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Il Simposio proibito: quando la censura entra in aula

Platone nel mirino in Texas: tra divieti su identità e orientamento, la libertà accademica si restringe e la filosofia diventa terreno di censura

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Quando un’università mette le mani su Platone e decide cosa “si può” leggere e cosa no, non sta facendo igiene culturale. Sta facendo addestramento. E quando questo addestramento si appoggia a divieti espliciti su razza, orientamento sessuale e identità di genere, non lo puoi più chiamare “prudenza”, “attenzione”, “neutralità”. Lo puoi chiamare solo in un modo: dittatura culturale. Quella versione moderna, pulita, presentabile; arriva con una mail. Con una policy. Con la parola “compliance”.

Nel Texas di oggi, la cornice politica è chiara e dichiarata: il governatore Greg Abbott viene raccontato dalla stessa istituzione come un “strong conservative leader” che difende “Texas values”. E non stiamo parlando di un clima astratto. Stiamo parlando di un contesto in cui l’idea di “valori” si traduce sempre più spesso in un progetto: ridurre la complessità morale e civile a un perimetro consentito.

Il punto: qui non c’è “cultura war”, c’è un potere che seleziona l’umano

Chi prova a minimizzare questa storia la racconta come una “guerra culturale” tra fazioni. È una favola comoda, perché mette tutto sullo stesso piano: come se fosse solo un litigio ideologico. Ma qui il punto è più crudo: ci sono temi vietati per decreto. E i temi non sono teorie: sono persone. Sono esperienze umane. La prova è nei testi normativi e nelle policy. Nelle scuole texane (K-12), la Senate Bill 12 è diventata legge nel 2025 e vieta istruzione e discussione su orientamento sessuale e identità di genere, limitando anche pratiche e club collegati a questi temi.

Cancellazione programmata di ciò che si può dire e non si può dire

E nel sistema universitario, alla Texas A&M University System, è arrivata una linea ancora più tossica perché si finge “neutra”: una policy che richiede controllo e approvazioni su corsi che toccano razza, genere o identità sessuale, con audit dei syllabus e procedure di segnalazione. Poi, a fine 2025, la stretta è stata concentrata sul core curriculum (il cuore della formazione undergraduate). Questa è restrizione.

Il caso Platone: quando un classico diventa “troppo pericoloso”

Dentro questa cornice, non sorprende che sia successo l’impensabile: un professore di filosofia, Martin Peterson, si è visto intimare di rimuovere passaggi del Simposio e altri contenuti, perché ritenuti incompatibili con le nuove regole. Il messaggio implicito era semplice: o tagli, o perdi il corso.

Ci sembra offendere l’intelligenza di chi legge spiegando l’ovvio, ma qui è chiaro che non si tratta più di un dibattito su “come insegnare”. È un ordine su cosa è ammesso pensare. Il dettaglio più rivelatore è che non stiamo parlando di un autore contemporaneo, di un pamphlet militante, di un testo di propaganda. Stiamo parlando di Platone: uno dei pilastri della cultura occidentale. E quando un potere arriva a “bonificare” un pilastro, il bersaglio non è il singolo contenuto: è il metodo della libertà.

Cos’è davvero il Simposio (e perché un regime morale lo teme)

Il Simposio non è pornografia filosofica. Non è “indottrinamento”. È una scena di pensiero: un banchetto, uomini colti, una domanda che sembra semplice e invece è esplosiva: che cos’è l’amore? E lì succede ciò che un potere moralizzatore non tollera: l’amore viene interrogato senza chiedere permesso alla dottrina dominante.

