psicologia delle relazioniChi cresce un bambino? I legami oltre la famiglia nucleare

Chi cresce un bambino? I legami oltre la famiglia nucleare

Nonne, zie, insegnanti, educatori, amici e vicini non sostituiscono i genitori, ma possono diventare presenze decisive nello sviluppo. Psicologia e antropologia ricordano che la cura dei bambini non è mai stata un’impresa solitaria: è la società contemporanea ad averla concentrata dentro famiglie sempre più sole.

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Alcune persone non ci hanno messi al mondo, eppure hanno partecipato al modo in cui siamo entrati nel mondo. Può essere stata una nonna capace di accorgersi della tristezza prima che diventasse una spiegazione, una zia dalla quale si poteva andare senza preparare le parole, l’insegnante che non ha scambiato il silenzio per disinteresse, il padre di un amico che ha mostrato un modo diverso di essere adulti. Di alcune di queste persone non ricordiamo con precisione che cosa abbiano detto o fatto; ricordiamo piuttosto chi potevamo essere in loro presenza. Meno impauriti, meno sbagliati, più curiosi. Guardando indietro, ci accorgiamo che la nostra educazione affettiva non è avvenuta soltanto nella casa in cui siamo cresciuti e che la genealogia, pur dicendoci da chi proveniamo, non esaurisce l’elenco di coloro che ci hanno aiutati a diventare.

Un recente approfondimento di Psychology Today ha definito queste presenze “seconde madri” o madri aggiuntive: donne che non sostituiscono la madre biologica, ma offrono al bambino, all’adolescente e talvolta anche all’adulto qualcosa che in quella relazione non ha trovato o non poteva trovare. Il riconoscimento, una diversa possibilità di dialogo, uno sguardo meno carico della storia familiare. L’idea di fondo è semplice e, proprio per questo, quasi rivoluzionaria rispetto alle aspettative che abbiamo costruito intorno alla maternità: nessuna madre può essere tutto per un figlio e nessun figlio dovrebbe avere bisogno che lo sia.

La famiglia alla quale abbiamo chiesto l’impossibile

Nella società contemporanea la famiglia viene trattata come una piccola istituzione autosufficiente. Le si chiede di produrre sicurezza economica, presenza emotiva, educazione, socializzazione, salute, intrattenimento, protezione dai rischi e capacità di affrontare ogni crisi senza disturbare troppo il mondo esterno. Se un bambino cresce sereno, il merito viene attribuito quasi interamente ai genitori; se manifesta una difficoltà, gli stessi genitori diventano rapidamente il primo luogo nel quale cercare la colpa. Intorno, però, possono esserci lavori che divorano il tempo, servizi insufficienti, abitazioni lontane dai parenti, quartieri privi di luoghi d’incontro e adulti troppo stanchi per sostenersi reciprocamente. È come se una società consegnasse un bambino a una o due persone, ritirasse progressivamente le proprie risorse e tornasse in seguito soltanto per valutarne il lavoro.

All’interno di questa privatizzazione della cura, il carico non viene neppure distribuito in modo uniforme. Anche quando entrambi i genitori lavorano, l’organizzazione materiale ed emotiva della vita infantile continua spesso a ricadere soprattutto sulle donne. Alla madre non viene chiesto soltanto di amare, ma di prevedere: ricordare scadenze, interpretare cambiamenti d’umore, mantenere i rapporti con la scuola, accorgersi delle paure, anticipare i pericoli e garantire che ogni esperienza diventi evolutiva. Una madre sufficientemente buona è stata lentamente trasformata in una madre potenzialmente onnisciente. Quando non riesce a esserlo, ciò che dovrebbe essere riconosciuto come limite umano viene vissuto come colpa personale.

