Con l’illusione di un sostegno accessibile, milioni di persone si rivolgono ai social – o meglio ai creators sui social – in cerca di risposte per la salute mentale. Ma dietro la promessa di consigli rapidi e facili, TikTok cela un rischio sottovalutato: la diffusione massiccia di informazioni errate.
La banalizzazione della salute mentale sui social
Un’indagine del Guardian, condotta su 100 video popolari sotto l’hashtag #mentalhealthtips, ha affidato il materiale a una task force di esperti. Il responso è netto: oltre la metà dei video veicola dati scorretti o ingannevoli. La maggior parte dei restanti, invece, è vaga o di scarsa utilità. In questi video si spazia da diagnosi frettolose a terapie improvvisate – come suggerire di mangiare un’arancia sotto la doccia contro l’ansia – proposte per lo più da influencer privi di competenze cliniche.
Poi ci sono i video mantra dove le emozioni vengono ridotti a formule semplicistiche: “Quando senti che tutti ti odiano, dormi. Quando senti di odiare tutti, mangia. Quando senti di odiare te stesso, fatti una doccia. E quando senti che tutti odiano tutti, esci”; anche per l’ansia circolano consigli su specifiche tecniche di respirazione, come se ne esistesse una valida per tutti; ma la realtà clinica è diversa e, se eseguiti male, certi esercizi rischiano persino di provocare iperventilazione e aggravare il malessere.
Psicologi e psichiatri coinvolti nell’analisi concordano: la semplificazione operata dai social, specie su temi complessi come i disturbi psichici, può risultare dannosa. L’abuso di termini diagnostici, la promozione di rimedi privi di fondamento scientifico e l’autodiagnosi rappresentano fenomeni in crescita e fonte di preoccupazione anche per la comunità scientifica italiana. Come ricorda la psicologa Fiamma Fenili su State Of Mind, il vero antidoto è la consapevolezza critica: la salute mentale non può ridursi a soluzioni lampo, ma richiede percorsi seri e la guida di professionisti qualificati. La regolamentazione dei contenuti e una maggiore attenzione ai rischi della disinformazione diventano così una priorità per proteggere chi è più vulnerabile.






