La prima forma di cura è l’ascolto: prima di ogni diagnosi c’è una persona che prova a raccontare ciò che sente, anche quando non ha ancora le parole per dirlo.
Settembre è il mese in cui, in molti Paesi, si concentrano le iniziative dedicate alla prevenzione del suicidio e il 10 settembre ricorre la Giornata mondiale promossa dall’International Association for Suicide Prevention e sostenuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il tema scelto dall’OMS per il triennio 2024-2026 è Changing the Narrative on Suicide e l’invito di quest’anno è semplice: Start the Conversation. Cominciare una conversazione. Può sembrare poco davanti a una sofferenza capace di portare una persona a non intravedere più un futuro possibile, ma forse una parte della prevenzione comincia proprio molto prima delle risposte: nel momento in cui qualcuno riesce a dire qualcosa di sé e trova dall’altra parte una persona disposta a restare abbastanza a lungo da ascoltarlo. Ogni anno più di 720 mila persone muoiono per suicidio nel mondo. Dietro questo numero non esiste una sola storia, una sola diagnosi, una sola causa: l’OMS richiama fattori psicologici, biologici, sociali, culturali e ambientali che possono intrecciarsi lungo tutto il corso della vita. Ridurre tutto a una spiegazione significherebbe perdere proprio ciò che dovremmo imparare ad ascoltare: la complessità irripetibile di ogni sofferenza.
Prima delle analisi, degli esami, dei test, delle immagini diagnostiche e dei risultati, molto spesso c’è un essere umano che entra in una stanza e prova a spiegare cosa gli sta succedendo. Succede nello studio dello psicologo, ma anche davanti al medico di medicina generale, allo psichiatra, al neurologo e in qualunque luogo della salute in cui la storia della persona preceda l’interpretazione del sintomo. Il paziente è il primo testimone del proprio cambiamento: racconta che da settimane non dorme, che non riesce più a provare interesse, che sente un peso nel petto, che mangia troppo o troppo poco, che non riesce a concentrarsi, che ha paura senza comprenderne la ragione, che vorrebbe soltanto smettere di sentire. A volte possiede un vocabolario preciso, altre volte porta soltanto un “non sto bene”. Quel “non sto bene” non contiene ancora una diagnosi, ma contiene già un’informazione preziosa: qualcosa nella continuità della sua esperienza si è spezzato. Un buon ascolto clinico comincia anche da questo, dalla disponibilità a non considerare insufficiente ciò che una persona riesce a dire solo perché non riesce ancora a dirlo meglio. La responsabilità di trovare subito le parole giuste non può essere consegnata a chi, proprio in quel momento, sta facendo fatica persino a comprendere cosa gli accade.
Questo assume un peso ancora maggiore quando guardiamo ai più giovani. A livello mondiale il suicidio è la terza causa di morte tra i 15 e i 29 anni; nella Regione europea dell’OMS è la prima causa di morte nella stessa fascia d’età. È importante dirlo correttamente: non significa che i giovani abbiano necessariamente il tasso di suicidio più elevato rispetto a tutte le altre fasce della popolazione. Significa che, tra le diverse cause per cui una persona può morire durante quegli anni della vita, il suicidio occupa una posizione spaventosamente alta. Nella Regione europea oltre 120 mila persone muoiono per suicidio ogni anno e l’OMS segnala contemporaneamente un altro dato: circa una persona su tre tra quelle che vivono con una condizione di salute mentale non riceve il trattamento di cui avrebbe bisogno. Questi numeri non dovrebbero servire a costruire l’ennesima narrazione sulla “fragilità dei ragazzi”. Dovrebbero costringerci a interrogarci sul mondo adulto che li circonda. Su quanto sappiamo accorgerci. Su quali spazi abbiamo costruito perché possano parlare. Su cosa insegniamo loro a fare con la vergogna, il rifiuto, la solitudine, la paura, l’umiliazione, il fallimento e quel dolore che, soprattutto durante l’adolescenza, può occupare temporaneamente tutto il campo visivo fino a far sembrare eterno ciò che eterno non è.
