Una revisione scientifica pubblicata nel 2026 sulla rivista Behavioral Sciences suggerisce che molti disagi associati alla vita contemporanea possano essere compresi attraverso il concetto di disadattamento evolutivo. Stress cronico, ansia, solitudine, competizione esasperata e sensazione di essere costantemente in ritardo nascerebbero anche dalla crescente distanza tra l’ambiente nel quale si sono formati i nostri sistemi psicologici e quello, radicalmente diverso, che abbiamo costruito nel giro di pochi secoli.
Lo studio, firmato da Jose C. Yong, Amy J. Lim, Edison Tan e Sarah H. M. Chan, inserisce questa distanza dentro la cosiddetta era della policrisi: una fase storica nella quale instabilità economica, emergenza climatica, conflitti geopolitici e trasformazioni tecnologiche si sovrappongono, amplificando reciprocamente i propri effetti. Il cervello viene così chiamato a elaborare contemporaneamente pericoli vicini, catastrofi lontane, richieste quotidiane e problemi globali sui quali possiede un controllo minimo. Gli autori precisano che si tratta di una revisione concettuale, costruita per formulare una cornice teorica e ipotesi verificabili, e non di una spiegazione unica di ogni difficoltà psicologica contemporanea.
Per gran parte della storia umana, le minacce avevano una forma concreta. Un predatore, un’aggressione, la scarsità di cibo o l’ostilità di un gruppo rivale richiedevano una risposta immediata. La paura preparava il corpo alla fuga o alla difesa e, una volta terminato il pericolo, l’attivazione poteva ridursi. Il mondo attuale espone invece la mente a segnali che raramente possiedono una conclusione riconoscibile: una notifica ne sostituisce un’altra, una crisi rimane aperta per mesi, una notizia viene aggiornata di ora in ora, mentre il confronto sociale prosegue anche quando siamo fisicamente soli.
Il nostro DNA, per riprendere l’immagine dello storico e filosofo Harari, pensa ancora di trovarsi nella savana. I sistemi che regolano la risposta al pericolo e la posizione nel gruppo si sono modellati durante una storia evolutiva lunghissima, trascorsa in ambienti circoscritti, tra pochi volti conosciuti e minacce fisicamente vicine. Le metropoli, le notifiche, le crisi seguite in diretta e il confronto quotidiano con migliaia di persone sono comparsi troppo rapidamente perché la selezione naturale potesse produrre adattamenti biologici equivalenti. Viviamo quindi con un organismo antico dentro un ambiente recentissimo: una sproporzione temporale che aiuta a comprendere una parte dello stress contemporaneo.
La questione centrale sollevata dallo studio riguarda la velocità. L’ambiente culturale e tecnologico può cambiare nell’arco di una generazione. Un adattamento biologico complesso si consolida attraverso variazioni ereditarie, pressioni selettive e migliaia di generazioni. Significa che il tempo necessario non si misura soltanto in migliaia di anni: può estendersi per decine o centinaia di migliaia di anni. Nel frattempo, l’agricoltura ha trasformato la vita umana circa dodicimila anni fa, l’industrializzazione lo ha fatto in pochi secoli e la rivoluzione informatica in qualche decennio.
Alcuni cambiamenti genetici circoscritti possono diffondersi più rapidamente quando incidono profondamente sulla sopravvivenza o sulla possibilità di avere discendenti. I sistemi che regolano paura, appartenenza, competizione, desiderio e ricerca della sicurezza sono però il risultato di una storia lunghissima. Nessun aggiornamento culturale può riscriverli biologicamente nell’arco di una vita. Possiamo imparare a regolare le nostre reazioni, costruire abitudini e modificare il comportamento grazie alla plasticità cerebrale; l’architettura profonda della specie segue un calendario immensamente più lento: è l’evoluzione biologica a essere lentissima.
In pochi decenni abbiamo consegnato a un cervello formatosi entro comunità ristrette l’intero pianeta. Gli chiediamo di assistere alle guerre in tempo reale, valutare quotidianamente la propria posizione rispetto a migliaia di persone, interpretare quantità sterminate di informazioni e mantenere una prestazione costante dentro condizioni economiche spesso instabili. L’architettura emotiva che un tempo proteggeva l’essere umano da pericoli circoscritti viene sollecitata da un ambiente privo di confini e pause naturali.
