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Il Peso di un Abbraccio. Punch, il macaco orfano e la biologia del conforto

Dal laboratorio di Harlow ai reparti di Spitz: cosa ci dice davvero un cucciolo di macaco che non riesce a smettere di abbracciare un peluche

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Nella letteratura clinica ci si imbatte spesso in pazienti che costruiscono sistemi di sopravvivenza così ingegnosi da sembrare, a uno sguardo superficiale, ‘semplici’ bizzarrie del comportamento. Non sono rari pazienti che portano con sé fotografie degli oggetti quotidiani quando la memoria visiva diventa l’unica rimasta integra. Pazienti che cantano tutto ciò che non riescono a dire, perché la musica usa circuiti neurali che l’afasia non ha toccato. In ognuno di questi casi, l’osservatore frettoloso avrebbe potuto vedere una stranezza. L’osservatore paziente vede invece qualcosa di radicalmente diverso: un organismo che trova soluzioni là dove le vie ordinarie sono interrotte. Quando ho letto della storia di Punch, un giovane macaco giapponese dello zoo di Ichikawa, ho riconosciuto immediatamente quella stessa logica tranquilla e implacabile.

Punch è nato nell’estate del 2025 da una madre alla sua prima gravidanza, e dalla madre è stato abbandonato. Oggi si muove nel suo recinto trascinando con sé un grande peluche raffigurante un orango. Lo stringe, ci dorme sopra, lo porta con sé negli spostamenti. Quando prova ad avvicinarsi al gruppo dei conspecifici adulti, viene respinto e torna allora al peluche. La narrazione che circola online tende a commuoversi su questo gesto, e la commozione è comprensibile, ma rischia di oscurare la cosa più interessante: che Punch non sta recitando una scena patetica, ma sta eseguendo un programma biologico scritto da milioni di anni di evoluzione, con gli strumenti che ha a disposizione.

Vale la pena tornare, per un momento, a un laboratorio di psicologia sperimentale degli anni Cinquanta, perché è lì che la scienza ha cominciato a capire davvero di cosa stiamo parlando. Harry Harlow, psicologo all’Università del Wisconsin, stava studiando lo sviluppo cognitivo nei macachi rhesus. Per motivi sanitari, aveva preso l’abitudine di separare i cuccioli dalle madri alla nascita e allevarli in isolamento. Osservò qualcosa che all’epoca sorprese molti: i cuccioli si attaccavano ossessivamente ai tappetini di spugna delle loro gabbie, e manifestavano segni visibili di distress quando questi venivano rimossi per la pulizia.

L’esperimento di Harlow: le due madri

Da questa osservazione nacque un esperimento che può sembrare crudele: Harlow costruì due madri artificiali. Una era fatta di filo metallico, ma aveva attaccato un biberon funzionante. L’altra era ricoperta di morbido tessuto, ma non forniva cibo. Secondo la teoria comportamentista dominante all’epoca, i cuccioli avrebbero dovuto legarsi alla madre di filo, quella che soddisfaceva il bisogno primario della fame. Accadde il contrario. I cuccioli trascorrevano fino a diciassette ore al giorno aggrappati alla madre di stoffa, e correvano da lei – non dalla madre di fil di ferro – in situazioni di paura o stress. La scoperta fu dirompente: il contatto tattile, il calore, la morbidezza diun corpo da stringere, non erano complementi accessori all’accudimento, ma erano accudimento, nella forma più fondamentale.

Harlow chiamò questo bisogno contact comfort, e le sue ricerche contribuirono a ridisegnare completamente la teoria dell’attaccamento. John Bowlby, quasi in parallelo, stava giungendo alle stesse conclusioni osservando i bambini orfani e separati dalle famiglie durante la Seconda Guerra Mondiale: l’attaccamento a una figura di riferimento non è un comportamento appreso, o una risposta condizionata al cibo; è un sistema motivazionale primario, biologicamente autonomo, selezionato dall’evoluzione perché garantisce la sopravvivenza del piccolo nei suoi anni di vulnerabilità. Il piccolo e tenerissimo Punch, ha semplicemente attivato un programma che era già scritto in lui, puntando verso il surrogato disponibile più vicino alla forma giusta.

Il ruolo della madre

La domanda che mi pongo – e che ritengo valga la pena porre – riguarda anche la madre. La narrazione popolare la tratta come un’assenza, un fallimento, quasi un abbandono intenzionale. Ma la biologia del comportamento materno è più complicata, e merita una lettura meno giudicante. I primati, come gli esseri umani, non nascono con le competenze genitoriali già installate. Le acquisiscono attraverso l’osservazione, l’esperienza, il contatto prolungato con individui del gruppo che hanno già allevato cuccioli.

