Dawson’s Creek non ci ha rovinato: ci ha riconosciuti. È di ieri, 11 febbraio 2026, la notizia della morte di James David Van Der Beek, il volto di Dawson Leery nella serie: aveva 48 anni e da tempo lottava contro un tumore al colon-retto, che aveva scelto di raccontare anche pubblicamente, senza edulcorare il peso – emotivo e concreto – delle cure negli Stati Uniti.
E sì: dispiace davvero. Perché quando se ne va un volto così, non se ne va solo “un attore che ha segnato un’intera generazione di adolescenti”. Se ne va un pezzo di linguaggio comune. Una faccia che è diventata lessico emotivo, meme, ricordo, colonna sonora. Ma soprattutto se ne va una presenza che per una generazione, ha avuto il coraggio (o l’incoscienza, che a volte è la stessa cosa) di raccontare l’adolescenza non come un trailer, ma come un attraversamento.
Dawson’s Creek e la profondità di un’adolescenza
E qui lo dico subito, prima che parta la solita giostra: basta con la posa “ahah Dawson’s Creek ci ha rovinato la vita”, “troppo tragica”, “troppe pippe mentali”, “ci ha fatto diventare insopportabili”. È una battuta facile,un modo furbo per mettersi sopra le cose e non dentro. E soprattutto è ingiusta, perché scambia una rappresentazione fedele per un eccesso melodrammatico. Come se il problema fosse la serie, e non il fatto – molto più scomodo – che l’adolescenza è spesso così: un rito di passaggio difficile, un laboratorio di identità dove ogni cosa pesa il doppio, dove ti sembra che tutto sia definitivo anche quando non lo è.
Guardandola oggi, con gli occhi di adulta e da psicologa, io Dawson’s Creek la ringrazio. Perché è stata, nel suo modo iper-parlato e iper-sentito, unadelle cose più oneste che la tv pop abbia fatto su quell’età: un mostro cheingoia l’innocenza con voracità, sì, ma anche un’officina dove impari (a tentoni) a diventare una persona.
Eh ma tutti la prendono sottogamba, l’adolescenza. La riducono a “crescere”, a “capire chi ti piace”, a “accettare un corpo che cambia”. Come se fosse solo un aggiornamento di sistema. Invece è un terremoto: un corpo che cambia e sembra posseduto dal demonio, un cervello che accelera in certi circuiti e frena in altri, un’identità che si costruisce mentre ti crolla addosso. E poi c’è l’altra parte, quella che gli adulti fingono di non vedere: l’inevitabilità dei “piccoli traumi”, quelli che – per fortuna – non riempiono le pagine della cronaca, ma fanno la cronaca interiore di ciascuno di noi: interazioni, aspettative, pressioni, frustrazioni quotidiane. Micro-umiliazioni, esclusioni, confronti, parole dette male, parole non dette.
Intrecci che non fanno sconti a nessuno
E soprattutto, il modo in cui tutto questo si incastra nel rapporto genitori-figli: non perché i genitori siano “cattivi”, ma perché spesso sono impreparati a quell’onda. Dawson’s Creek di queste cose ne è piena: famiglie che non reggono il passo, adulti che sbagliano, ragazzi che pagano il conto di ciò che non hanno scelto. E se a 16 anni ti sembrava “troppo”, forse era solo perché – sorpresa – era vero. Altro che Stranger Things, che è un’ammiscafrancesca che prende un po’ di Jurassic Park, un po’ di ET, un po’ Spielberg “di qua”, un po’ di Spielberg “di là”, e pensa di aver rappresentato bene cosa sia il mostro adolescenziale. Dawson’s Creek invece non ti faceva il regalo di sentirti forte. Ti faceva sentire esposto.
***Poi farò ammenda con i fan di Strenger Things. Non mi odiate, ma il dolore in questo momento è forte e con qualcuno me la dovevo pigliare!
Ti faceva capire che crescere non è diventare grandi: è perdere pelle, perdere certezze, perdere l’idea che qualcuno ti proteggerà sempre. E per quanto possa essere scomodo, quella serie ci ha insegnato una cosa che oggi manca ovunque: prendere sul serio quello che provi, senza farne per forza uno spettacolo. Anche se sarò sempre e sciaguratamente del team Peacy, non posso non riconoscere in Dawson l’amico che crede che le storie possano salvarci, anche quando la vita le smentisce. Quello che prova a dare un senso, a tenere insieme i pezzi, a nominare ciò che fa paura. A volte pedante, a volte irritante, a volte tenero in modo disarmante: come certi ragazzi intelligenti che, per non sentirsi travolti, parlano; parlano troppo e per vanità, ma per sopravvivenza.
E James Van Der Beek – per come l’abbiamo visto crescere, trasformarsi, prendersi in giro, restare umano – sembrava condividere con Dawson soprattutto una cosa: la tenerezza. Quella che si è sempre vista nel suo sguardo perennemente emozionato, come se la vita, nonostante tutto, avesse ancora il potere di stupire. Sapere che se n’è andato così giovane stringe il cuore. E mi fa arrabbiare solo l’idea che qualcuno userà questa morte come pretesto per fare ironia pigra su un’adolescenza “rovinata“. L’adolescenza non ce l’ha rovinata Dawson’s Creek. L’adolescenza, spesso, è proprio così: complicata, dolorosa, magnifica e tremenda. La serie, semmai, ha avuto il coraggio di non prenderci in giro.
Ciao, James. E grazie ❤️