Il cervello dei predatori dentro il mondo delle notifiche
Affermare che possediamo ancora il cervello degli esseri umani costretti a fuggire dai leoni è una semplificazione, eppure contiene una parte essenziale del problema. I nostri sistemi di allerta si sono formati in condizioni nelle quali reagire rapidamente a un segnale ambiguo aumentava le probabilità di sopravvivere. Scambiare un movimento tra l’erba per un predatore comportava un dispendio inutile di energia. Ignorare un predatore reale poteva costare la vita.
Quella sensibilità al pericolo continua a operare. Oggi il movimento tra l’erba può assumere la forma di una mail del responsabile, di una notizia economica, di una risposta che tarda ad arrivare o di un’immagine capace di farci sentire inadeguati. Il cervello registra la possibile minaccia, mobilita attenzione ed energia e ci spinge a controllare ancora. Spesso manca un’azione concreta capace di chiudere il ciclo dell’allarme.
Il sistema di allerta può quindi rimanere acceso davanti a eventi che si svolgono a migliaia di chilometri, persone che non incontreremo mai e confronti che non appartengono alla nostra comunità reale. I meccanismi sviluppati per valutare la posizione all’interno di un gruppo circoscritto vengono esposti a popolazioni sterminate, disuguaglianze visibili e rappresentazioni esasperate dello status. Lo studio ipotizza che questa estensione artificiale del campo sociale accresca la competizione percepita, l’insicurezza e la sensazione che gli altri siano sempre più avanti.
La nuova preda è l’attenzione
L’essere umano appartiene anche alle specie predatorie. Per sopravvivere ha imparato a osservare a distanza, seguire tracce, prevedere movimenti, cooperare durante la caccia e attendere il momento più favorevole per agire. Le stesse capacità convivevano con la cura, la condivisione e la costruzione di legami, altrettanto indispensabili alla vita del gruppo. L’ambiente digitale ha offerto un nuovo territorio ad alcune delle nostre disposizioni più antiche. Oggi la risorsa da intercettare può essere l’attenzione: limitata, preziosa e continuamente contesa. Le piattaforme sono costruite per catturarla, misurarla e trattenerla; alcune persone imparano a utilizzarne i meccanismi per ottenere accesso emotivo agli altri.
Il predatore di attenzione osserva senza esporsi completamente, raccoglie informazioni, individua i punti più sensibili e somministra segnali capaci di mantenere l’altro in attesa. Una visualizzazione, un’apparizione intermittente, un messaggio ambiguo o una reazione lasciata al momento opportuno possono diventare esche minime. Il loro valore risiede nell’incertezza che producono: il cervello cerca di completare ciò che resta aperto e torna a controllare.
La tecnologia ha reso questa forma di predazione più semplice e meno rischiosa. Consente di raggiungere molte persone, studiarne le abitudini, verificare le reazioni e scomparire prima di affrontare le conseguenze. La caccia non riguarda più necessariamente un corpo o una risorsa materiale. Può rivolgersi alla disponibilità affettiva, al desiderio, alla conferma e al tempo mentale di qualcuno. Definire una condotta predatoria richiede comunque una ripetizione riconoscibile. Non basta un messaggio tardivo o una relazione incerta. Il comportamento diventa predatorio quando l’attenzione dell’altro viene provocata, trattenuta e riattivata per ottenere gratificazione o potere, mentre reciprocità e responsabilità restano sistematicamente escluse.
Quando la tecnologia anticipa il corpo
La tecnologia ha moltiplicato i segnali capaci di raggiungerci e ha trasformato l’ambiente con una rapidità incompatibile con i tempi dell’adattamento biologico. Inoltre, potrebbe avere un altro effetto ancora più profondo: rallentare o sospendere l’evoluzione adattativa di alcuni tratti, proteggendoci proprio dalle pressioni che avrebbero potuto favorirli.
Quando una difficoltà ambientale viene risolta attraverso un’invenzione, il corpo perde parte della necessità di adattarsi biologicamente. Costruiamo abitazioni e impianti di riscaldamento prima che la specie sviluppi una maggiore resistenza al freddo; curiamo malattie che in passato avrebbero ridotto le possibilità di sopravvivenza; utilizziamo strumenti, protesi e dispositivi per compensare limiti fisici. La cultura interviene molto prima dei geni e modifica il rapporto tra caratteristiche biologiche, sopravvivenza e riproduzione. Può attenuare alcune pressioni selettive, accentuarne altre e introdurne di completamente nuove.