Nel dialogo, Eros non è ridotto a un modello unico e disciplinato. È plurale, ambivalente, umano. C’è chi parla di desiderio e di bellezza. Chi distingue eros “basso” e amore “alto”.
E poi c’è Aristofane con il mito più destabilizzante: gli esseri umani erano interi e sono stati spezzati; da allora cercano la loro metà: uomo che cerca un uomo, donna che cerca una donna e donna e uomo che si cercano. In quel mito, l’amore non è un dovere sociale: è una ferita che cerca ricomposizione. Non è “ordine”: è bisogno, destino, riconoscimento. E sì, nel Simposio esiste anche la dimensione dell’eros tra uomini nel mondo greco, raccontata non come “mostro” da rimuovere, ma come parte della realtà umana e simbolica. Non è propaganda: è rappresentazione culturale, complessità antropologica, materiale di pensiero.

Infine arriva la parte più pericolosa per qualsiasi autoritarismo: Socrate con Diotima.
L’amore come scala: dal corpo alla bellezza, dalla bellezza all’idea, fino a una forma di verità che non è catechismo e non è slogan, ma libertà mentale. Ecco cosa stanno colpendo, quando colpiscono Platone: un testo che mette l’umano prima della dottrina, ma che in Texas sono pagine che “si presterebbero a interpretazioni non binarie dei generi”, non riconoscendo che il testo mostra semplicemente la pluralità dell’amore, ambivalente, perfino contraddittorio. E che la cultura serve a contenere questa complessità, non a sterilizzarla.

Pillola storica (indispensabile prima di procedere)

Ed è proprio qui che serve fare chiarezza, senza isterie e senza scorciatoie. Gli adolescenti devono arrivarci da soli, al proprio modo di amare e di riconoscersi: non per abbandono, ma per dignità psicologica. Non li “orienti” con un testo, non li programmi con una pagina. Un’identità affettiva non nasce per contagio: nasce per maturazione, esperienza, ascolto di sé. E l’unico compito serio degli adulti non è decidere che cosa debbano diventare, ma creare le condizioni perché possano diventarlo senza paura.

Però questa autonomia non cresce nel vuoto. E infatti la vera tutela – quella che nessuno può attaccare perché è semplicemente educativa – non è togliere Platone, non è prosciugare i libri, non è far finta che certi temi non esistano. È introdurre educazione ai sentimenti e all’empatia già dalla scuola elementare: riconoscere emozioni, imparare il rispetto, capire i confini, distinguere desiderio e prevaricazione, saper stare nella frustrazione senza trasformarla in aggressione. Non è educazione sessuale. È educazione umana. Serve a far sì che, qualunque forma prenderà l’amore di una persona, sia capace di rispettare la propria libertà e quella degli altri, senza vergogna e senza violenza.

E poi c’è un altro nodo che il moralismo contemporaneo evita perché lo smonta: l’idea che esista un solo modello “naturale” di famiglia, cura e amore. La storia e l’antropologia ci dicono il contrario: quello che oggi chiamiamo “normale” spesso è soltanto recente. Harari – nel suo libro “Sapiens” – insiste su un punto molto concreto: per l’essere umano, crescere un figlio è sempre stato un’impresa collettiva, fatta di aiuti, reti, vicinato: “ci vuole un’intera tribù”, non una coppia isolata.

E se vogliamo andare ancora più a fondo esiste anche un dato culturale e documentato che rompe l’illusione della paternità come “proprietà privata”: in diverse società, è stata osservata la cosiddetta paternità condivisa o multipla (partible paternity), cioè la credenza che un bambino possa avere più padri, e che più uomini possano essere socialmente responsabili della sua cura. Harari fa un esempio esplicito (i Barí) e lo usa per mostrare che, storicamente, l’idea di “un solo padre biologico certo” non è sempre stata un assoluto culturale. E non è solo un aneddoto: una ricerca su PNAS descrive la diffusione di queste credenze in aree dell’Amazzonia e il fatto che possano tradursi in investimento di più uomini sullo stesso bambino.

Questo non significa romanticizzare “gli albori” o spacciare una sola teoria come verità universale. Significa dire una cosa molto più sobria e molto più potente: l’essere umano ha conosciuto, e conosce, più modelli di cura e di legame di quanti il potere moralista sia disposto ad ammettere. In alcune condizioni, perfino l’incertezza di paternità può diventare un fattore che orienta le reti di supporto e l’investimento parentale (è un tema discusso anche nella letteratura evoluzionistica sull’alloparentalità).

Poi arriva la svolta che irrigidisce le forme. Quando la vita si ancora alla terra, quando contano proprietà, eredità, discendenza, controllo. Non è poesia: è struttura. La ricerca mostra che l’avvento del farming richiede nuovi sistemi di diritti di proprietà, e trasforma la condivisione tipica di molti gruppi mobili in regole più rigide su risorse e accesso. E Harari osserva anche che, almeno dalla Rivoluzione Agricola in poi, molte società hanno avuto assetti patriarcali e punitivi verso chi deviava dai ruoli prescritti.
Non è “natura”: è organizzazione del potere.

Ed è per questo che censurare un testo come il Simposio è così grave: perché non stai difendendo i ragazzi. Stai difendendo un ordine simbolico fragile, che non regge l’idea che l’amore – nella storia, nelle culture, nelle persone – sia stato sempre più vasto di qualunque recinto. E se davvero ti importa dei giovani, non li rendi forti togliendo pagine. Li rendi forti insegnando presto la competenza emotiva più decisiva: rispettare ciò che non controlli.

 

Fobie travestite da neutralità

Perché quando un sistema decide che “orientamento sessuale” e “identità di genere” sono temi da espellere dai corsi base, non sta proteggendo nessuno. Sta dichiarando che certe realtà umane sono intrinsecamente sospette. È la logica dell’oppressione morale: non ti dico “non esistere”, ti dico “non nominarti”. E ciò che non si può nominare, a lungo andare, diventa vergogna. Diventa invisibilità. Diventa colpa. Un potere omofobo non ha bisogno di gridare “odio”. Gli basta costruire un sistema dove la presenza LGBT+ è trattata come una contaminazione culturale: qualcosa da evitare per non “compromettere la formazione.

Secondo Orwell, la dittatura è una questione di linguaggio prima ancora che di polizia

Per capire ciò che sta accadendo, mi appello a Orwell che fa un’analisi lucidissima di questo sistema: la dittatura non comincia quando qualcuno ti impedisce di parlare. Comincia quando ti toglie le parole per pensare. La censura moderna raramente si presenta come censura. Si traveste da burocrazia: policy, revisioni, audit, approvazioni, hotline per reclami. È un modo elegante per ottenere lo stesso risultato: ridurre il pensiero senza dichiarare guerra al pensiero. È una forma di “newspeak” applicata alla didattica: non ti vieto la realtà, ti vieto il vocabolario. E se ti vieto il vocabolario, la realtà diventa impronunciabile. E se diventa impronunciabile, diventa facilmente negabile.

Non è questione di “paura”. È questione di disciplina

Un sistema conservatore che vuole preservare un modello unico di famiglia e di ruoli non può tollerare che la scuola e l’università mostrino la pluralità dell’umano. Quindi non attacca le persone direttamente: attacca i contesti che le legittimano. Taglia testie parole, restringe programmi, mette i docenti sotto sorveglianza amministrativa. Il risultato è semplice e misurabile: meno complessità, meno pensiero, più conformismo. Non è ignoranza: è progetto che elimina il vocabolario. Ed è qui che la dittatura è perfetta: perché non ti chiede di credere. Ti chiede solo di essere stanco. Di essere fragile. Di essere dipendente da ciò che è semplice. Una comunità che non sa reggere un dialogo filosofico sul desiderio è una comunità che, domani, non saprà reggere un dissenso politico. E allora si adatterà alla censura come se fosse un analgesico.

Quando proibisci un tema, stai proibendo un metodo

Se un docente deve chiedere approvazione per parlare di razza, genere, orientamento, identità… allora l’università non è più un luogo di ricerca: è un luogo di autorizzazione. Non stai insegnando etica, filosofia, storia. Stai insegnando conformità. E la conformità è sempre una forma di violenza mentale: non ti rompe le ossa, ti rompe l’autonomia, ti sottrae libertà.