Quando il dolore non ha ancora le parole
Per riuscire a raccontare quello che proviamo, tuttavia, abbiamo bisogno anche delle parole. Il linguaggio non è soltanto il vestito che mettiamo sopra un’emozione già perfettamente formata. Le parole ci aiutano a distinguerla, organizzarla, collegarla a ciò che è accaduto e renderla accessibile a un’altra persona. Dire “sto male” può essere il principio. Riconoscere che dentro quello stare male esistono vergogna, abbandono, colpa, angoscia, solitudine, umiliazione o disperazione permette di vedere contorni che prima erano confusi. Non perché dare un nome a un dolore sia sufficiente a guarirlo. Le parole non curano per magia; rendono però il dolore più pensabile, più comunicabile e quindi più raggiungibile dalla cura. Anche per questo parlare di alfabetizzazione emotiva non è un lusso per persone particolarmente introspettive. Riguarda la salute. Un adolescente che ha imparato a riconoscere la differenza tra tristezza, vergogna, ansia, rabbia e disperazione dispone di qualche strumento in più per capire che cosa gli sta accadendo e per provare a comunicarlo. E un adulto capace di riconoscere quelle parole ha qualche possibilità in più di non lasciarle cadere.
Ipocognizione: ciò che non sappiamo nominare diventa più difficile da chiedere in aiuto
Quasi cinquant’anni fa l’antropologo e psichiatra americano Robert I. Levy diede un nome a un fenomeno ancora oggi prezioso: l’ipocognizione. Durante il suo lungo lavoro a Tahiti osservò che nella lingua locale mancavano termini univoci per nominare vissuti come tristezza, solitudine e nostalgia. Chi attraversava una perdita poteva descriversi come turbato, appesantito o malato, senza disporre di parole capaci di rappresentare con precisione quella sofferenza interiore. Levy mise questa povertà linguistica e cognitiva in relazione anche con gli alti livelli di suicidio osservati nel contesto tahitiano. Non perché l’assenza di una parola produca da sola un gesto suicidario, ma perché ciò che non riusciamo a nominare diventa più difficile da riconoscere, comprendere e consegnare agli altri..
Se questo riguarda gli adulti, con bambini e adolescenti la responsabilità educativa diventa ancora più evidente. Insegniamo prestissimo i nomi degli oggetti, dei colori, degli animali, delle parti del corpo. Sarebbe strano immaginare che un bambino debba intuire da solo come si chiama un gomito. Con la vita interiore, invece, abbiamo spesso agito come se ciascuno dovesse cavarsela da sé. Molte generazioni sono cresciute dentro famiglie in cui si poteva essere “bravi”, “capricciosi”, “forti”, “deboli”, “educati” o “esagerati”, mentre esisteva molto meno spazio per chiedersi che cosa ci fosse sotto un comportamento. Eppure un bambino può essere aggressivo e avere paura, un adolescente può essere irritabile e sentirsi profondamente solo, qualcuno può continuare a sorridere e stare male. L’alfabetizzazione emotiva serve anche a ridurre questa distanza tra ciò che appare e ciò che accade dentro. Non casualmente, tra gli interventi basati sulle evidenze indicati dall’OMS nella strategia LIVE LIFE per la prevenzione del suicidio compare proprio lo sviluppo delle competenze socio-emotive negli adolescenti, insieme all’identificazione precoce, alla valutazione, alla presa in carico e al follow-up delle persone interessate da comportamenti suicidari. La prevenzione, dunque, non comincia soltanto quando qualcuno pronuncia la parola suicidio. Comincia anche molti anni prima, nelle famiglie e nelle scuole in cui insegniamo che ciò che si sente può essere riconosciuto, nominato e consegnato a qualcuno senza vergogna.
