Non tutti parlano con sé stessi. Può sembrare sorprendente, ma esistono persone che non sperimentano quel dialogo interno che molti di noi usano quotidianamente per pianificare, riflettere o ricordare. Questa condizione, definita anendofasia, è stata al centro di uno studio recente pubblicato su Psychological Science e condotto da Johanne Nedergård (Università di Copenaghen) e Gary Lupyan (Università del Wisconsin-Madison).
I ricercatori hanno coinvolto 93 partecipanti selezionati sulla base del loro punteggio nel Inner Representation Questionnaire (IRQ), che misura quanto le persone fanno affidamento sul linguaggio interiore. I due gruppi – uno con alta e l’altro con bassa verbalità interiore – sono stati sottoposti a quattro esperimenti per indagare come la presenza o assenza della voce interna influenzi diverse abilità cognitive.
Meno voce, meno memoria verbale
Nei primi due test, dedicati alla memoria verbale e alla valutazione delle rime, il gruppo con bassa anendofasia ha mostrato performance significativamente peggiori. In particolare, chi non dispone di un dialogo interno ha più difficoltà nel ripetere mentalmente le parole e nel confrontarne i suoni, elementi fondamentali per la memoria fonologica e l’elaborazione linguistica.
Nessuna differenza nel passaggio di compito e nella percezione visiva
Negli altri due esperimenti – uno sul cambio rapido tra compiti cognitivi, l’altro sulla discriminazione visiva tra immagini simili – non sono emerse differenze sostanziali tra i gruppi. Questo suggerisce che il dialogo interiore sia meno cruciale per funzioni legate alla flessibilità cognitiva e alla categorizzazione visiva. Alcuni partecipanti hanno riferito di aver sviluppato strategie alternative, come associare un compito a un movimento fisico specifico (es. tamburellare con un dito), per compensare l’assenza del linguaggio interno.
Quali implicazioni in psicologia?
Dal punto di vista clinico, la scoperta è particolarmente rilevante per la psicoterapia. Approcci come la terapia cognitivo-comportamentale si basano fortemente sul riconoscimento e la riformulazione del dialogo interiore. Se una persona non possiede questa modalità di pensiero verbale, potrebbe vivere la terapia in modo diverso, o necessitare di strategie alternative più visuali o corporee. Tuttavia, come sottolinea la stessa Nedergård, le implicazioni pratiche restano ancora da chiarire.
Un campo da esplorare
Lo studio riconosce limiti significativi, come le dimensioni contenute del campione e l’uso di auto-valutazioni soggettive. Ma apre la strada a nuove domande: le persone con anendofasia pensano in modo visivo o simbolico? Usano schemi astratti o motori per compensare la mancanza di linguaggio interno? Le prossime ricerche proveranno a rispondere a queste domande, analizzando come questa forma atipica di coscienza influenzi il pensiero quotidiano, l’apprendimento e persino l’identità personale.
Approfondimento psicologico: cos’è la voce interiore?
In psicologia cognitiva, la voce interiore è una forma di linguaggio interno che consente di verbalizzare pensieri, pianificazioni, giudizi e riflessioni. È un processo che coinvolge aree cerebrali legate sia al linguaggio che all’autoconsapevolezza (come l’area di Broca, la corteccia prefrontale e la corteccia cingolata anteriore).
Non è “udita” come una vera voce esterna, ma pensata come se si parlasse con sé stessi. Questo fenomeno è presente in gradi diversi da persona a persona.
Come si riconosce nella vita quotidiana?
1. Autodirezione silenziosa
Quando stai cercando le chiavi di casa e nella tua mente ti dici: “Le ho lasciate sul tavolo?”, stai usando la tua voce interiore. È come se parlassi a te stesso in un dialogo mentale.
✔ Indicatore: ti capita spesso di formulare domande o frasi a te stesso, anche mentalmente.
2. Anticipazione e pianificazione
Prima di una riunione importante, potresti dirti mentalmente: “Devo ricordarmi di menzionare il problema con il cliente. Inizio con una frase tranquilla, poi passo al punto critico.”
✔ Indicatore: pianifichi o rivedi mentalmente il contenuto di conversazioni future.
3. Regolazione emotiva
Dopo una delusione, potresti pensare: “Va tutto bene, posso gestirlo. È solo un momento difficile.”
✔ Indicatore: usi la parola per calmarti o motivarti.
4. Riflessione e metacognizione
Dopo una discussione, potresti pensare: “Perché ho reagito così? Forse mi sono sentito attaccato.”
✔ Indicatore: usi frasi interiori per analizzare il tuo comportamento o le emozioni.
5. Monitoraggio delle azioni
Durante la guida: “Ok, svolta a sinistra dopo il semaforo.” Oppure mentre cucini: “Ancora due minuti e poi spengo.”
✔ Indicatore: accompagni l’azione con istruzioni mentali.
Esempio pratico e differenza di chi ha una voce
interiore rispetto a chi non la verbalizza
📌 Cosa accade davvero quando manca la voce interiore?
Nel caso della persona con voce interiore, il processo decisionale avviene così:
🧠 Stimolo → pensiero verbale consapevole: “Forse ho preso troppi caffè oggi, mi rovinerò il sonno” → rinuncia al caffè
La voce interiore funge da interfaccia verbale tra impulso, riflessione e azione. Traduce una sensazione (es. nervosismo, esperienza pregressa) in linguaggio, rendendo accessibile il ragionamento e attivando l’autoregolazione.
Ma se manca la voce interiore?
Chi ha anendofasia o una voce interna molto debole:
- non verbalizza consciamente la riflessione
- può comunque arrivare alla stessa decisione, ma attraverso altre modalità
Le alternative possibili
- Pensiero visivo o associativo:
Visualizza un’immagine del letto e dell’insonnia passata → associazione negativa → non prende il caffè (senza “dirsi” nulla) - Regolazione somatica o emotiva implicita:
Sente il corpo già agitato → sensazione sgradevole → azione diretta: non versarsi il caffè (senza passare per parole mentali) - Automatismo comportamentale:
Ha deciso giorni fa di limitare il caffè → ha creato una regola automatica → non lo prende, senza bisogno di riesaminare ogni volta
🎯 Quindi… cosa “salta”?
Salta la verbalizzazione consapevole del conflitto interno.
La persona non pensa a parole “forse è troppo”, “non dormirò”, “meglio di no”.
Ma questo non significa che agisca in modo irrazionale o meccanico. Piuttosto:
- il ragionamento può avvenire in forma non linguistica
- l’esperienza è meno riflessiva, meno narrata a sé stessi
Fonti consultate
Nedergård, J., & Lupyan, G. (2024). The cognitive impact of life without an inner voice: Evidence from individuals with low and high inner speech Psychological Science
PsyPost. (2024, May 2). Anendophasia: Scientists examine the cognitive impact of life without an inner voice, psypost.org






