Quando la fragilità diventa una spiegazione troppo comoda
Da alcuni anni descriviamo i giovani attraverso un repertorio lessicale sempre più clinico: ansiosi, fragili, dipendenti dagli smartphone, incapaci di tollerare la frustrazione, poco preparati alla vita. La diagnosi collettiva cambia a seconda delle mode culturali, mentre la conclusione resta quasi sempre la stessa: dovrebbero diventare più resilienti. Dovrebbero imparare a stare soli, regolare le emozioni, sopportare un rifiuto, spegnere il telefono, affrontare la realtà. Sono competenze importanti, naturalmente, ma il modo in cui vengono invocate rischia di trasformare una responsabilità sociale in un compito individuale. Se un adolescente non riesce a costruire legami significativi, la prima domanda riguarda ormai la sua personalità, le sue abilità sociali o l’uso che fa della tecnologia. Molto più raramente ci chiediamo quali occasioni concrete gli siano state offerte per incontrare gli altri senza dover consumare, esibirsi, eccellere o essere costantemente accompagnato. La solitudine viene trattata come qualcosa che si produce dentro la persona, quasi fosse un difetto della sua organizzazione emotiva. Eppure ogni capacità relazionale ha bisogno di un ambiente in cui essere esercitata. Non si impara l’amicizia attraverso una lezione sull’amicizia, così come non si impara il conflitto ascoltando un adulto spiegare come dovrebbe essere gestito. Si impara frequentando gli altri abbastanza a lungo da potersi fraintendere, deludere, chiarire, separare e ritrovare. Quando queste possibilità diminuiscono, attribuire ogni difficoltà alla fragilità dei ragazzi permette agli adulti di non osservare ciò che è scomparso intorno a loro.
Una generazione con meno amici, ma il dato non racconta tutto
Il rapporto The loneliest generation, pubblicato il 1° settembre 2026 dall’Institute for Public Policy Research, ha ricostruito la condizione degli 11-24enni in Inghilterra combinando l’analisi di dati nazionali con tredici incontri di approfondimento ai quali hanno partecipato più di 150 giovani. I risultati più ripresi riguardano i ragazzi tra i 16 e i 21 anni: nel periodo 2023-2025 uno su venti ha dichiarato di non avere amici stretti, mentre nel 2014 il rapporto era di circa uno su cento. La percentuale di chi può contare su almeno tre amici intimi è scesa dal 85% del 2012-2014 al 72%; tra i quattordicenni e i quindicenni è diminuita anche la soddisfazione per la qualità delle amicizie. Il disagio psicologico raggiunge, secondo le misure utilizzate dal rapporto, il 47% delle giovani donne e il 36% dei giovani uomini. Sono numeri inglesi, riferiti a fasce d’età differenti e ricavati anche da misure soggettive: non autorizzano a parlare indistintamente di un’intera generazione mondiale e non dimostrano che una singola causa abbia prodotto il fenomeno. Indicano però una traiettoria difficile da liquidare come impressione giornalistica. L’IPPR mette in relazione la rarefazione dei legami con un’infanzia sempre più digitale, gli effetti della pandemia, l’insicurezza economica e abitativa, l’indebolimento dei servizi pubblici e la crescente difficoltà di attraversare le tappe che conducono all’età adulta. La solitudine, in questa lettura, non coincide semplicemente con la mancanza di compagnia: diventa una forma più ampia di disconnessione da se stessi, dagli altri e dalla possibilità di immaginare il proprio futuro.
L’amicizia è una struttura dello sviluppo
Parlare di amicizia come se fosse un piacevole accessorio dell’adolescenza significa sottovalutarne la funzione evolutiva. Nel rapporto con i coetanei si sperimentano appartenenza e reciprocità, si scopre che l’affetto non garantisce l’accordo permanente e che la differenza non coincide necessariamente con l’abbandono. L’amico introduce un tipo di legame diverso da quello familiare: non è assegnato dalla nascita, deve essere scelto e, almeno in parte, nuovamente scelto nel tempo. Proprio per questo insegna a negoziare la distanza, a riconoscere i limiti, a riparare una frattura e a tollerare che l’altro possieda una vita che non ci include completamente. Una revisione sistematica pubblicata su BMC Public Health, basata su 43 studi, ha rilevato associazioni costanti tra la qualità delle amicizie e diversi indicatori di benessere adolescenziale. Relazioni tra pari povere risultavano associate alla solitudine in nove studi su dieci, mentre tutti gli studi che avevano esaminato la soddisfazione di vita mostravano un’associazione positiva con la qualità dei legami. La prevalenza di studi trasversali impone prudenza: non possiamo concludere che una buona amicizia protegga automaticamente dalla depressione o che la sua assenza ne sia una causa diretta. Possiamo però riconoscere che il benessere di un adolescente non si costruisce soltanto attraverso risorse interiori. Anche la migliore educazione emotiva rimane incompleta se non incontra relazioni nelle quali le parole apprese possano diventare esperienza. Chiedere ai ragazzi di sviluppare competenze sociali senza preoccuparsi delle condizioni in cui dovrebbero usarle somiglia a insegnare loro a nuotare dopo aver svuotato la piscina.
I luoghi che non richiedevano una prestazione
Un tempo gran parte della socialità adolescenziale si svolgeva in luoghi imperfetti e poco programmati: cortili, piazze, biblioteche, campetti, parrocchie, centri giovanili, panchine, case del quartiere. Non erano necessariamente ambienti ideali e non occorre costruire una nostalgia artificiale per un passato nel quale esistevano comunque esclusione, violenza e solitudine. Possedevano però una caratteristica oggi sempre più rara: permettevano di stare insieme senza che ogni minuto avesse un obiettivo e senza che la presenza dovesse essere giustificata da un acquisto. Il rapporto dell’IPPR riferisce che in Inghilterra i finanziamenti destinati ai servizi giovanili sono diminuiti del 76% dal 2010-2011 e che il numero degli operatori del settore si è dimezzato in pochi anni. I giovani ascoltati dai ricercatori ricordano la mancanza di spazi gratuiti in cui potersi fermare e incontrare anche adulti diversi dai genitori e dagli insegnanti, capaci di offrire una presenza senza trasformarla immediatamente in valutazione o terapia. La perdita di questi luoghi non elimina il bisogno di appartenere: lo trasferisce altrove. Se la strada viene percepita come pericolosa, la piazza come luogo da sorvegliare, il centro commerciale come spazio in cui bisogna spendere e l’attività sportiva come un impegno che richiede denaro, attrezzatura e trasporti, la camera da letto diventa uno dei pochi ambienti davvero disponibili. Lo smartphone entra in quello spazio e offre una socialità continua, portatile e apparentemente gratuita. Non è difficile comprendere perché venga scelto; più difficile è riconoscere quante alternative gli adulti abbiano lasciato.
Anche l’amicizia è diventata una disuguaglianza
La possibilità di costruire relazioni non è distribuita in modo uniforme. Una famiglia con risorse economiche può pagare uno sport, un corso di musica, una vacanza studio, gli spostamenti verso un quartiere più sicuro o una casa abbastanza ampia da ospitare gli amici dei figli. Può compensare privatamente ciò che il territorio non offre più. Le famiglie che dispongono di meno denaro, meno tempo e meno spazio dipendono invece in misura maggiore dalla scuola, dai trasporti, dalle biblioteche, dai servizi territoriali e dai luoghi pubblici. Quando queste infrastrutture si impoveriscono, la conseguenza non è soltanto una riduzione delle attività ricreative: si restringe la rete di persone che un adolescente può incontrare e si assottiglia la possibilità di trovare almeno un contesto nel quale sentirsi riconosciuto. Anche i dati italiani della sorveglianza HBSC invitano a leggere la solitudine attraverso questa lente. Nel campione nazionale riferito al 2022, tre ragazze su dieci e un ragazzo su dieci tra i 13 e i 15 anni dichiaravano di essersi sentiti soli per la maggior parte del tempo nell’anno precedente; la sensazione diminuiva con l’aumentare della condizione socioeconomica familiare. Il dato non significa che il denaro produca amicizie migliori, né che le famiglie con maggiori risorse siano protette da ogni sofferenza. Mostra piuttosto che la solitudine possiede anche una geografia materiale. Un giovane può avere abilità relazionali, desiderio di uscire e bisogno di appartenenza, ma vivere in un territorio privo di trasporti, occasioni e luoghi accessibili. Definire tutto questo una sua fragilità equivale a confondere la mancanza di possibilità con la mancanza di volontà.
Lo smartphone non si è limitato a occupare il vuoto: ha contribuito a produrlo
La diffusione dello smartphone e la successiva trasformazione dei social in ambienti mobili, permanenti e personalizzati non hanno semplicemente riempito uno spazio che la società aveva già lasciato vuoto. Hanno contribuito a crearlo e ad ampliarlo. Quando una tecnologia offre stimoli continui, ricompense immediate e una via di uscita da ogni momento di noia o imbarazzo, cambia anche la disponibilità necessaria per restare dentro una relazione reale, che richiede attesa, negoziazione, silenzi, conflitti e una certa dose di frustrazione. I ragazzi tra i 15 e i 17 anni citati dal rapporto inglese trascorrono mediamente circa sei ore e mezza al giorno online, soprattutto su YouTube, TikTok, Instagram e Snapchat: ore che non possono essere considerate soltanto tempo aggiunto alla vita precedente, perché inevitabilmente ne sostituiscono altre.