L’attaccamento non ha un solo volto

La psicologia dello sviluppo non ci dice che un bambino debba affidarsi indiscriminatamente a qualunque adulto, ma neppure che possa costruire un unico legame significativo. I bambini formano comunemente relazioni di attaccamento con più caregiver e ciascuna di queste relazioni possiede una qualità propria: il legame con il padre non è la copia di quello con la madre, così come quello con un nonno, un’educatrice o un’altra figura stabile non coincide necessariamente con nessuno dei due. Una revisione dedicata alle reti precoci di attaccamento ha sottolineato quanto la ricerca si sia concentrata a lungo sulla madre, trascurando il fatto che lo sviluppo reale avviene spesso dentro una costellazione di presenze. Ha anche ricordato, con correttezza, che gli studi sull’effetto congiunto di più legami sono ancora relativamente pochi e hanno prodotto risultati non sempre uniformi: non possiamo ridurre tutto alla formula secondo cui più adulti equivalgono automaticamente a uno sviluppo migliore. Contano la continuità, l’affidabilità e la qualità della relazione, non il semplice numero delle persone presenti.

Una figura sicura può offrire al bambino una possibilità relazionale che altrove manca, ma non cancella magicamente le conseguenze di un ambiente violento, trascurante o imprevedibile. Può però introdurre una differenza. Può essere l’adulto che crede a ciò che il bambino racconta, quello che gli permette di sperimentare un conflitto senza il timore di perdere l’amore, quello che non interpreta ogni errore come un’offesa personale. La funzione di queste relazioni non consiste nel costruire una famiglia alternativa perfetta, ma nell’impedire che un unico rapporto diventi l’intero orizzonte attraverso il quale il bambino impara a giudicare se stesso e gli altri.

Perché chiamiamo “madre” quasi ogni forma di cura?

L’espressione “seconda madre” contiene affetto, ma rivela anche qualcosa del nostro linguaggio. Quando una donna ascolta, protegge, prepara da mangiare, accompagna o consola il figlio di un’altra persona, siamo portati a riconoscere il valore del suo gesto chiamandolo materno. In questo modo, però, continuiamo ad attribuire la cura alle donne anche quando proviamo ad allargarne i confini. Un nonno, uno zio, un fratello maggiore, un insegnante o un vicino possono esercitare una funzione di cura senza dover diventare simbolicamente madri; allo stesso modo, un padre che si occupa quotidianamente del proprio figlio non sta “aiutando” la madre, ma sta esercitando la propria genitorialità. Una rete autentica nasce quando la cura smette di essere una qualità eccezionale concessa ad alcuni uomini e un dovere naturale assegnato a quasi tutte le donne.

Allargare la rete non significa diminuire l’importanza dei genitori. Al contrario, può rendere il loro posto più umano, liberandolo dall’obbligo di soddisfare ogni bisogno e di possedere ogni risposta. Un figlio non tradisce sua madre quando trova comprensione in una zia, né sminuisce suo padre quando prende un insegnante come modello. L’affetto non funziona come una proprietà che perde valore se viene condivisa. Sapere che esistono altre persone affidabili può permettere al bambino di allontanarsi senza sentirsi abbandonato e di tornare senza sentirsi prigioniero; può anche consentire ai genitori di restare persone, con una stanchezza, una vita adulta e dei limiti che non devono essere continuamente nascosti.

Prima della famiglia isolata c’era una rete

L’antropologia definisce alloparenting la cura prestata da persone diverse dai genitori biologici. La lunga dipendenza dei bambini umani, che hanno bisogno per anni di nutrimento, protezione, insegnamento e regolazione emotiva, avrebbe reso molto difficile affidare la sopravvivenza alla disponibilità di una sola persona. In numerose società di cacciatori-raccoglitori, nonne, fratelli e sorelle maggiori, padri, zii, altri parenti e talvolta persone non imparentate partecipano in modi diversi alla cura dei piccoli. L’antropologa e primatologa Sarah Blaffer Hrdy ha proposto che questa cooperazione non sia stata un elemento marginale, ma una parte importante del successo evolutivo umano: i bambini capaci di riconoscere più volti affidabili e gli adulti capaci di cooperare nella cura avrebbero avuto maggiori possibilità di sopravvivere.