I regimi più efficaci non sono quelli che ti impediscono di parlare. Sono quelli che ti educano a non farlo più. Quando il messaggio è “se tocchi questi temi, ti metti nei guai”, la persona intelligente non combatte: si adatta. Taglia una pagina. Evita una frase. Sostituisce un testo con un altro. E così che l’aula, lentamente, diventa un posto dove non si impara più a pensare: si impara a non sbagliare. Questa non è scuola. È addestramento alla prudenza. E la prudenza, quando diventa struttura, è solo un altro nome della paura.

Censura dei libri: una vecchia tecnica del potere

Non è nemmeno una novità storica: la censura dei libri è uno dei primi gesti con cui un potere mostra la sua natura. È successo con l’Inquisizione e con l’Index Librorum Prohibitorum, la lista dei testi proibiti dalla Chiesa cattolica per ragioni di fede o “morale”: un sistema che non discuteva le idee, le dichiarava pericolose e le metteva fuori legge per secoli, fino alla sua abolizione nel 1966.

È successo con i regimi del Novecento, quando la censura si è fatta amministrazione e ministero: nel fascismo, il controllo della produzione culturale e letteraria passava da una macchina sempre più centralizzata, capace di bloccare, manipolare, intimidire autori ed editori prima ancora che un testo circolasse davvero. E l’immagine più brutale resta quella dei roghi nazisti del 1933, sostenuti dal potere e usati come messaggio: non stiamo correggendo un eccesso, stiamo rifacendo il mondo “a immagine dell’ideologia”. Il punto è sempre lo stesso: quando un’autorità decide quali libri sono ammissibili, non sta proteggendo la società. Sta dichiarando che la verità non si cerca: si autorizza.

Perché il Simposio è l’obiettivo perfetto per chi vuole opprimere

Il Simposio è pericoloso perché non è “LGBT” nel senso moderno del termine, e proprio per questo smaschera l’inganno. Non è un manifesto contemporaneo. È un classico che mostra che l’amore ha sempre avuto forme e linguaggi complessi. Quindi vietarlo significa una cosa sola: non stai difendendo i giovani da un “contenuto”. Stai difendendo il potere dall’idea che l’umano non sia uniforme. E un potere che non regge la pluralità dell’umano non è un potere “conservatore”. È un potere autoritario.

Se un’università arriva a censurare Platone, non sta scegliendo quali pagine assegnare. Sta scegliendo quale tipo di umanità formare. E l’umanità che nasce dalla censura è sempre la stessa: più docile, più povera, più ansiosa. Una mente che non sa stare davanti a un testo difficile è una mente che, presto o tardi, non saprà stare davanti a una realtà difficile. Non stanno difendendo gli studenti. Stanno difendendo un ordine morale che non regge la libertà altrui.

Fonti:

  • Platone, “Simposio”
  • Yuval Noah Harari, Sapiens. “Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità (Harper/Bompiani).
  • Stephen Beckerman, Paul Valentine (a cura di), Cultures of Multiple Fathers: The Theory and Practice of Partible Paternity in Lowland South America, University Press of Florida, 2002. ynharari.com
  • Robert S. Walker, Mark V. Flinn, Kim R. Hill, “Evolutionary history of partible paternity in lowland South America”, 2010. PNAS
  • Texas Tribune, “Texas A&M tightens rules on race and gender courses” 2025. texastribune.org
  • Texas Education Agency (TEA), comunicazione informativa su SB 12. 2025. tea.texas.gov
  • Testo della legge SB 12 (Texas), sezione su restrizioni a orientamento sessuale e identità di genere (2025). legiscan.com
  • Houston Chronicle, spiegazione delle nuove regole Texas A&M su corsi legati a razza/genere/identità sessuale. 2026. houstonchronicle.com
  • Inside Higher Ed, “Plato Censored as Texas A&M Carries Out Course Review” (7 gennaio 2026). insidehighered.com
Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.

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