psicologia delle relazioniPerché una serata tra ragazze può rimettere ordine nel sistema nervoso

Perché una serata tra ragazze può rimettere ordine nel sistema nervoso

Non serve avere una vita sociale affollata: bastano pochi legami affidabili per rimettere ordine nella fatica emotiva e sentirsi meno sole

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Prima di diventare una formula da commedia sentimentale, la “serata tra ragazze” è una piccola scena clinica. Una pizza condivisa, un film guardato sul divano, una ciotola di popcorn passata di mano in mano non curano, non sostituiscono la terapia, non riparano da soli anni di fatica emotiva o una settimana storta. Possono però attivare un meccanismo essenziale della regolazione umana: la possibilità di calmarsi, riconoscersi e riorganizzare ciò che si prova attraverso la presenza di altri corpi, altre voci, altre menti sufficientemente affidabili.

serata ta amiche: lo studio

Il sistema nervoso non vive in isolamento: come si accende, così si calma e poi si difende, e può irrigidirsi anche dentro le relazioni. Una donna che arriva a fine settimana dopo giornate di lavoro, figli, messaggi non risposti, micro-urgenze familiari, responsabilità invisibili e quella stanchezza che non ha nemmeno più il nome di stanchezza, spesso non ha bisogno soltanto di “svagarsi”, ma ha bisogno di depositare; di dire una frase senza doverla rendere efficiente; di raccontare un dettaglio piccolo – una risposta fredda, una visita medica, una madre da seguire, una relazione che pesa – e vedere che quel dettaglio viene raccolto da qualcuno.

Il sondaggio da cui nasce la notizia va letto con attenzione. Talker Research ha pubblicato il 17 settembre 2025 una ricerca commissionata da Bezel Wines su 2.000 donne statunitensi: il 78% ha definito le serate tra amiche necessarie per ricaricarsi, e le intervistate hanno indicato in media 22 giorni come intervallo ideale per sentirsi di nuovo “bilanciate”. Lo stesso sondaggio racconta però anche il suo limite: il vino è centrale nella cornice commerciale della ricerca, l’88% lo indica come bevanda preferita e l’85% dice che una bottiglia viene aperta entro 16 minuti dall’arrivo della prima ospite. Siamo quindi davanti a un sondaggio di marketing, non a uno studio clinico sul benessere mentale femminile.

La serata tra ragazze offre continuità emotiva

La ricerca sulle relazioni sociali va molto oltre il costume. Una meta-analisi pubblicata su PLOS Medicine, basata su 148 studi e oltre 300mila partecipanti, ha rilevato che le persone con relazioni sociali più solide avevano una probabilità di sopravvivenza superiore del 50% rispetto a chi aveva relazioni più deboli. Ma questo dato non va confuso con l’estroversione, con l’esuberanza sociale o con l’idea che stare bene significhi avere molte persone intorno. La protezione non nasce dal numero dei contatti, né dalla quantità di uscite, messaggi o inviti ricevuti. Può venire anche da poche relazioni affidabili, capaci di offrire presenza, continuità e riconoscimento emotivo. Gli autori sottolineano che l’impatto delle relazioni sociali sulla mortalità è comparabile ad altri fattori di rischio riconosciuti. Questo non significa che una cena salvi la vita, ma che il legame sociale non è un ornamento sentimentale. È un fattore biologico, psicologico, comportamentale. Le persone più connesse tendono ad avere più risorse nei momenti di stress, più possibilità di essere aiutate, più occasioni di dare un senso a ciò che accade. La stessa letteratura distingue tra integrazione sociale, supporto ricevuto e supporto percepito: non basta “conoscere gente”, conta sapere che qualcuno può esserci.

Qui entra il punto clinico. Molte donne crollano perché sono costrette a funzionare troppo a lungo senza un luogo di scarico emotivo. Al mattino rispondono alle mail, nel pomeriggio gestiscono figli o genitori, la sera tengono insieme casa, partner, corpo, calendario. Quando finalmente incontrano le amiche, non stanno “perdendo tempo”, è più manutenzione di sistema. Pensiamo a una situazione concreta. Una donna racconta alle amiche che il compagno, davanti a un suo bisogno, ha risposto con fastidio. Da sola potrebbe minimizzare: “sono esagerata”, “forse pretendo troppo”, “non è successo niente”. In gruppo, se il gruppo è sano, accade una micro-correzione della realtà. Qualcuna dice: “Capisco perché ti sei sentita ferita…”. Un’altra aggiunge: “Non è solo la frase, è il fatto che succede sempre quando chiedi attenzione”. Non è diagnosi, ma è uno rispecchiamento e quando è onesto può impedire a una persona di restare prigioniera della propria confusione. Un’altra scena: una donna che ha appena avuto un bambino dice di sentirsi ingrata perché è stanca, nervosa, poco innamorata della maternità così come l’aveva immaginata. In un contesto giudicante, quella frase diventa colpa. In una rete amicale sufficientemente buona, può diventare sollievo: “è successo anche a me”, “non sei sbagliata”, “hai dormito tre ore, non sei una cattiva madre”. La serata tra amiche, in questo caso, non è evasione dalla maternità. È un argine contro l’isolamento emotivo dentro la maternità.