Anche Yuval Noah Harari, in Sapiens, ricorda che un neonato umano, così dipendente e bisognoso di cure prolungate, difficilmente avrebbe potuto essere allevato da una madre completamente sola mentre cercava risorse per sé e per i figli. Da qui la sua espressione: per crescere un essere umano serve una tribù. Non significa che in ogni epoca e in ogni gruppo tutti si occupassero di tutti nella stessa misura, né che conflitti, gerarchie e abusi fossero assenti. Significa che la famiglia autosufficiente, chiusa dentro la propria abitazione e responsabile privatamente di ogni bisogno, non coincide con l’unica organizzazione possibile della cura e probabilmente neppure con quella che ha accompagnato la parte più lunga della nostra storia.

Una rete non è una folla

Riconoscere il valore della cura condivisa non significa idealizzare il passato o consegnare i bambini a una comunità indistinta. Le comunità possono accogliere, ma possono anche controllare; possono proteggere, ma anche imporre silenzi e trasmettere violenza. Non ogni parente è una presenza sicura e la continuità biologica non costituisce una garanzia morale. Un bambino ha bisogno di adulti riconoscibili, affidabili, capaci di rispettare i suoi confini e di non coinvolgerlo in conflitti di lealtà. La rete funziona quando le differenze tra gli adulti ampliano il mondo del bambino senza costringerlo a scegliere da che parte stare, quando la responsabilità viene condivisa senza diventare confusa e quando nessuno utilizza la propria disponibilità per acquistare obbedienza, gratitudine o appartenenza.

Per questo non basta ripetere che “serve un villaggio”. Un villaggio non nasce chiedendo alle nonne di sostituire gratuitamente servizi che mancano, alle insegnanti di assorbire ogni sofferenza familiare o agli amici di rendersi disponibili dopo giornate già consumate dal lavoro. La comunità richiede un’architettura concreta: relazioni di quartiere, spazi pubblici abitabili, scuole nelle quali le figure educative possano rimanere abbastanza a lungo da diventare riconoscibili, servizi accessibili, tempi di lavoro compatibili con la vita e luoghi nei quali adulti e bambini possano incontrarsi senza dover acquistare qualcosa. Abbiamo trasformato una parte crescente della cura in una prestazione da comprare o in un favore da domandare; in seguito abbiamo chiamato fragilità individuale l’esaurimento di chi non poteva permettersi né l’una né l’altro.

Chi si è accorto che c’eravamo?

Quando un adulto afferma di avere cresciuto un figlio completamente da solo, le sue parole non raccontano soltanto una storia personale: descrivono anche un fallimento collettivo. Nessun genitore dovrebbe essere costretto a diventare l’intera società del proprio bambino e nessun bambino dovrebbe dipendere dall’energia inesauribile di una sola persona. La funzione della rete non è sottrarre autorità alla famiglia, ma impedire che l’amore venga deformato dalla solitudine, dall’affaticamento e dalla paura di non avere alternative.

Forse, ripensando all’infanzia, la domanda più importante non è soltanto chi ci abbia cresciuti, ma chi si sia accorto che c’eravamo. Chi ha mantenuto una promessa, chi ci ha offerto un linguaggio diverso da quello della nostra casa, chi ha visto una possibilità mentre noi eravamo ancora troppo piccoli per nominarla. I genitori non perdono il proprio posto quando altre persone amano i loro figli: perdono, semmai, l’obbligo impossibile di occupare tutti i posti. E un bambino, circondato da legami sicuri, non impara che una persona vale meno perché ha bisogno degli altri. Impara qualcosa di più vicino alla condizione umana: che nessuno diventa se stesso completamente da solo.

Fonti principali

  • Rick Miller, Who Are the Second Moms in Your Life?, Psychology Today, 8 ottobre 2026.
  • Or Dagan e Abraham Sagi-Schwartz, Early Attachment Networks to Multiple Caregivers.
  • Sarah Blaffer Hrdy, Meet the Alloparents.
  • Yuval Noah Harari, Sapiens. Da animali a dèi.
  • Robert S. Walker, Mark V. Flinn e Kim R. Hill, Evolutionary History of Partible Paternity in Lowland South America.
Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.

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Psicologa Clinica Giulia Maria Averaimo
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