Prima erano tutti narcisisti, adesso sono tutti evitanti. La narrazione online sulle relazioni ha cambiato cattivo, ma non ha cambiato struttura: servono etichette rapide, diagnosi a distanza, categorie che spieghino perché qualcuno è arrivato nella nostra vita offrendoci un mondo di sentimenti e sensazioni, salvo poi sparire al primo ostacolo o alla prima risposta scomoda. Come spesso accade, la realtà è meno cinematografica e più utile. Prima di qualsiasi etichetta, quello che vale la pena osservare è il modo in cui qualcuno si avvicina – perché è lì che si vede la differenza tra chi ti desidera e chi ha fame di ciò che tu puoi dargli. Quando questa “fame” di viversi un rapporto arriva troppo presto, con una densità che non corrisponde al tempo passato insieme, assume quasi sempre la forma di parole troppo grandi per il momento in cui vengono dette. “Non mi era mai successo.” “Con te è diverso.” “Mi fai sentire cose che non sentivo da anni.” Sono frasi che dopo un primo appuntamento dovrebbero far alzare un sopracciglio, non il battito cardiaco. Perché una dichiarazione di intensità che arriva prima della conoscenza dice molto sulla persona che la pronuncia. E quel bisogno, per quanto lusinghiero, non è amore. È una richiesta di rispecchiamento che ha urgenza di essere soddisfatta e che tu, in quel momento, sembri poter soddisfare.
Performance precoci
Diana Fosha (psicologa americana) distingue tra ciò che chiama core affect – l’emozione autentica, quella che emerge quando una persona si sente sufficientemente al sicuro da mostrarsi senza dover recitare un ruolo – e il defensive affect, un’emozione che si presenta al posto di quella vera per proteggersi dall’esposizione. Le frasi gonfiate del primo appuntamento possono essere esattamente questo, qualcosa di più simile a un automatismo che a un inganno: un affetto difensivo che mima l’intimità per evitare il rischio dell’intimità reale. Chi le pronuncia sta esibendo una versione di sé costruita per generare vicinanza immediata senza mai dover sostenere ciò che quella vicinanza comporta nel tempo. È una performance emotiva che regge finché regge il bisogno che l’ha generata. Quando il bisogno si sposta – e si sposta sempre – la performance crolla, e tu resti con le mani piene di parole bellissime che non significavano quello che pensavi.
Qui è necessario fare una distinzione che la narrazione online sta progressivamente erodendo. La prima fase era quella in cui tutto era narcisismo: ogni partner deludente era un narcisista, e di conseguenza ogni ghosting diventava un discard e ogni ritorno un hoovering; come se bastasse un vocabolario per spiegare un’intera relazione. Ora il pendolo si è spostato sull’evitamento che spesso per la psicologia deriva da uno stile di attaccamento insicuro che porta con sé la ferita che impedisce di restare. E questa seconda narrazione è per certi versi più pericolosa della prima, perché è più romantica. L’evitante è il dannato della storia e non il “cattivo” come nel caso dei narcisisti. E chi ama i dannati si racconta che basterà abbastanza pazienza e abbastanza amore per farli restare.
Narcisismo vs Evitante: il nuovo trend sui social
Visto che sui social la confusione è davvero tanta, credo sia giusto fare un’ulteriore precisazione: avere tratti di funzionamento narcisistico non significa avere un disturbo narcisistico di personalità; e avere uno stile di attaccamento insicuro non significa essere incapaci di relazione. I tratti sono sfumature del funzionamento umano – li abbiamo tutti, in combinazioni diverse, a intensità diverse. I disturbi sono pattern rigidi, pervasivi, che compromettono significativamente la vita della persona e di chi le sta intorno. È un errore clinico confondere i due piani perché toglie responsabilità a chi ha semplicemente deciso – consapevolmente o meno – di non investire. Non tutto ciò che è discontinuo è profondità ferita. A volte è scarsa trasparenza, scarso investimento, o un’attenzione distribuita altrove che si vuole nascondere.
L’intensità non è intimità e la fame di qualcuno non è amore per te. Sue Johnson, psicologa clinica, nel suo lavoro sulle dinamiche di attaccamento nelle coppie, individua una domanda implicita che attraversa ogni relazione significativa: sei lì per me? Posso contare su di te? Sono importante per te? Quando la risposta a queste domande è costantemente ambigua – mai un no chiaro, mai un sì affidabile, solo un forse perpetuo che tiene sospesi – il sistema nervoso entra in uno stato di protesta o di spegnimento. L’intimità autentica si costruisce nell’accumulo di piccole coerenze: ti dico che ci sarò e ci sono, ti dico che chiamo e chiamo, ti dico che mi interessa e il mio comportamento lo conferma giorno dopo giorno nella semplice quotidianità. Invece, la fame è un picco: arriva bruciando tutto l’ossigeno della stanza, e poi si ritira lasciando un silenzio che tu riempi di interpretazioni o di giustificazioni costruite per conto dell’altro.
