newsPsicoeducazione: insegnare a reggere un "no" per salvare una vita

Psicoeducazione: insegnare a reggere un “no” per salvare una vita

Dal caso Zoe Trinchero al nodo del rifiuto: la violenza non è un raptus ma un copione culturale. Psicoeducazione a scuola, in famiglia e online

Condividi

Un “no” è un confine, non è un’offesa e non è una prova da superare. Se c’è un filo che tiene insieme cronaca, psicologia e società senza mescolare i piani, è questo: restituire al rifiuto la sua natura reale. Un rifiuto è un dato relazionale (non una ferita da vendicare), e una comunità adulta dovrebbe educare le persone a reggerlo senza trasformarlo in pretesa.

Zoe Trinchero

Caso Trinchero: la scena del fatto, quando la versione di uno diventa pretesa sull’altro

Sul caso di Zoe Trinchero (17 anni), a Nizza Monferrato, la cronaca non offre ancora una ricostruzione univoca: la ragazza è stata uccisa e il corpo è stato ritrovato in un corso d’acqua. La vicenda, per come viene ricostruita finora, si appoggia in parte alla confessione di Alex Manna e alle prime risultanze investigative (incluso il depistaggio, con l’indicazione di un estraneo come “colpevole”), ma sul movente e perfino sullo “statuto” del legame circolano versioni divergenti; nella narrazione attribuita a Manna, la discussione sarebbe scoppiata attorno a una “loro relazione” che pare descriva come finita dopo un suo tradimento e riaperta dal tentativo di tornare insieme, respinto da Zoe, mentre gli amici della ragazza sostengono che quella relazione non sia mai esistita, e gli inquirenti, in parallelo, come emerge dalla cronaca locale, parlano dell’assenza di un legame sentimentale pregresso.

Dentro queste divergenze, però, ricorrono alcuni elementi: un confronto/una discussione a sfondo relazionale e un rifiuto come snodo della dinamica (qualunque fosse, o non fosse, lo “statuto” del legame). Infine, l’autopsia – riportata da più testate – aggiunge un punto che pesa più di ogni cornice narrativa: Zoe sarebbe stata ancora viva quando è stata gettata nel canale; la morte viene collegata ai traumi della caduta. Questo dato sposta la lettura dalla confusione del momento a una sequenza di scelte, e rende ancora più urgente distinguere tra “spiegare” e “giustificare”.

Anche se è ancora difficile districarsi dalle diverse versioni, è importante fornire una cornice, la quale serve per un motivo ben preciso: impedire due scorciatoie. La prima è il mito del “raptus” come buco nero che inghiotte tutto. La seconda è la favola consolatoria del “caso isolato”. La cronaca qui mostra una sequenza: discussione, violenza, depistaggio, omissione di soccorso, tentativo di riorientare la colpa. La sequenza non è solo “temperamento”: è un modo di interpretare l’altro e il limite.

La base che manca: cosa succede quando arriva un “no”

Un rifiuto produce emozione: delusione, rabbia, vergogna, senso di svalutazione. Fin qui siamo nell’umano. La differenza non la fa l’emozione, la fa l’interpretazione che le diamo, e soprattutto la capacità di regolarla. Quando una persona è educata (in famiglia, a scuola, nel gruppo dei pari) a leggere il rifiuto come un’informazione – “non succede”, “non è reciproco”, “mi fermo” – l’emozione resta dolorosa ma non diventa un pretesto per agire contro l’altra persona. Quando invece il rifiuto viene letto come umiliazione (“mi stai sminuendo”, “mi stai togliendo valore”), l’emozione cambia registro: non è più dispiacere, è minaccia identitaria. Da lì può scattare una logica di riparazione distorta: “se mi fai sentire piccolo, io ti rimetto al tuo posto”.

Questo è il livello minimo, psicologico: cosa succede dentro quando un “no” viene letto come umiliazione e non come informazione. Il livello sociale non lo contraddice: si innesta qui, perché l’ambiente educativo e culturale decide se quella ferita resta un’emozione da reggere o diventa una pretesa da far pagare. Che Manna, secondo testimonianze, avesse già mostrato tratti possessivi e ossessivi in una relazione precedente non sposta il discorso fuori tema: lo rende più concreto, perché mostra cosa accade quando un pattern individuale non trova argini, linguaggio e responsabilizzazione, ma solo narrazioni che lo legittimano.

Un copione che si apprende, è l’apprendistato di una società che non si preoccupa di psicoeducazione

Quando dico “copione” intendo una cosa molto concreta: un insieme di credenze e permessi impliciti su come funziona l’amore, su cosa “spetta” a chi desidera, su come si reagisce a un rifiuto, su cosa è virile e cosa è debole. Il copione più tossico – e purtroppo ancora riconoscibile – recita più o meno così: l’insistenza è prova d’amore; la gelosia è interesse; il controllo è cura; la partner è un’estensione del proprio valore; se perdi quella relazione, perdi la faccia. In questo copione, il “no” dell’altro non è un limite legittimo: è un sabotaggio della tua immagine. E se il “no” diventa un sabotaggio, allora diventa “ragione” di punizione.