Le amicizie possono nascere e continuare dentro questi ambienti, ma vengono sottoposte a condizioni nuove. Un conflitto cominciato a scuola segue il ragazzo fino a casa attraverso notifiche, gruppi e storie; la distanza che un tempo consentiva una temporanea decompressione scompare, mentre la posizione di ciascuno nel gruppo diventa osservabile attraverso visualizzazioni, esclusioni, reazioni e alleanze esibite pubblicamente. La connessione digitale può offrire sostegno a chi vive lontano, ha una disabilità o non trova accoglienza nel proprio ambiente, ma questa possibilità non modifica la struttura generale di piattaforme progettate per trattenere l’attenzione e aumentare la frequenza del ritorno. Il giovane non incontra soltanto gli amici: ne controlla continuamente la presenza, i corpi, i successi e l’approvazione ricevuta, mentre il sistema seleziona ciò che ha maggiori probabilità di mantenerlo coinvolto. Il vuoto prodotto è quindi anche attentivo e relazionale: diminuisce il tempo condiviso senza uno scopo, si indebolisce la capacità di tollerare ciò che non gratifica immediatamente e l’incontro viene gradualmente sostituito dalla possibilità di osservare gli altri.
Sarebbe tuttavia altrettanto comodo attribuire ogni responsabilità alla tecnologia, ignorando che smartphone e social hanno trovato adulti spesso assenti o esausti, città ostili alla presenza adolescenziale e luoghi pubblici sempre più poveri. I due processi non sono alternativi: la scomparsa degli spazi comuni ha spinto i ragazzi verso gli schermi, e gli schermi hanno reso ancora meno urgente, agli occhi degli adulti e delle istituzioni, ricostruire quegli spazi. Spegnere il telefono senza restituire un mondo nel quale andare rimane una risposta insufficiente; continuare a presentarlo come uno strumento neutro che si limita a occupare il tempo libero significa però negare il ruolo che ha avuto nel trasformare quel tempo, le relazioni e perfino il modo in cui i giovani imparano a desiderare la presenza degli altri.
Una società che sorveglia gli adolescenti e poi li accusa di non uscire
Il discorso pubblico conserva un’ambivalenza difficile da nascondere. Chiediamo ai ragazzi di essere autonomi, ma fatichiamo a tollerarne la presenza quando non è ordinata da un adulto. Un gruppo fermo su una panchina viene percepito facilmente come rumoroso o minaccioso; nei locali occorre consumare, nei cortili condominiali il gioco disturba, negli spazi urbani prevalgono divieti e architetture pensate per impedire di sostare. Molti genitori, comprensibilmente preoccupati per la sicurezza, organizzano gli spostamenti, controllano la posizione e riempiono il tempo dei figli di attività strutturate. Si riducono così proprio quelle esperienze a bassa intensità nelle quali l’autonomia prende forma: raggiungere gli amici, annoiarsi insieme, decidere cosa fare, gestire un piccolo imprevisto senza l’intervento immediato di un adulto. L’adolescente contemporaneo può essere continuamente localizzabile e, nello stesso tempo, profondamente solo. Possiede centinaia di contatti, ma poche relazioni nelle quali mostrarsi quando non ha niente di interessante da pubblicare. La socialità digitale predilige spesso ciò che può essere reso visibile, mentre l’amicizia si costruisce anche attraverso ore che non producono immagini, risultati o racconti. Questa differenza non rende falsa ogni relazione nata online; ricorda che essere connessi e sentirsi in relazione descrivono esperienze diverse. Una società che trasforma quasi ogni spazio in proprietà, servizio o occasione commerciale non dovrebbe stupirsi se i giovani cercano riparo nell’unico territorio che sembra sempre aperto. Dovrebbe domandarsi, piuttosto, perché l’accesso a una piattaforma sia diventato più semplice dell’accesso a una comunità.
Che cosa raccontano i dati italiani
L’Italia non può essere descritta utilizzando automaticamente le percentuali inglesi. L’indagine Istat Relazioni, opinioni e comportamenti dei giovanissimi, pubblicata nel 2026 e basata sulle risposte raccolte nel 2023 da circa centomila ragazzi tra gli 11 e i 19 anni, restituisce un quadro più articolato: il 72,6% incontra gli amici almeno una volta alla settimana e circa uno su cinque li vede ogni giorno; quasi la metà comunica con loro online o telefonicamente più volte al giorno, mentre l’8,4% dichiara una connessione pressoché continua. Questi numeri impediscono di rappresentare tutti gli adolescenti come individui chiusi nelle proprie stanze e incapaci di costruire legami. Allo stesso tempo, la frequenza degli incontri non ne misura la qualità e non dice chi rimanga ai margini. La stessa ricerca segnala che il 21% subisce episodi di bullismo con continuità e che un terzo guarda al futuro con timore, mentre il 17% preferisce non pensarci. Le ragazze esprimono paura per il futuro molto più frequentemente dei ragazzi. Il quadro italiano, quindi, non conferma in modo meccanico l’esistenza di una “generazione senza amici”; mostra una socialità ancora vitale, attraversata però da disuguaglianze, esposizione alla violenza e difficoltà a immaginare l’avvenire. Anche la solitudine di chi ha amici merita attenzione: si può appartenere a un gruppo e non sentirsi al sicuro, ricevere messaggi per tutto il giorno e non avere nessuno al quale raccontare ciò che fa vergognare, comparire in molte fotografie e non sentirsi davvero visto. Contare i contatti è necessario, ma non sufficiente a comprendere la qualità umana della connessione.
Non possiamo curare con un colloquio ciò che continuiamo a produrre fuori
Di fronte al disagio giovanile, la richiesta di più psicologi nelle scuole e nei servizi è legittima e urgente. Diventa insufficiente quando la cura individuale viene usata per compensare indefinitamente condizioni sociali che restano immutate. Uno spazio di ascolto può aiutare un adolescente a dare un nome alla propria solitudine, a riconoscere la vergogna e a chiedere aiuto (ed è necessario e fondamentale, ndr); non può costruire da solo una rete di trasporti, riaprire una biblioteca nel pomeriggio, rendere accessibile lo sport o restituire continuità a un centro educativo. Servono professionisti della salute mentale, ma servono anche educatori, allenatori, insegnanti, bibliotecari, operatori di strada e adulti affidabili che non compaiano nella vita dei ragazzi soltanto quando il disagio ha già assunto la forma di un sintomo. Dal 2026 l’Italia ha istituito un fondo annuale da 60 milioni di euro destinato alle attività socioeducative, ai centri ricreativi e ai servizi territoriali per i minorenni. È una direzione importante, a condizione che non si traduca in una successione di progetti brevi, bandi intermittenti e iniziative estive incapaci di garantire una presenza stabile. Un luogo diventa significativo quando si può tornare, quando gli adulti che lo abitano conservano memoria delle persone e quando la relazione non termina insieme al finanziamento. Ricostruire la socialità richiede inoltre di coinvolgere i ragazzi nelle decisioni: uno spazio progettato per loro senza ascoltarli può rimanere formalmente aperto e umanamente vuoto.
La resilienza non significa crescere senza avere bisogno di nessuno
L’Organizzazione mondiale della sanità distingue la solitudine, esperienza soggettiva prodotta dalla distanza tra le relazioni desiderate e quelle disponibili, dall’isolamento sociale, che indica una carenza più oggettiva di legami. Le due condizioni possono sovrapporsi, ma non coincidono: si può stare soli senza soffrire e sentirsi soli anche in mezzo agli altri. Secondo il rapporto della Commissione OMS sulla connessione sociale, circa il 21% degli adolescenti nel mondo riferisce solitudine, una percentuale superiore a quella osservata nelle altre fasce d’età. La risposta non può limitarsi a rendere i giovani più capaci di sopportarla. La resilienza non è l’arte di diventare impermeabili al bisogno degli altri; nasce spesso dall’aver incontrato almeno una relazione sufficientemente stabile da rendere attraversabile un momento difficile. Una società adulta dovrebbe preoccuparsi quando i ragazzi non possiedono questa possibilità, invece di celebrare come maturità la loro autosufficienza forzata. Restituire loro luoghi non significa idealizzare la comunità o immaginare che ogni centro giovanile possa prevenire la depressione. Significa riconoscere che la salute mentale si costruisce anche fuori dagli studi clinici, nella possibilità ordinaria di incontrarsi, essere attesi e occupare uno spazio senza dover dimostrare immediatamente qualcosa. Prima di domandare perché gli adolescenti non escano dalle loro stanze, dovremmo verificare quale mondo li aspetti fuori. La domanda più onesta non è perché non sappiano più stare insieme, ma dove abbiamo previsto che possano impararlo senza dover pagare, esibirsi o diventare contenuto.
Fonti essenziali
- Institute for Public Policy Research, The loneliest generation: What it is like to grow up in England today, 1 settembre 2026.
- Istat, Relazioni, opinioni e comportamenti dei giovanissimi, pubblicato il 23 aprile 2026, dati riferiti al 2023.
- Istituto Superiore di Sanità, La Sorveglianza HBSC-Italia 2022: benessere e salute sessuale, 2025.
- Alsarrani A. et al., Association between friendship quality and subjective wellbeing among adolescents: a systematic review, BMC Public Health, 2022.
- World Health Organization, From loneliness to social connection: charting a path to healthier societies, 2025.