Una revisione sistematica del 2023 su amicizia adulta e benessere ha analizzato 38 studi e ha trovato che l’amicizia adulta tende a predire o almeno a correlare positivamente con il benessere. In particolare, qualità dell’amicizia e socializzazione con gli amici risultano variabili importanti; tra i mediatori emergono il sentirsi significativi per qualcuno, la qualità del legame, la soddisfazione dei bisogni psicologici di base e la vitalità soggettiva. Questo spiega perché “parlare” non è poco. Parlare, quando non è solo sfogo circolare, serve a metabolizzare. Una donna può arrivare con un grumo indistinto – rabbia, vergogna, paura, delusione – e uscire con una forma più chiara: “non sono pazza, sono sovraccarica”; “non sono fredda, sono delusa”; “non sono difficile, sto chiedendo reciprocità”. La parola condivisa non elimina il dolore, ma lo rende meno amorfo. E ciò che prende forma smette, almeno in parte, di comandare dal buio.

Evitiamo la retorica opposta

Naturalmente bisogna evitare la retorica opposta: non tutte le amicizie fanno bene, non tutti i gruppi sono riparativi, non tutte le serate sono spazi di libertà. Esistono tavoli che diventano palcoscenici, gruppi in cui si performa felicità, amicizie fondate sul confronto estetico, sulla competizione, sulla svalutazione delle assenti. In quei casi, la serata consuma più che regolare. Si esce più contratte di come si è entrate, con la sensazione di aver dovuto recitare una versione accettabile di sé. Il criterio, allora, non è “uscire con le amiche”. È chiedersi: dopo quell’incontro mi sento più vera o più inadeguata? Più calma o più attivata? Più capace di pensare o più confusa? Se dopo una serata si dorme meglio, si respira più largo, si rientra a casa con un senso di appartenenza, qualcosa ha funzionato. Se invece si torna con vergogna, paragone, irritazione o bisogno di controllare il telefono per capire come si è state percepite, il rito ha perso la sua funzione.

C’è poi un punto delicato: il vino. Nel sondaggio è presentato come elemento rituale, ma non va trasformato in ingrediente terapeutico. Il benessere non è nel bere, è nel legame. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha chiarito che non esiste una soglia di consumo di alcol che possa essere definita sicura rispetto agli effetti cancerogeni; questo non significa moralizzare ogni bicchiere, ma impedire che una ricerca commissionata da un brand vinicolo venga letta come una prescrizione di salute.

La domanda vera

La vera domanda non è: ogni quanti giorni serve una serata tra ragazze? La domanda è: quanto tempo può reggere una persona senza uno spazio in cui non deve spiegare tutto da capo, difendersi, essere forte, essere composta, essere utile? L’OMS nel 2025 ha ribadito che la connessione sociale protegge la salute lungo tutto l’arco della vita, mentre solitudine e isolamento sono associati a maggior rischio di malattie cardiovascolari, ictus, diabete, declino cognitivo, depressione, ansia e morte prematura. Ha anche invitato a considerare la connessione sociale una priorità di salute pubblica.

Questa è la parte che dovremmo prendere sul serio. In una cultura che ha privatizzato quasi tutto – la cura, la fatica, la salute mentale, la gestione dei figli, l’invecchiamento dei genitori, perfino la solitudine – l’amicizia femminile può diventare una forma minima di resistenza quotidiana. Non perché le donne siano naturalmente più buone, più accoglienti o più capaci di cura. Questa sarebbe un’altra gabbia. Ma perché molte donne, storicamente e materialmente, hanno imparato a sopravvivere costruendo reti informali: una telefonata, una cena, un passaggio, una chat, un “ti accompagno io”, un “dimmi quando arrivi”.

La serata tra amiche è importante quando restituisce alle donne qualcosa che spesso viene loro sottratto: un tempo non finalizzato. Un tempo senza utilità immediata. Un tempo in cui il racconto non deve diventare soluzione, il pianto non deve diventare imbarazzo, la leggerezza non deve giustificarsi davanti alla fatica del mondo. E forse è qui che la notizia, pur nata da un sondaggio commerciale, tocca un punto vero. Le donne non hanno bisogno di una serata tra ragazze ogni 22 giorni come fosse una vitamina. Hanno bisogno di sapere che esiste, nella loro vita, un luogo in cui poter tornare intere anche quando arrivano a pezzi.

Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.
Psicologa Clinica Giulia Maria Averaimo
Giulia Maria Averaimo
Psicologa Clinica & Counselor
Giulia Maria Averaimo

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