Il ciclo inseguitore-distanziatore, una sbagliata e romantica narrazione
Johnson descrive il ciclo inseguitore-distanziatore come una coreografia in cui entrambi reagiscono allo stesso panico – la paura di perdere il legame – ma in direzioni opposte: chi insegue cerca il contatto, chi si distanzia lo gestisce. Sui social, una quantità infinita di creator e life coach, stanno romanticizzando il polo del distanziatore, presentandolo come profondità, come riservatezza, come un’anima ferita che ha bisogno di spazio. Ma Johnson è chiara su un punto: il ritiro emotivo non è di per sé un segno di profondità o di patologia. Diventa problematico quando è l’unica risposta disponibile e quando chi lo agisce non fa alcun movimento per accorciare la distanza che crea. In questo senso, le red flag sono un po’ più difficili da riconoscere anche se hanno tutte la stessa struttura: una discrepanza tra la parola e il gesto. Alcuni esempi sono la frase magnifica seguita da tre giorni di silenzio o di appuntamenti rimandati; ancora, l’invito estemporaneo all’ultimo minuto – “ci vediamo stasera?” – che non è spontaneità ma gestione del contatto a proprio uso: ti cerco quando il mio bisogno si accende, non quando il tuo esiste; i rinvii cronici, la vaghezza sui piani, la sensazione persistente di essere una possibilità tra le altre da attivare quando fa comodo. E la narrazione della propria vulnerabilità usata non come apertura ma come scudo: “sono fatto così”, “ho bisogno dei miei tempi”, “le mie relazioni passate mi hanno segnato”. Sono frasi che possono essere vere e frasi che possono essere alibi. La differenza la fa ciò che segue: un cambiamento graduale e visibile, oppure la ripetizione identica dello stesso pattern con la stessa scusa come didascalia.
Non confondere chi ti cerca quando ha bisogno con chi ti sceglie quando non ne ha. La vulnerabilità vera non coincide con l’ambiguità, con sparizioni totali, inviti estemporanei o con la sensazione di essere un’opzione da attivare a piacimento. Bisogna fare attenzione e cercare di capire quando è gestione unilaterale del contatto. Come si riconosce? Quando voi non potete decidere, o è sì o è sì, altrimenti tutto salta. Fosha parla di undoing of aloneness – l’idea che la vera connessione avviene quando una persona riesce a vivere un’emozione difficile in presenza dell’altro senza fuggire. Chi è davvero vulnerabile e davvero interessato in genere comunica il proprio limite senza usarlo come lasciapassare per l’incoerenza. Dice “faccio fatica con la vicinanza” e poi fa un passo, anche se piccolo, nella direzione della vicinanza. L’ambiguità invece gestisce direttamente senza interpellarti, spesso scomparendo. Non dice “ho bisogno di tempo” – torna quando gli fa comodo e chiede implicitamente che tu sia ancora lì, senza che tu faccia domande su dove è stato/a nel frattempo.
Imparare a leggere i fatti
La cosa più difficile non è riconoscere questi pattern nell’altro. È smettere di collaborare con la narrazione che li giustifica e di scambiare la briciola per il pane o l’eccezione per la regola. Non servono diagnosi per capirlo, e non serve sapere se l’altro funziona con tratti narcisistici, con uno stile evitante, o se è semplicemente una persona poco interessata che non ha la trasparenza di dirlo. L’unica cosa che può aiutarvi è imparare a leggere i fatti e chiedersi se questa o quella persona è emotivamente accessibile. Come si fa? Verificando se vi è presenza quotidiana che non funziona a intermittenza. Tuttavia, fate attenzione anche al suo opposto: l’iper-presenza digitale. Chi è disponibile 24h su 24 in chat ma poi dirada gli incontri reali sta creando una forma di dipendenza; il contatto costante genera un’illusione di vicinanza che il corpo prima o poi chiede di verificare dal vivo e se questo incontro non arriva, il bisogno aumenta invece di diminuire.
Nota importante
Questo articolo nasce dall’osservazione di un fenomeno di divulgazione, non dalla volontà di sminuire la rilevanza clinica dei disturbi di personalità o degli stili di attaccamento insicuro. Il disturbo narcisistico di personalità e il disturbo evitante di personalità sono condizioni riconosciute dai principali sistemi diagnostici (DSM-5-TR, ICD-11), con criteri precisi, soglie di compromissione funzionale misurabili e percorsi terapeutici strutturati. Chi ne soffre merita rispetto, comprensione e accesso a un trattamento adeguato.
Il problema affrontato in queste pagine è un altro: l’uso improprio di categorie diagnostiche come scorciatoie narrative all’interno dei social media, dove termini come “narcisista” o “evitante” vengono utilizzati come etichette relazionali generiche, svuotate del loro significato clinico e applicate indiscriminatamente a qualsiasi dinamica di coppia che generi sofferenza. Questa semplificazione non aiuta chi cerca di comprendere la propria esperienza e non tutela chi convive realmente con un disturbo.
La distinzione tra tratti di funzionamento e disturbi strutturati non è un tecnicismo, ma una responsabilità professionale. Chiunque sospetti di trovarsi in una relazione con una persona affetta da un disturbo di personalità, o riconosca in sé pattern che generano sofferenza significativa, è invitato a rivolgersi a un professionista della salute mentale per una valutazione adeguata. Un articolo di divulgazione, per quanto accurato, non sostituisce un percorso diagnostico e terapeutico.








