psicologia generaleLa mappa delle aggressioni passive che ti sfiniscono nelle relazioni

La mappa delle aggressioni passive che ti sfiniscono nelle relazioni

Non urlano, non insultano: si sottraggono. Le aggressioni passive feriscono con spallucce, silenzi e uscite di scena, lasciandoti solo/a con il danno e senza possibilità di riparazione.

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Quante volte vi è capitato di uscire da una conversazione spaesati e solo dopo un po’ arriva il pensiero: “Aspetta: questo mi ha colpito/a”? O quante volte ci si ritrova storditi dopo quello che sul momento sembrava un semplice dialogo o scambio di battute? Quella sensazione non è “niente”. È un tipo di aggressione che non alza la voce, non lascia lividi e spesso non sembra nemmeno aggressione. Eppure consuma: perché costringe a lavorare di continuo per capire cosa sta succedendo, cosa è stato fatto “di sbagliato”, cosa va aggiustato.

Ecco la chiave: l’aggressione passiva non somiglia a un attacco. Somiglia a un vuoto. È una ferita fatta con l’assenza: assenza di risposta, di riscontro, di assunzione di responsabilità. Non ti colpisce con una frase “grave”. Ti lascia solo/a con l’effetto. Quando si parla di aggressione, si immagina qualcuno che fa qualcosa: dice, urla, accusa. Nell’aggressione passiva, invece, la cosa più potente è ciò che non viene fatto. E non perché manchino le parole. Ma perché le parole vengono ritirate proprio nel punto in cui servirebbero.

Questa forma di aggressione funziona così: ferisce senza esporsi, perché usa frasi o gesti che dall’esterno possono sembrare “normali” o comunque non abbastanza espliciti da essere contestati. Lo psicoanalista Josh Cohen ce lo spiega molto bene in un articolo apparso su Internazionale (2024), in cui ha descritto l’aggressività espressa in modo passivo come un modo indiretto e spesso insidioso di mostrare antagonismo o disobbedienza, lasciandosi però la possibilità di negare in modo credibile le proprie intenzioni. Tradotto in parole semplici: ti arriva addosso un messaggio che punge, ma se provi a chiedere conto, l’altro può rispondere “non intendevo”, “hai frainteso”, “sei tu che esageri”. È un colpo che, a differenza di un insulto diretto, lascia sempre una via di fuga.

Quando la subisci senza riuscire a nominarla, succede questo: non soffri solo per ciò che è stato detto o fatto, ma per il lavoro extra che ti viene scaricato addosso. Ti ritrovi a dover rendere “legittimo” il tuo dolore, a spiegare perché non è un’esagerazione, a cercare la frase giusta che dimostri che c’è stato un colpo anche se non ha lasciato segni evidenti. E questo logora più di un litigio aperto. Perché un litigio, almeno, ha contorni chiari: sai dove mettere le mani. Qui no: qui tutto resta sfumato, e tu resti solo/a a orientarti nella nebbia.

Che cosa rende “aggressiva” una fuga

Una persona può essere stanca. Può essere impacciata. Può aver bisogno di tempo. Non tutto è aggressione. La differenza è semplice, e si capisce da una domanda: l’altro si ferma per non fare danni, o si ritira per non pagare i danni? Una pausa sana ha una forma adulta, ti dice: “Sono troppo attivato, mi prendo dieci minuti e poi ne riparliamo”; pausa sana non ti restituisce nulla; ti dà un tempo, un ritorno, un patto minimo. L’aggressione passiva non si manifesta solo quando qualcuno “sparisce”. A volte resta lì, ma si sottrae lo stesso: mette silenzio nel punto in cui una risposta è dovuta. E quel silenzio, piazzato nel momento giusto, è già una mossa.

Succede spesso così: tu pronunci una frase che, per logica umana prima ancora che per educazione, dovrebbe aprire un confronto. Non stai facendo psicologia, stai dicendo qualcosa di lineare: “Quindi per te finisce così?”, “Allora non c’è nulla di cui parlare?”. Sono quelle esclamazioni più che logiche e che richiedono un presa di posizione che non arriva. In cambio arrivano spallucce, un mezzo sorriso, lo sguardo che scivola via, il corpo che si sposta come per dire: non meriti risposta.

In quel momento succede la cosa più destabilizzante: la conversazione viene interrotta senza che sia stata davvero interrotta “a parole” perché dall’altro lato non c’è reazione. Tu resti con il tema in mano e con la richiesta sospesa, ma senza un interlocutore che se ne faccia carico. L’altro o l’altra, invece, ottiene un vantaggio enorme: non deve rispondere, quindi non deve assumersi nessuna responsabilità. Può andarsene “pulito/a”, come se non avesse fatto niente. E il costo cade su di te: confusione, frustrazione, e spesso un dubbio che si insinua subito – ho detto qualcosa di troppo? ho sbagliato tono? dove ho sbagliato?

Questo è il punto: quel non reagire non è neutralità, ma una reazione per sottrazione. Serve a due cose: la prima è bloccare il confronto – se non rispondo, non esiste discussione; la seconda è evitare responsabilità: se non prendo posizione, non puoi chiedermi conto della mia posizione. Così tu rimani senza appigli e per trovare un senso, inizi a fare il lavoro più pesante: ricostruire, interpretare, aggiustare. E a forza di finire ogni volta nel vuoto, impari anche la lezione implicita: alcune domande è meglio non farle, perché il prezzo è restare da solo/a con quello che hai appena detto o contestato.

La scena che spiega tutto, senza equivoci

Quando provi a dire qualcosa tipo: “Non so con quale forza possiamo andare avanti dopo che mi hai ferito”, non stai cercando una scena, ma una richiesta molto semplice: resta qui un attimo e riconosci che è successo qualcosa tra noi. Non stai chiedendo che l’altro/a ti dia ragione, stai chiedendo che non faccia finta di niente, che non trasformi quello che è accaduto in un problema solo tuo.

Lo stesso vale quando non riesci ancora a chiamarla “offesa”, ma senti che quel presunto complimento ti ha abbassata e provi a dirlo con parole imperfette: “Non so se ho capito male, ma questa cosa mi suona così…”, “Mi ha lasciato addosso qualcosa”, “Perché me lo dici così?”. Anche lì la richiesta è identica: un confronto minimo, un chiarimento, un’assunzione di responsabilità. Fare spallucce, andarsene, restare in silenzio come se tu non avessi detto nulla. Oppure liquidare tutto con un “stai esagerando”, “te la prendi per niente”, “sei troppo sensibile”. Oppure ancora: “ok, ti chiedo scusa”, ma detto solo per farti contento/a e spegnere il confronto. In quel momento non è calma. È un modo di chiudere la scena senza affrontarla. È come se l’altro dicesse, senza dirlo: “Io non ci sto. Non entro nel merito. Non mi prendo il peso di questa cosa. Te la tieni tu.”

Ed è per questo che è così destabilizzante: perché ti lascia con una ferita senza testimone. Non solo soffri, ma in più ti viene tolta la possibilità di dare un senso a ciò che è successo. La relazione, per un attimo, diventa un monologo: tu porti un fatto, l’altro si sottrae, così la sottrazione diventa potere.

C’è una crudeltà “pulita” in questo gesto proprio perché, da fuori, sembra innocuo. Chi lo compie non appare aggressivo: appare controllato, persino superiore. E questa è l’ultima torsione: tu resti con l’emozione in mano e rischi di sentirti anche in colpa per averla mostrata. Diventi “quello/a che esagera”. L’altro o l’altra, invece, resta “quello/a tranquillo”; ma la tranquillità qui non è maturità: è una fuga resa in maniera elegante.

Perché dopo ti senti stordito/a

Lo stordimento è la conseguenza di un meccanismo ripetuto: ti viene tolto il riscontro. Se ti feriscono e poi restano presenti, puoi almeno fare due cose: nominare, chiarire, riparare o chiudere. Se ti feriscono e poi spariscono, oppure si silenziano, tu non puoi fare nulla di ordinato. Ti resta solo la ruminazione: ripercorrere la scena, pesare le parole, chiederti se hai detto troppo, se hai sbagliato tono, se dovevi essere più dolce, più leggera, più ironica. In pratica: ti viene chiesto di aggiustare te stessa per rendere l’altro disponibile. Ed è qui che l’aggressione passiva diventa estenuante: non ti ferisce solo una volta, ma ti fa entrare in una routine. Ti addestra a fare la cosa che ti consuma: lavorare per due.