In questo senso, affermare che la tecnologia potrebbe arrestare la nostra evoluzione contiene un’intuizione valida, purché si precisi quale evoluzione. Nessun dispositivo può fermare mutazioni, ricombinazione genetica, deriva e cambiamenti nella frequenza delle varianti ereditarie. La tecnologia può però interrompere il percorso attraverso il quale una determinata pressione ambientale avrebbe favorito uno specifico adattamento. Prima che il corpo cambi, cambiamo l’ambiente; prima che la biologia trovi una soluzione, ne costruiamo una esterna.
L’essere umano continua quindi a evolversi, mentre la direzione del cambiamento diventa sempre più difficile da separare dalle condizioni artificiali create dalla cultura. Medicina, tecnologie riproduttive, mobilità globale, alimentazione industriale e ambienti digitali stanno modificando le pressioni alle quali siamo sottoposti. Potrebbero rallentare alcune forme di selezione naturale e favorirne altre che oggi fatichiamo perfino a riconoscere. Le prove genetiche disponibili indicano che la selezione continua ad agire nelle popolazioni umane contemporanee, sebbene i suoi effetti siano generalmente graduali e intrecciati alle trasformazioni sociali.
Potrebbero davvero spuntarci le ali?
La nostra specie potrebbe assumere, su tempi evolutivi profondissimi, forme oggi inconcepibili. Anche la comparsa di strutture capaci di svolgere una funzione analoga a quella delle ali non è incompatibile, in linea di principio, con l’evoluzione. Servirebbero variazioni ereditarie adeguate, pressioni selettive persistenti, condizioni ambientali favorevoli e un numero immenso di generazioni. Soprattutto, sarebbe necessario che la nostra linea evolutiva riuscisse a sopravvivere abbastanza a lungo.
Non possiamo sapere se una trasformazione simile accadrà. La sua possibilità remota aiuta però a comprendere la potenza e la lentezza del processo evolutivo. Le forme viventi che oggi consideriamo ordinarie sarebbero apparse inconcepibili osservando i loro antenati più lontani. L’evoluzione non anticipa i bisogni futuri e non segue un progetto prestabilito: utilizza le variazioni disponibili, procede attraverso innumerevoli passaggi e può produrre, nel corso di tempi vastissimi, novità anatomiche radicali.
Tra milioni di anni potremmo essere profondamente diversi, esserci separati in altre specie o essere scomparsi. La tecnologia potrebbe inoltre sostituire molti adattamenti prima che il corpo abbia il tempo di svilupparli. Potremmo costruire dispositivi per volare, respirare in ambienti ostili o ampliare le capacità cognitive, eliminando proprio la pressione selettiva che avrebbe potuto favorire una trasformazione biologica corrispondente. L’evoluzione culturale arriverebbe ancora una volta prima di quella genetica.
Non possiamo aspettare che il cervello si aggiorni
Il problema urgente riguarda il presente. Non possiamo attendere migliaia di generazioni affinché il cervello diventi adatto alle notifiche, alla competizione globale e all’esposizione permanente alle crisi. Neppure possiamo presumere che la tecnologia produrrà spontaneamente un essere umano capace di tollerare tutto ciò che essa stessa immette nella sua vita.
Possiamo intervenire sull’ambiente che abbiamo costruito, riconoscendo che l’attenzione possiede limiti biologici, che il sistema di allerta ha bisogno di tregua e che nessuna mente si è evoluta per sentirsi personalmente coinvolta in ogni sofferenza del pianeta. Comprendere il disadattamento evolutivo consente anche di spostare una parte del peso dall’individuo al contesto: una persona può apprendere strumenti di regolazione, mentre istituzioni, organizzazioni e piattaforme continuano ad avere la responsabilità di non costruire ambienti che sfruttino senza sosta le vulnerabilità più antiche della specie.
Il nostro cervello non è rimasto fermo e non è difettoso. Sta attraversando un mondo che cambia a una velocità per la quale l’evoluzione biologica non possiede strumenti altrettanto rapidi. La vera anomalia potrebbe trovarsi nella distanza crescente tra i tempi del corpo e quelli dell’ambiente: il primo procede attraverso le generazioni, il secondo può essere trasformato da un aggiornamento installato durante la notte.