Poi arriva il momento in cui ad ascoltare possiamo essere noi. Un genitore, un amico, un compagno di classe, un insegnante, un collega. È forse la parte più difficile, perché davanti a una sofferenza intensa viene spontaneo cercare immediatamente qualcosa che la faccia diminuire: “passerà”, “devi reagire”, “hai tante cose belle”, “non pensare così”. Frasi dette spesso con amore, ma che possono lasciare la persona ancora più sola con ciò che aveva tentato di raccontare. Ascoltare richiede anche la capacità di non contendersi subito il dolore dell’altro con le nostre soluzioni. Se qualcuno parla di morte, dice di non vedere più ragioni per vivere, si ritira improvvisamente, mostra cambiamenti molto marcati dell’umore o lascia intendere di volersi togliere la vita, la domanda può essere diretta: “Stai pensando al suicidio?”. L’OMS è esplicita su un punto ancora circondato da molti timori: chiedere a una persona se sta pensando al suicidio non induce il comportamento suicidario; può invece ridurre l’ansia e farla sentire compresa. Talvolta la forma più autentica dell’ascolto consiste proprio nell’avere il coraggio di pronunciare la parola che tutti stanno evitando.
Ascoltare non significa salvare da soli
Ascoltare, però, non vuol dire assumersi da soli il compito di salvare qualcuno. Questo confine è fondamentale. L’affetto di un amico non sostituisce una valutazione clinica, così come l’amore di un genitore non può essere trasformato nell’unica barriera tra un figlio e il pericolo. Se emerge un’ideazione suicidaria o esiste il dubbio concreto che una persona possa farsi del male, occorre favorire il contatto con un medico o un professionista della salute mentale e aiutarla materialmente a raggiungerlo: cercare insieme un servizio, fare una telefonata, accompagnarla, coinvolgere un adulto affidabile quando si tratta di un minore. In presenza di un pericolo immediato la persona non dovrebbe essere lasciata sola e devono essere contattati i servizi di emergenza. Proteggere qualcuno può richiedere anche di non mantenere un segreto quando quel segreto riguarda la sua sicurezza. Non occorre diventare terapeuti delle persone che amiamo. Occorre però evitare che la paura di sbagliare diventi una ragione per voltarci dall’altra parte.
Forse è questo che dovremmo ricordare durante il mese dedicato alla prevenzione: una persona può avere bisogno di essere ascoltata molto prima di riuscire a chiedere esplicitamente aiuto. Talvolta possiede tutte le parole. Talvolta ne possiede pochissime. Talvolta racconta il proprio dolore attraverso il corpo, l’irritabilità, l’isolamento, il silenzio o una frase pronunciata quasi di passaggio che meriterebbe invece di essere raccolta. La prevenzione non può dipendere soltanto dalla capacità di chi soffre di formulare una richiesta perfetta. Richiede professionisti che sappiano ascoltare, famiglie nelle quali le emozioni abbiano un nome, scuole che offrano ai ragazzi strumenti per comprendere la propria esperienza, servizi raggiungibili e comunità capaci di non trasformare la sofferenza psichica in qualcosa di cui vergognarsi. L’OMS ha scelto per questi anni l’espressione Changing the Narrative on Suicide. Cambiare la narrazione comincia anche da qui: permettere al dolore di entrare nel linguaggio prima che il silenzio diventi l’unico luogo disponibile. Perché la prima forma di cura è l’ascolto. E qualche volta, prima ancora di poter essere ascoltati, abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a trovare le parole.
Se tu o qualcuno vicino a te siete in pericolo immediato, contatta il 112 o recati al pronto soccorso. Per uno spazio di ascolto è disponibile anche Telefono Amico Italia al numero 02 2327 2327, attualmente attivo 24 ore su 24; il servizio WhatsApp Amico risponde al 324 011 72 52 dalle 18 alle 21. Questi servizi di ascolto non sostituiscono una valutazione sanitaria quando esiste un rischio per la propria sicurezza.