Il distinguo

E c’è anche l’altra faccia della medaglia, che aiuta a distinguere un tuo eventuale eccesso da una dinamica manipolativa. Se davvero stessi esagerando, una controparte sana non avrebbe bisogno di spallucce, fughe o frasi che ti ribaltano addosso la colpa. Ti risponderebbe in modo semplice e responsabile, restando nel merito. Per esempio: “Capisco che questa frase ti abbia punto. Non era la mia intenzione. Quello che volevo dire era X. Se ti ha fatto male, me ne dispiace: dimmi come preferisci che lo dica.” Oppure, se il punto è un limite: “Su questo non me la sento di continuare adesso. Ho bisogno di una pausa, ma ne riparliamo stasera”; 0ppure “Su questo se preferisci chiarire o porre un confine, vorrei saperlo”.

Perché è così difficile provare di aver subito aggressione passiva?

Molti si bloccano qui: “Sì, ma cosa gli dico? Non ha detto niente.” Esatto. È questo il punto. L’aggressione passiva non è costruita per essere “provata”. È costruita per essere negata. Se provi a nominarla, spesso la risposta non entra nel merito. Sposta il focus su di te. Diventa: “Sei permaloso/a”, “Sei pesante”, “Non si può parlare con te”, “Hai capito male”. Non si discute ciò che è successo: si discute la tua percezione. E quando una relazione comincia a discutere la tua percezione, il danno raddoppia: prima la ferita, poi il dubbio su di te.

Clinicamente parlando

L’aggressione passiva può essere letta anche come un modo difensivo, spesso non pienamente consapevole, di gestire conflitto e stress: l’ostilità non viene espressa in forma diretta e assertiva, ma di traverso. Invece di dire “sono arrabbiato” o “non sono d’accordo”, la tensione passa attraverso comportamenti che bloccano e puniscono senza dichiararsi: ritardi ripetuti, inefficienza “casuale”, dimenticanze selettive, ostinazione, silenzi ostili. Il vantaggio psicologico è evidente: si evita il confronto aperto e, insieme, si riduce il rischio percepito di colpa, di ritorsione o di esporsi emotivamente. Il costo, però, lo paga la relazione: perché l’altro resta a decifrare un attacco che non viene mai ammesso.

Il DSM

Per anni il comportamento “aggressivo-passivo” è stato considerato anche come possibile quadro di personalità nei manuali diagnostici (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), poi come voce nosografica autonoma, l’inquadramento è diventato oggetto di dibattito, e nelle versioni più recenti non è stato mantenuto come diagnosi a sé stante. Questo non significa che il fenomeno sia sparito. Significa che la diagnosi è stata discussa, ma lo stile relazionale – ferire e poi sottrarsi, punire senza ammettere, negare l’impatto – continua a essere riconoscibile, e spesso si intreccia con funzionamenti di personalità più complessi. Detto ancora più semplice: il manuale può cambiare le definizioni, ma certi comportamenti continuano a esistere e a fare danni.

Il criterio finale: responsabilità o fuga

A questo punto, per non perdersi in analisi infinite, serve un criterio che salvi o quanto meno protegga. Non è: “Perché lo fa?” Non è: “È un disturbo?” È: “Quando porgo l’impatto sul piatto, resta o scappa?” Perché la riparazione non richiede perfezione. Richiede presenza. Richiede almeno questo: “Ok, parliamone.” Oppure: “Ho bisogno di una pausa prima di andare avanti con la discussione.” Questo è il minimo sindacale della responsabilità. Se invece la risposta tipica: silenzio, sparizione, derisione, ribaltamento… allora la relazione ti sta dicendo una verità che non puoi ignorare: non è un luogo dove il dolore può essere riconosciuto. È un luogo dove il dolore viene lasciato a chi lo prova. E allora la domanda cambia. Non è più “Come glielo spiego meglio?”, è “Perché devo spiegarmi a qualcuno che sceglie di non esserci?”.

Questo, alla fine, è il senso della mappa: non per incastrare l’altro, ma per non incastrarti tu. Per smettere di chiamare “sensibilità” quello che spesso è un segnale lucidissimo: hai percepito una fuga di responsabilità. E se una persona ferisce e poi si sottrae, il danno non sparisce. Semplicemente passa tutto dalla tua parte.

Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.

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