Il punto che voglio dire senza scorciatoie è questo: la violenza non è solo incapacità personale. È anche un contesto che per anni ha confuso intensità con possesso, ha romanticizzato la perseveranza cieca, ha tollerato micro-controlli come se fossero normali. Il singolo è responsabile delle sue scelte, ma il terreno che rende certe scelte pensabili è collettivo.

Perché tutto questo oggi è inaccettabile

Succede da sempre, ma oggi è inaccettabile per un motivo molto preciso: sappiamo che non è un “incidente privato” che si ripete per caso. I dati italiani mostrano una stabilità che, quando riguarda la violenza letale sulle donne, smette di essere statistica e diventa struttura: nel 2024 gli omicidi di donne diminuiscono di una sola unità e, soprattutto, il rischio per le donne resta concentrato dentro la relazione, con un tasso di donne uccise da partner o ex partner rimasto invariato rispetto al 2023. Se lo sai e continui a raccontarlo come fatalità domestica – “una storia storta”, “una coppia malata”, “un ragazzo fragile” – stai rinunciando alla prevenzione, cioè all’unica parte che una società può davvero controllare: ciò che insegna prima che accada.

Ed è qui che non basta “dire le stesse cose” con parole nuove: bisogna introdurre la psicoeducazione a scuola e in famiglia come infrastruttura, non come lezione morale, perché serve a dare forma a ciò che altrimenti resta impulso e narrazione tossica – cosa significa rifiuto, cosa significa limite, che differenza c’è tra dolore e diritto, tra perdita e annientamento. Inoltre, oggi, l’alfabetizzazione emotiva non deve misurarsi solo con l’eredità patriarcale “offline”, ma con un accelerante moderno: il mondo parallelo online, dove linguaggi d’odio e misoginia circolano, si rinforzano a vicenda e trasformano la frustrazione in ideologia, la delusione in vendetta, l’altro in bersaglio; l’UNESCO lo descrive come un contesto in cui l’hate speech – che include la misoginia – si diffonde più rapidamente e dove l’educazione è una leva esplicita di contrasto.

In questa cornice, parlare di psicoeducazione significa anche questo: non solo “insegnare l’affettività”, ma insegnare a reggere il no, a perdere senza distruggere, a non trasformare una ferita narcisistica in una pretesa; e farlo con continuità, perché i copioni che uccidono non nascono in una notte, si imparano nel tempo.

Psicoeducazione: il contro-copione che si può insegnare

Psicoeducazione significa rendere insegnabili competenze che spesso lasciamo al caso: riconoscere le emozioni, comprenderne i trigger, distinguere tra impulso e azione, sapere cosa fare quando si è feriti senza fare male. Significa dare linguaggio e strumenti là dove, altrimenti, resta solo comportamento. Qui è utile una distinzione netta: non stiamo parlando di “educazione ai sentimenti” come atmosfera romantica, ma stiamo parlando di educazione alla regolazione emotiva e al consenso. Cioè: come si gestisce un rifiuto; come si legge un confine; come si sta in conflitto senza escalation; come si chiude una relazione senza trasformarla in proprietà contesa.

Non è un’idea campata in aria: è esattamente uno dei cardini indicati dalla Convenzione di Istanbul, che all’articolo 14 chiede azioni educative su parità, ruoli non stereotipati, rispetto reciproco e soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali. E la cornice internazionale sulla “comprehensive sexuality education” (che nella pratica include relazioni, rispetto, competenze e prevenzione della violenza) insiste su programmi scientificamente accurati, adatti all’età e strutturati lungo l’infanzia e l’adolescenza. La psicoeducazione è il momento in cui una comunità smette di sperare che “imparino da soli” e decide che certe cose si apprendono come si apprende una lingua. Per ripetizione, per esempi, per correzioni, per modelli adulti coerenti.

La competenza di imparare a perdere

La cronaca di Zoe Trinchero non è solo una tragedia privata, né un’astrazione sociologica. È il punto in cui si incontrano tre livelli: una scelta individuale (non delegabile), una fragilità emotiva (non scusante), un copione culturale (non innocente). La società “non educata ai sentimenti” non è una frase generica: è una società che non ha reso obbligatoria la competenza di perdere. Perdere una relazione, perdere un’illusione, perdere l’idea di possedere l’altro.

Ecco perché oggi è inaccettabile: perché non possiamo più fingere che sia mistero. La domanda, dopo ogni femminicidio, non dovrebbe essere solo “che cosa non ha saputo fare lui?”. Dovrebbe essere anche: che cosa non abbiamo insegnato – a scuola e in famiglia, con metodo e continuità – su rifiuto e consenso, sulla differenza tra emozione e diritto, su come si regge la frustrazione senza trasformarla in pretesa; su come si attraversa un conflitto senza escalation e si accetta una perdita senza punizione.

Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.

Leggi di più

Potrebbe interessarti: