In terapia di coppia c’è una parola che torna spesso: “è una sciocchezza”. Una sciocchezza è un “mi piace”, un gesto senza corpo e senza voce. Ma le relazioni non si rompono quasi mai per un singolo evento isolato: si incrinano per ripetizione, per asimmetria, per piccoli atti che – sommati – cambiano il clima emotivo di una casa. È su questa soglia che si colloca la decisione che arriva dalla Turchia. La Yargıtay (Corte di Cassazione), 2ª Sezione Civile, ha confermato una pronuncia in cui i like ripetuti alle foto di altre donne vengono qualificati come “comportamenti che scuotono la fiducia” (güven sarsıcı davranış) e possono pesare nella valutazione della colpa nella crisi matrimoniale.
l caso nasce a Kayseri: i coniugi (indicati con iniziali H.B. e S.B.) avviano domande di divorzio reciproche. La moglie sostiene, tra le altre cose, di essere stata umiliata e non supportata economicamente e porta anche un elemento che oggi è diventato banalmente frequente: il marito avrebbe messo “mi piace” alle foto di altre donne sui social, in modo tale da risultare, nella sua percezione, un segnale costante di mancanza di rispetto e di lealtà. Il marito replica accusandola di eccessiva gelosia e di condotte offensive. In primo grado, il tribunale stabilisce il divorzio e attribuisce al marito una responsabilità maggiore, riconoscendo assegni e risarcimenti. In appello, la Corte regionale conferma il punto centrale—i like come condotta idonea a incrinare la fiducia—ma rimodula le cifre (assegno aumentato, risarcimenti ridotti). Infine la Cassazione turca conferma.
Il dettaglio che conta, psicologicamente e giuridicamente, è questo: nessuno dice che un like “equivale” a un tradimento. La sentenza dice che può essere prova di una dinamica lesiva della fiducia, soprattutto quando è ripetuta e inserita in un contesto di conflitto e svalutazione.
Perché un like ripetuto non è sempre casuale
Qui il tuo punto è centrale e merita precisione: il like, soprattutto quando è ripetuto, spesso non è “a caso” perché non è solo un gesto, è un segnale sociale. È un modo di dire”ti ho vista”, “ti sto guardando”, “ti sto registrando”. Anche quando non c’è un messaggio privato, c’è comunque una micro-comunicazione pubblica che può essere letta come un investimento minimo ma reale. E questo, dentro un matrimonio, tocca un nervo scoperto: l’attenzione non è neutra. È una forma di scelta. In molte coppie, la ferita non è il contenuto in sé (la foto), ma l’impressione che l’altro stia spostando la propria disponibilità mentale – anche solo per frammenti – fuori dal patto di priorità emotiva.
Sul “circuito ricompensa-abitudine”: hai ragione a chiedere cautela
Qui serve cautela: un like non è sempre un premio. Se dall’altra parte non arriva nulla – né risposta né aggancio – il gesto resta unidirezionale. Non è ancora una dinamica di scambio. Tuttavia, resta un segnale, o un rito minimo, che però in coppia può comunque pesare perché comunica attenzione fuori dal patto.
In sostanza, anche senza feedback esterno, un like può funzionare come auto-segnale. Non “mi gratifica lei”, ma mi gratifica l’immagine di me che sto sostenendo: sono ancora desiderabile, posso ancora farmi notare, non sono solo marito/compagno, ho ancora margine di scelta. Questa è una ricompensa interna, identitaria, che non ha bisogno della risposta dell’altra persona per esistere. Quindi sì: evitiamo scorciatoie. A volte il like ripetuto è abitudine piatta, a volte è un gesto intenzionale di “tenere la porta socchiusa”, a volte è una regolazione emotiva (noia, bisogno di conferma, fuga dall’intimità reale). Il punto clinico non è incasellare: è chiedersi che funzione ha, e soprattutto che effetto produce nella coppia.
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“Da un like tira l’altro”: non è destino, ma è una soglia più bassa
Anche qui serve precisione. Non è automatico che il like diventi conversazione privata. Ma è vero che abbassa la soglia: crea familiarità, normalizza l’attenzione ripetuta, rende meno “strano” il passo successivo. Inoltre i social, per come sono progettati, aumentano la probabilità di esposizione e di ricorrenza (vedi più contenuti simili, più profili, più stimoli), e questo può amplificare sia la tentazione sia la gelosia del partner, alimentando sorveglianza e conflitto. La letteratura su gelosia e dinamiche relazionali mediate dai social mostra che l’ambiente digitale può diventare un moltiplicatore: non perché “fa tradire”, ma perché rende più facili ambiguità, confronti e interpretazioni minacciose.
Il quesito non è sul like ma sul patto
Questa sentenza turca, al di là del contesto giuridico specifico, mette il dito su un tema che molte coppie evitano finché non esplode: il patto digitale. Non esiste una regola universale. Esiste una domanda inevitabile: che cosa consideriamo “rispettoso” quando la nostra attenzione è pubblica, tracciabile, ripetibile? La risposta più efficace, quasi sempre, non è la polizia dei gesti. È una negoziazione adulta e specifica: non “non devi mettere like”, ma “quando diventa ripetitivo e orientato verso contenuti erotizzati, io lo vivo come un segnale di disinvestimento”; non “sei esagerata”, ma “capisco l’effetto, e posso scegliere un comportamento che non ti metta in allarme”. Perché la fiducia raramente crolla per un click. Crolla quando quel click, ripetuto, diventa una piccola abitudine che il partner impara a temere – e l’altro impara a minimizzare.
Fonti:
- Güneri, Y. (2025, November 19). Yargıtay: Başka kadınların fotoğrafını beğenmek boşanma nedeni [Court of Cassation: Liking other women’s photos is grounds for divorce]. Habertürk.
- Elphinston, R. A., & Noller, P. (2011). Time to face it! Facebook intrusion and the implications for romantic jealousy and relationship satisfaction. Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking, 14(11), 631–635. PubMed
- Muise, A., Christofides, E., & Desmarais, S. (2009). More information than you ever wanted: Does Facebook bring out the green-eyed monster of jealousy? Cyberpsychology & Behavior, 12(4), 441–444. PubMed






