Forse il problema non è dubitare troppo, ma dubitare troppo poco di se stessi
Ci piace pensare che una convinzione sbagliata possa essere corretta mettendole davanti una quantità sufficiente di fatti. Come se tra noi e la realtà ci fosse soltanto un’informazione mancante: troviamo quella giusta, la mostriamo, e qualcosa nella mente dovrebbe automaticamente rimettersi in ordine. Ma le convinzioni umane non funzionano sempre così. Prima ancora di domandarci che cosa una persona sappia, potrebbe essere necessario chiederci quanto sia capace di valutare la solidità di ciò che pensa di sapere.
È da questa prospettiva che parte uno studio di Gordon Pennycook, Jabin Binnendyk e David G. Rand, pubblicato online nel 2025 e apparso nell’agosto 2026 su Personality and Social Psychology Bulletin. Attraverso otto studi condotti complessivamente su 4.181 adulti statunitensi, i ricercatori hanno osservato un’associazione consistente tra l’adesione a teorie del complotto e una maggiore tendenza a sovrastimare le proprie prestazioni in compiti cognitivi. L’associazione rimaneva anche tenendo conto della capacità di pensiero analitico, del narcisismo e del bisogno di sentirsi unici, ed era particolarmente pronunciata nelle persone che aderivano alle convinzioni cospirative più marginali.
Il risultato è interessante soprattutto perché sposta leggermente la domanda. Non soltanto: perché una persona vuole credere a una determinata spiegazione? Ma anche: quanto riesce a riconoscere i limiti del proprio modo di arrivare a quella spiegazione?
Overconfidence non significa semplicemente “credere di essere intelligenti”
Qui serve una distinzione importante. L’overconfidence, in psicologia cognitiva, non coincide con l’autostima, con la sicurezza personale e neppure necessariamente con una valutazione grandiosa di sé. Anche la parola inglese aiuta a comprenderne il significato: over- indica qualcosa che eccede una misura, mentre confidence significa fiducia, sicurezza. Letteralmente, dunque, potremmo parlare di una fiducia che va oltre, che supera ciò che le nostre reali capacità o le prove disponibili permetterebbero di giustificare. In termini psicologici, indica infatti una cattiva calibrazione tra la fiducia che attribuiamo a una nostra prestazione o conoscenza e quanto quella fiducia sia effettivamente fondata. Possiamo conoscere molto un argomento ed essere ragionevolmente sicuri di noi. In quel caso la sicurezza è sostenuta dalla competenza. Il problema nasce quando la sicurezza cresce più delle ragioni che avremmo per possederla.
Per misurare questo aspetto, in alcuni degli studi Pennycook e colleghi hanno utilizzato compiti di percezione, numeracy e riflessione cognitiva. Hanno inoltre adottato procedure pensate per ridurre un problema tipico degli studi sull’overconfidence: confondere la scarsa prestazione con la tendenza a sovrastimarla. In alcuni compiti, per esempio, le immagini erano intenzionalmente così difficili da riconoscere da rendere la prestazione reale scarsamente informativa; diventava quindi particolarmente significativo osservare quanto ciascun partecipante fosse comunque convinto di avere risposto bene.
Per questo sarebbe improprio liquidare il risultato con l’espressione ormai popolare “effetto Dunning-Kruger“. Lo studio non dimostra semplicemente che chi sa meno crede di sapere di più. Il punto più interessante riguarda la metacognizione, cioè la capacità della mente di osservare e valutare il proprio stesso funzionamento. Sapere qualcosa è una competenza. Sapere quanto possiamo fidarci di ciò che sappiamo ne è un’altra.
Il dato più sorprendente: quasi tutti pensavano di essere dalla parte della maggioranza
La parte forse più impressionante della ricerca emerge quando gli autori smettono di chiedere ai partecipanti soltanto che cosa credano e domandano loro di stimare quante altre persone condividano quella stessa convinzione.
Nelle serie di affermazioni complottiste considerate, una maggioranza reale dei partecipanti aderiva alla tesi cospirativa soltanto nel 12% dei casi. Eppure, quando qualcuno credeva in una di quelle tesi, riteneva di trovarsi dalla parte della maggioranza nel 93% dei casi. Complessivamente, i credenti nelle teorie cospirative sovrastimavano di oltre quattro volte il consenso degli altri. L’effetto rimaneva visibile persino quando dovevano stimare che cosa pensassero persone appartenenti allo schieramento politico opposto.
In psicologia sociale esiste da tempo il concetto di falso consenso: tendiamo a immaginare che opinioni, abitudini e valori personali siano più diffusi di quanto realmente siano. Qui, però, l’entità della distorsione diventa particolarmente significativa. Potremmo immaginare il complottista come qualcuno che dice: “So di essere uno dei pochi che hanno capito”. In molti casi studiati sembra accadere qualcosa di diverso: la persona non si percepisce affatto come marginale. Può essere sinceramente convinta che “la gente ormai lo sappia”, che “tutti abbiano capito come stanno veramente le cose”, che soltanto istituzioni e mezzi di informazione continuino a negare un’evidenza ormai condivisa. Ed è una differenza psicologica enorme.
