prova a non sentire troppo, e per riuscirci impoverisce ciò che legge. E l’era digitale ha creato un habitat perfetto per tutto questo.

Tra analfabetismo funzionale e ipocrisia per salvarsi dall’esposizione

Da qui nasce la connessione con l’analfabetismo emotivo. Una persona che dispone di poche parole per nominare ciò che prova possiede anche meno strumenti per capire in che modo il proprio stato interno stia deformando ciò che ha davanti. Se un contenuto tocca una ferita primordiale, oppure sfiora un punto di vergogna, il corpo psichico si contrae e cerca un’uscita rapida, che può prendere la forma dell’ironia sprezzante, oppure diventare rifiuto. Può perfino fingersi lucidità superiore. Intanto il testo non viene più letto per ciò che è, ma attraversato dalla biografia affettiva di chi legge. In questo sistema, il significato si mescola con il vissuto in una materia torbida. Molte persone non se ne accorgono; altre lo avvertono benissimo e reagiscono proprio per quello: sentono che quelle righe hanno scoperto una zona vulnerabile, allora si svincolano, abbassano il valore del contenuto, spostano il bersaglio sull’autore, trasformano il turbamento in giudizio. Sotto il gesto argomentativo, spesso, pulsa un movimento assai più elementare: salvarsi dall’esposizione.

Conviene soffermarsi su questo snodo, poiché viene spesso frainteso nel dibattito pubblico. Si parla di analfabetismo funzionale come si parlerebbe di un ritardo cognitivo distribuito male nel corpo sociale, quasi fosse una faccenda derivante da una debole istruzione scolastica o di scarsa applicazione. Una parte del problema esiste davvero sul piano scolastico, e sarebbe sciocco negarlo; però il fenomeno prende forma anche altrove. Vive nella difficoltà a regolare l’impatto emotivo della parola complessa, e nel fastidio che nasce davanti all’ambiguità. Vive nella rabbia suscitata da una sfumatura, dal tono, dal fatto che un testo non si lasci ridurre a slogan senza perdere la propria sostanza. Comprendere richiede una mente che sappia contenere un piccolo attrito senza precipitare subito nella scarica. Dove questo contenimento manca, la lingua dell’altro appare ostile oppure inutile. Inizia così la riduzione e svalutazione di un contenuto e si caricaturizzano i discorsi. E questo tipo di atteggiamento, nelle interazioni social, è lampante sia per chi li agisce e sia per chi li osserva: si commenta convinti di aver capito, ma in realtà si sta solo reagendo.

Questa fragilità affonda le sue radici molto prima dell’avvento del digitale: le troviamo in famiglia, nel clima emotivo in cui una persona ha imparato a riconoscere il proprio mondo interno. Un bambino che cresce accanto a figure capaci di nominare il dolore, la rabbia e il ritiro, costruisce lentamente una relazione che non fa temere per ciò che si sente. Impara che una tensione può essere attraversata senza doverla espellere subito, che il disagio non è una condanna e che la confusione non vuol dire annientamento. In ambienti affettivi dove il sentire viene umiliato, deriso, oppure ignorato, accade altro. Le emozioni restano senza lessico e l’urto interiore resta senza traduzione. E così ogni testo che smuove qualcosa rischia di essere vissuto come un’invasione. La difficoltà non riguarda soltanto la comprensione semantica, ma anche il fatto che leggere, in certi momenti, somiglia a stare troppo vicini a ciò che non si sa tenere.Chi è cresciuto dentro legami segnati da imprevedibilità o freddezza finisce spesso per sviluppare un sistema nervoso calibrato sull’anticipo del pericolo. Così un tono fermo può essere vissuto come un’accusa, e una frase appena più complessa come una trappola. Il contenuto, allora, non viene davvero letto: viene fiutato, come si fiuta l’aria in un luogo dove ci si è già fatti male. Ciò che segue non è ancora comprensione, ma una risposta a una minaccia che il corpo ha già registrato come reale.

Cosa c’entra la psicologia dell’attaccamento?

Quando una persona legge qualcosa, la comprensione non avviene in un vuoto neutro. Avviene dentro un organismo che ha una storia — una serie di esperienze sedimentate che hanno formato aspettative sul mondo, riflessi di risposta di fronte all’incertezza, soglie di allarme calibrate su quello che si è vissuto. Quelle aspettative agiscono prima ancora che il testo venga elaborato dal pensiero cosciente.

Il sistema di allerta emotiva del cervello – l’amigdala, nel sistema limbico – valuta la minaccia o la risonanza di uno stimolo prima che la corteccia prefrontale abbia il tempo di costruire un giudizio articolato. Questo non significa che le persone siano semplicemente in balia delle proprie reazioni. Significa che la lettura è sempre già colorata da quello che la precede. Un testo che tocca un tema su cui una persona ha vissuto qualcosa di doloroso non viene letto come viene letto da chi non ha quella storia. Può produrre una risposta di allarme che chiude la comprensione prima che questa si apra. Oppure può produrre una risonanza così forte che la persona sente di aver capito tutto – quando in realtà ha riconosciuto qualcosa di sé, che è diverso dal capire.

La psicologia dell’attaccamento ha contribuito a chiarire come i modelli relazionali appresi nell’infanzia si rispecchino nel modo in cui siamo capaci – o incapaci – di stare con un testo complesso. Un individuo che ha sviluppato un attaccamento sicuro ha imparato che la frustrazione è tollerabile, che l’incertezza non porta necessariamente alla catastrofe, che si può attraversare una zona di non-comprensione senza perdere l’orientamento. Quel tipo di fiducia di base, che John Bowlby avrebbe riconosciuto come effetto di una cura coerente e responsiva, si trasferisce all’apprendimento, e anche alla lettura.

Chi ha sviluppato un attaccamento ansioso porta con sé un sistema nervoso calibrato sulla vigilanza. Un testo ambiguo, che non conclude subito, che richiede di restare in attesa di un senso che si formerà solo più avanti – può essere vissuto come qualcosa da evitare o da sbrigare in fretta, piuttosto che come qualcosa da abitare. Questo collegamento tra psicologia dell’attaccamento e competenza di lettura non è metaforico: è documentato empiricamente in una serie di ricerche che mostrano come la qualità delle cure primarie influenzi lo sviluppo dell’attenzione sostenuta, della memoria di lavoro e della tolleranza alla frustrazione cognitiva.
Quello che questi studi descrivono, in fondo, è che la mente che ha imparato a stare in relazione con qualcuno di affidabile ha imparato anche a stare in relazione con un testo difficile. Il parallelismo non è casuale: entrambe le situazioni richiedono di reggere un’asimmetria temporanea, di rimanere in attesa di un senso che si rivelerà soltanto più avanti, di non fuggire dalla propria incomprensione.

 

La scuola contemporanea raramente lavora fino in fondo su questa faglia. Insegna a riassumere, a individuare il tema, a distinguere un campo semantico. Allo stesso tempo è tutto utile e tutto insufficiente. Manca spesso un’educazione alla tolleranza psichica del testo, insieme a un lavoro serio sul turbamento che alcune parole producono e darsi il tempo per capire tramite una pedagogia della lentezza interiore. Ci troviamo davanti a ragazzi formati per ripetere correttamente il contenuto di un brano, ma che possono trovarsi del tutto sguarniti quando quel brano chiede implicazione, sfumatura, distanza dalla propria immediata reazione e pensiero critico. Il risultato si vede anche fuori dalle aule: adulti alfabetizzati sul piano tecnico e fragili sul piano ricettivo, pronti a confondere la comprensione con il riconoscimento veloce di un’etichetta. Il testo viene trattato come materiale da classificare o da giudicare in fretta. Quasi mai come spazio in cui sostare e rimettere a fuoco se stessi. Così la lettura perde spessore umano e diventa una prestazione senza trasformazione.

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analfabetismo funzionale digitale

Il digitale ha peggiorato il quadro perché ha consegnato questa fragilità a una macchina che la remunera. Ogni piattaforma costruisce un ambiente in cui l’attenzione viene compressa e la risposta viene sollecitata prima che il pensiero abbia trovato una forma sufficientemente stabile per recepirne tutti gli aspetti. La parola passa davanti agli occhi con la velocità di un urto lieve, poi ne arriva un’altra, poi un’altra ancora, finché la mente smette di abitare davvero ciò che incontra e si limita a registrare eccitazioni, fastidi  consonanze istantanee. In questo spazio il linguaggio perde peso specifico e i discorsi o vengono ammoniti o approvati; o è bianco o è nero. Il commento impulsivo diventa una specie di scarico regolativo. Diventa prioritario liberarsi di una tensione, piuttosto che soffermarsi a pensare più a lungo sul senso i una frase. Ecco perché tanti fraintendimenti online hanno una temperatura emotiva altissima pur nascendo da una lettura povera. La persona non risponde al testo, ma a ciò che il testo le ha mosso dentro, senza saperlo nominare con precisione sufficiente. Poi, per non perdere del tutto la faccia, dà al proprio scompenso un nome più decoroso e lo chiama opinione.

Su questo punto la comunicazione politica degli ultimi anni ha compreso molto, forse più della scuola e di una parte della cultura. Ha capito che un linguaggio ridotto, percussivo, grossolano quanto basta, trova terreno fertile in soggetti già allenati a vivere la complessità come un affronto. Una formula breve che colpisce il ventre emotivo vale più di un discorso articolato quando il pubblico è stato educato a diffidare della sfumatura. Le parole povere non sono semplicemente parole facili, ma vengono scelte proprio per eliminare la fatica psichica. Come lo fa? Spesso attraverso la figura comunicativa più semplice e infantile: un nemico identificabile. Promettono così una lettura semplice a chi non ha i mezzi per applicarsi, e sollievo a chi non regge la densità del mondo. D’altronde, il nemico è l’invenzione più longeva della storia umana. Funziona sempre, costa poco, non richiede manutenzione. Così l’analfabetismo funzionale smette di essere solo un problema educativo e diventa una questione democratica. Una cittadinanza che non sa sostare nel linguaggio complesso sarà più esposta alla brutalità verbale e alla semplificazione aggressiva. Sarà più vulnerabile alla manipolazione, perché cercherà nel discorso pubblico la stessa cosa che cerca in molti scambi digitali: un contenitore rapido per stati interni che non riesce a pensare davvero.

Vale la pena tornare, a questo punto, al gesto più quotidiano e più rivelatore: l’incontro con un contenuto che punge. Alcuni leggono e si fermano; avvertono un’irritazione, le fanno posto e provano a commentare o criticare in maniera costruttiva, che è già una forma di nobiltà in un mondo dove molti preferiscono riversare il proprio fastidio sul testo pur di non guardarsi dentro per mezzo secondo. Altri, invece, leggono e sentono subito il bisogno di sottrarsi. Quel bisogno può nascere da una ferita narcisistica – la stessa che, in certi casi, li spinge a commentare per difendersi – può derivare da una storia di umiliazioni, oppure da una paura del disordine interno. Il dato centrale resta lo stesso: dove manca alfabetizzazione emotiva, la lettura si spezza proprio nel punto in cui dovrebbe approfondirsi. In questa dinamica il testo non entra gradualmente: viene respinto oppure catturato a forza dentro una griglia già pronta. È qui che l’analfabetismo funzionale mostra la sua radice meno visibile,  che non si traduce nell’incapacità di collegare informazioni, ma nella difficoltà a restare in contatto con il significato quando attiva qualcosa che brucia. Molti fraintendimenti nascono da lì, in quell’istante quasi impercettibile in cui il pensiero potrebbe allargarsi e invece si ritrae.

Per questo parlare di lettura, oggi, significa parlare di vita affettiva. Significa chiedersi con quale rapporto col limite siamo cresciuti, quale uso facciamo della rabbia, quanto spazio abbiamo ricevuto per imparare a distinguere un attacco reale da un semplice disagio interpretativo. Significa chiedersi anche che cosa facciano le piattaforme di quel nostro materiale grezzo, e in che modo lo rilancino contro di noi sotto forma di abitudine percettiva. Un individuo che non sa leggere fino in fondo una frase complessa spesso è un individuo che non ha potuto elaborare fino in fondo la propria esperienza emotiva. La lingua si restringe quando si restringe il mondo interno. Il pensiero si fa corto quando vivere il sentire è stato troppo costoso. Da questa saldatura bisogna partire, altrimenti continueremo a trattare l’analfabetismo funzionale come una patologia dell’intelletto separata dalla formazione affettiva, mentre la crepa passa proprio in mezzo: tra il comprendere e il tollerare, tra il leggere e il reggere.

Lavorare su questa ferita richiede molto più di campagne sulla lettura o di appelli generici all’approfondimento. Servono famiglie meno analfabete nel riconoscimento emotivo e una scuola che accompagni anche il modo in cui un testo entra nella pelle. La comunità ha bisogno di una cultura pubblica meno ubriaca di reazione e meno sedotta dal linguaggio che umilia. Soprattutto, serve restituire dignità alla fatica di capire davvero. Implica un io che sappia restare esposto senza crollare nel rifiuto. Occorre insegnare ai giovani ad avere un rapporto col linguaggio che non serva solo a scaricare tensione. Finché questo lavoro non verrà preso sul serio, continueremo a vedere persone che leggono tutto e incontrano pochissimo. Continueremo a chiamare ignoranza ciò che spesso è una ferita senza lessico. Continueremo a sottovalutare il fatto più inquietante: una società incapace di educare al sentire prepara una società incapace di capire.

La scuola li ha formati, ma li ha anche svuotati e non ha ritenuto necessario segnalarlo

La scuola avrebbe potuto fare qualcosa di diverso. In molti casi, non l’ha fatto  e in larga parte continua a non farlo. Il sistema scolastico nei paesi occidentali ha storicamente separato l’apprendimento cognitivo dallo sviluppo emotivo come se fossero due processi paralleli che non si toccano. Si insegna a leggere come si insegna a calcolare: con procedure, correzioni e voti che registrano prestazioni. L’emozione che accompagna il processo – la vergogna di chi non capisce davanti alla classe, la paura di sbagliare ad alta voce – viene trattata come interferenza nel processo di apprendimento anziché come parte costitutiva di quel processo. Eppure le neuroscienze dell’apprendimento documentano con grande chiarezza, dagli anni Novanta, che la sicurezza relazionale in classe aumenta la disponibilità cognitiva. Un bambino che ha paura di sbagliare, sta gestendo una minaccia e non sta imparando. Quella gestione usa le stesse risorse neurali che servirebbero per la comprensione del testo. La corteccia prefrontale non può fare due cose contemporaneamente: o regola l’allarme, o elabora la complessità. Quando il sistema è in modalità difensiva, l’elaborazione profonda non è disponibile.

Daniel Siegel ha mostrato come il sistema nervoso in stato di allerta abbia accesso ridotto alle funzioni che governano il pensiero astratto e la capacità di tenere in mente elementi disparati per costruirne uno più complesso. Quando un bambino entra in classe con un sistema nervoso già in allerta – per ragioni familiari, per la storia di apprendimento, per la relazione con l’insegnante – la comprensione profonda non è sempre preclusa solo dalla difficoltà del testo, ma potrebbe essere preclusa dallo stato interno con cui quel testo viene incontrato: un’allerta che non ha nulla a che fare con le parole sulla pagina, ma che rende quelle parole illeggibili prima ancora che il bambino arrivi alla fine della prima riga. Una scuola che avesse integrato questa conoscenza avrebbe insegnato la regolazione emotiva con la stessa attenzione che dedica alla grammatica; avrebbe creato spazio per nominare quello che si sente davanti a un compito difficile, per rendere normale la fatica cognitiva come esperienza condivisa piuttosto che come fallimento individuale; avrebbe costruito nell’alunno quella fiducia di base che rende possibile restare dentro la complessità senza fuggire.

Questa scuola esiste, e non come esperimento isolato. La Finlandia, la Danimarca, la Svezia hanno costruito sistemi scolastici nazionali in cui la regolazione emotiva è parte integrante del curricolo, non un’aggiunta terapeutica per i casi difficili. La pedagogia di Janusz Korczak e alcune evoluzioni del modello montessoriano hanno mostrato, su scala più ridotta, che integrare sviluppo emotivo e apprendimento cognitivo non indebolisce nessuno dei due. Il risultato nei paesi che lo hanno fatto con coerenza è documentato: migliori competenze di lettura, minore dispersione scolastica, adulti con una soglia di tolleranza alla frustrazione cognitiva più alta. Il punto allora non è che non si sappia come si fa. Si sa. Il problema è che i sistemi scolastici dell’Europa mediterranea, anglosassone e in larga parte continentale guardano quei modelli da decenni con interesse dichiarato e li lasciano dove sono. La resistenza non è di ordine pedagogico, ma è chiaramente strutturale e i conseguenza: economica e culturale. Un sistema costruito sulla valutazione per prestazioni, sulla separazione netta tra ciò che si misura e ciò che non si misura, non adotta con facilità una logica che richiede di trattare l’emozione come dato cognitivo rilevante. Richiederebbe di cambiare non solo i metodi ma le premesse, che sono quelle su cui poggiano carriere, gerarchie, intere filosofie di cosa significa sapere.

Ogni anno, in quelle aule che non hanno cambiato le premesse, migliaia di bambini imparano a stare a scuola senza sviluppare la capacità di stare con i testi difficili. E senza sviluppare, cosa che conta forse ancora di più, la capacità di stare con se stessi quando qualcosa li mette in difficoltà. Il risultato a lungo termine non è solo la difficoltà di leggere. È la difficoltà di tollerare qualunque cosa richieda di restare dentro l’incertezza senza risolverla in fretta – nella politica, nelle relazioni, nel modo in cui si reagisce a chi pensa diversamente. La radice è la stessa, anche quando la manifestazione sembra lontanissima da un banco di scuola.

Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.
Psicologa Clinica Giulia Maria Averaimo
Giulia Maria Averaimo
Psicologa Clinica & Counselor
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