Il bisogno di essere speciali non scompare: semplicemente non spiega tutto
Per anni la psicologia delle credenze cospirative ha studiato soprattutto le motivazioni che possono renderle attraenti. Una delle classificazioni più influenti distingue bisogni epistemici, legati al bisogno di capire e ridurre l’incertezza; esistenziali, connessi alla ricerca di sicurezza e controllo; e sociali, che riguardano l’immagine di sé e del proprio gruppo.
Altri studi hanno mostrato associazioni con il bisogno di unicità: possedere una conoscenza che “gli altri non vedono” può offrire la sensazione di non essere parte della massa ingannata. Il narcisismo, in alcune sue dimensioni, è stato anch’esso associato alla maggiore adesione a credenze complottiste. Il nuovo studio non cancella questa letteratura. Ed è importante non raccontarlo come se l’avesse smentita.
Dice piuttosto qualcosa di diverso: anche controllando statisticamente alcuni di questi fattori, l’overconfidence continua a essere associata al complottismo. Potrebbero quindi convivere più processi. Una teoria del complotto può attirare perché restituisce ordine a una realtà incerta, protegge un’identità, offre una comunità, permette di attribuire intenzionalità al caos. Ma, una volta costruita quella convinzione, potrebbe contare anche quanto siamo capaci di sospettare del nostro stesso sospetto.
Il dubbio e il complottismo non sono la stessa cosa
Questa distinzione è essenziale anche per evitare un errore opposto: trasformare qualsiasi critica alle istituzioni o alle spiegazioni dominanti in un sintomo di irrazionalità. I complotti reali esistono. La storia politica, economica e criminale ne contiene molti. Ed essere scettici di fronte a un’autorità non equivale a sostenere una teoria cospirativa. Una ricerca del 2026 sottolinea esplicitamente questa differenza: lo scetticismo comporta interrogare una versione, sospendere il giudizio o chiedere prove; una credenza cospirativa aggiunge l’attribuzione di una collusione segreta e intenzionale, spesso in assenza di evidenze adeguate a sostenerla.
Anzi, potremmo dire che lo scetticismo autentico possiede una caratteristica che il pensiero complottista più rigido rischia di perdere: deve poter essere rivolto anche verso se stesso. Il pensiero critico non consiste nel non credere alle versioni ufficiali. Consiste nel sottoporre a criteri comparabili sia la versione ufficiale sia quella alternativa. Significa poter dire: “Non mi convince” senza essere costretti, per questo, a concludere: “quindi conosco già la verità nascosta”. Tra il credere e il non credere esiste uno spazio psicologicamente faticoso: non sapere ancora.
Quando la certezza diventa una protezione dall’incertezza
Forse è proprio questo uno dei passaggi più delicati. La mente umana non cerca soltanto informazioni corrette, ma anche continuità, prevedibilità, significato. Una spiegazione incompleta mantiene aperte molte possibilità; una teoria totalizzante, invece, può chiuderle rapidamente. Da un punto di vista clinico, senza trasformare il complottismo in una diagnosi, è interessante osservare quanto la possibilità di tollerare l’incertezza attraversi molti processi psicologici. Essere capaci di sostare temporaneamente davanti a un “non lo so” richiede una forma di regolazione interna. Significa non dover trasformare immediatamente l’ambiguità in certezza per sentirsi nuovamente al sicuro.
È qui che l’overconfidence può diventare particolarmente seducente: non produce necessariamente più conoscenza, ma può produrre la sensazione soggettiva che la ricerca sia terminata. Una volta raggiunto quel punto, l’informazione contraria rischia di non essere più trattata come un dato da valutare, ma come una minaccia alla coerenza della costruzione precedente. Se chi contesta la teoria viene incorporato dentro la teoria stessa, la credenza acquista inoltre una proprietà quasi impermeabile: ogni confutazione può essere reinterpretata come prova dell’esistenza del complotto. Non è più soltanto una risposta. Diventa un sistema capace di proteggere la risposta.
E i social network?
Sarebbe facile arrivare fin qui e attribuire tutto agli algoritmi. Ma sarebbe scientificamente scorretto: lo studio di Pennycook, Binnendyk e Rand non ha sperimentato il ruolo dei social network e non dimostra che gli algoritmi producano né l’overconfidence né le credenze complottiste. Possiamo però comprendere perché un falso consenso già presente nella mente potrebbe trovare online condizioni particolarmente favorevoli. Se gran parte delle persone con cui interagiamo condivide, rilancia o commenta una determinata interpretazione, quella porzione di mondo può essere facilmente scambiata per il mondo intero. Cinquecento commenti concordi sotto un video non sono un sondaggio rappresentativo della società, ma psicologicamente possono assomigliargli.
La questione, quindi, non riguarda soltanto la quantità di informazioni disponibili. Riguarda la nostra capacità di comprendere da quale campione umano provengano quelle informazioni. Una comunità digitale può essere vastissima e continuare a rappresentare una minoranza. La visibilità non equivale alla prevalenza. La ripetizione non equivale alla verifica. E la familiarità di una tesi non è una misura della sua probabilità.
Ma l’overconfidence causa davvero il complottismo?
Qui occorre fermarsi prima della conclusione più invitante. Gli otto studi di Pennycook e colleghi mostrano un’associazione robusta, ma non consentono di affermare che l’overconfidence sia la causa delle credenze complottiste. Una ricerca pubblicata nel 2026 da Haiyan Wang e Jan-Willem van Prooijen ha ritrovato associazioni tra overconfidence e specifiche credenze cospirative relative, tra l’altro, al cambiamento climatico e al Covid-19. Quando però i ricercatori hanno provato sperimentalmente a modificare l’overconfidence, non hanno ottenuto evidenze sufficienti per concludere che il suo aumento producesse direttamente un aumento delle credenze complottiste.
Gli stessi autori invitano alla cautela anche perché la manipolazione sperimentale utilizzata aveva dei limiti. La loro interpretazione è quindi più prudente: l’overconfidence potrebbe non essere il motore unico che genera la convinzione, ma una caratteristica capace di rendere alcune persone più suscettibili a informazioni cospirative e meno sensibili ai segnali che dovrebbero indurle a rivederle.
E questa prudenza cambia molto il modo in cui dovremmo raccontare il fenomeno. Non esiste, allo stato attuale delle conoscenze, “la psicologia del complottista” riducibile a un singolo tratto. Esiste un intreccio tra processi cognitivi, bisogni psicologici, appartenenza sociale, esperienze di sfiducia, contesto culturale e ambiente informativo.
Perché correggere una notizia falsa qualche volta non basta
Se il problema fosse soltanto la mancanza di informazione, basterebbe fornire l’informazione corretta. Ma se entra in gioco anche la capacità di valutare la propria fallibilità, la questione diventa più complessa. Questo non significa che presentare prove sia inutile. Al contrario, uno studio pubblicato su Science nel 2024 ha coinvolto 2.190 persone che credevano in una teoria del complotto in dialoghi personalizzati e basati sulle evidenze con un sistema di intelligenza artificiale. In media le convinzioni complottiste si sono ridotte di circa il 20% e una parte dell’effetto era ancora rilevabile due mesi dopo. Il risultato suggerisce che anche convinzioni molto radicate possono cambiare quando la controargomentazione è sufficientemente specifica e risponde alle prove utilizzate dalla singola persona.
Un’altra ricerca pubblicata nel 2025 su Cognition ha trovato, attraverso dati provenienti da 48 culture, un’associazione negativa tra riflessione cognitiva e credenze complottiste; in uno studio sperimentale, un training di debiasing progettato per favorire la riflessione ha prodotto una riduzione sia delle convinzioni complottiste generali sia di quelle riferite al Covid-19. La risposta, allora, non sembra essere umiliare chi crede. Dire a qualcuno “sei ignorante” o “sei un complottista” difficilmente allena la capacità di rivedere il proprio giudizio. Può anzi trasformare una discussione epistemica in una battaglia identitaria. Occorre qualcosa di più difficile: restituire valore psicologico alla revisione.
Forse il contrario della credulità non è la certezza
Viviamo in una cultura che premia molto chi risponde rapidamente. Chi sa. Chi prende posizione. Chi non esita. Nei social, soprattutto, una frase categorica attraversa lo spazio più facilmente di una frase che contiene condizioni, probabilità e margini di errore. Eppure la scienza procede esattamente attraverso ciò che nella conversazione quotidiana può sembrare debolezza: misurare l’incertezza, correggere una previsione, distinguere un’associazione da una causa, cambiare conclusione quando cambiano le prove.
Forse è questa la parte più umana della ricerca di Pennycook e colleghi. Non ci dice soltanto qualcosa sulle persone che credono alle teorie del complotto. Ci ricorda una vulnerabilità più universale: possiamo tutti scambiare la forza con cui sentiamo una convinzione per la forza delle prove che la sostengono. La mente matura non è quella che non sbaglia mai, ma è quella che conserva una porta attraverso cui l’errore possa ancora essere riconosciuto. A volte il pensiero critico comincia proprio da lì, da una frase apparentemente piccola e invece difficilissima da pronunciare: potrei sbagliarmi.