Una madre primipara – alla sua prima gravidanza, come nel caso della madre di Punch – è in una posizione di vulnerabilità etologica reale. In condizioni di stress ambientale, isolamento sociale, o semplicemente in assenza di un repertorio comportamentale maturo, il legame post-parto può non instaurarsi in modo adeguato. Non si tratta di mancanza di affetto in senso umano, quanto di un sistema complesso che non riesce ad avviarsi correttamente. Gli studi sulle primissime ore dopo il parto nei primati non umani mostrano che esiste una finestra critica, una fase in cui il riconoscimento olfattivo, il comportamento di grooming, il primo allattamento, costruiscono le basi neurochimiche del legame. Se quella finestra si chiude senza che il processo si sia completato, il recupero è difficile.

Non c’è dunque una colpa da attribuire alla madre di Punch, almeno non nel senso in cui siamo abituati a usare questa parola. Piuttosto, c’è un sistema biologico che ha incontrato condizioni avverse – la primiparità, il caldo anomalo di quell’estate, forse la struttura stessa del recinto zoo che non replicava la complessità sociale di un gruppo selvatico – e ha prodotto un esito che noi, guardando dall’esterno, leggiamo come abbandono.

Da clinica, ciò che mi colpisce non è il gesto in sé, ma la sua funzionalità. Punch non è paralizzato dalla privazione. Regola il suo sistema nervoso attraverso il contatto fisico con l’oggetto surrogato, esattamente come i cuccioli di Harlow facevano con le madri di stoffa. Dorme sul ventre del peluche, si sveglia sul suo petto – e questa ciclicità non è casuale. Il sonno dei giovani primati in condizioni di sicurezza è un sonno di contatto: il corpo del piccolo si calibra sul respiro, sul calore, sulla presenza fisica della madre. Punch ricrea questa grammatica sensoriale nei modi che riesce.

Le conseguenze

Il fatto che venga respinto dal gruppo è un aspetto che complica il suo futuro, perché l’integrazione sociale è – per un macaco – tanto necessaria quanto il contatto fisico. I macachi giapponesi sono animali profondamente gerarchici e sociali; le competenze relazionali si acquisiscono nell’infanzia, nel gioco, nella vicinanza agli adulti. Punch sta crescendo in una condizione di isolamento parziale che rischia di rendere quell’integrazione sempre più difficile nel tempo. I guardiani dello zoo di Ichikawa stanno cercando di mediare, e il loro lavoro è prezioso, ma nessun guardiano umano può sostituire del tutto la complessità di un gruppo di conspecifici. Eppure Punch persiste. Questo mi pare il dato più significativo da registrare.

Nella letteratura clinica sull’attaccamento si parla spesso di resilienza, un termine che nel tempo si è svuotato di parte del suo significato per l’uso retorico che ne è stato fatto. Ma la resilienza, nella sua accezione etologica originale, descrive esattamente questo: la capacità di un organismo di mantenere la propria organizzazione funzionale in presenza di condizioni che la minacciano. Punch non ha superato la perdita del legame materno – non è corretto dirlo, e sarebbe una semplificazione – ma ha trovato un equilibrio precario, creativo, biologicamente fondato, che gli permette di continuare a svilupparsi.

Il danno e la soluzione spontanea

Harlow osservò che i cuccioli allevati con le sole madri di tessuto – privi del gruppo, privi dell’interazione con i pari – mostravano in età adulta comportamenti sociali alterati. La madre surrogata forniva il contact comfort necessario alla sopravvivenza immediata, ma non bastava a garantire uno sviluppo completo.

René Spitz, quasi negli stessi anni, documentava nei neonati umani degli istituti di assistenza un fenomeno che chiamò hospitalismo: bambini accuditi sul piano fisico, nutriti e al caldo, che tuttavia languivano, smettevano di crescere, talvolta morivano, per assenza di contatto corporeo prolungato con una figura stabile. A loro non mancava cibo, ma esattamente ciò che Harlow stava misurando nei suoi macachi: un corpo da tenere, una presenza che si ripetesse.

Donald Winnicott, osservando i bambini britannici evacuati durante la guerra e poi reintegrati nelle famiglie, introdusse il concetto di oggetto transizionale – il peluche, la coperta, il lembo di stoffa che il bambino porta con sé nel momento in cui la madre si assenta. Winnicott non lo leggeva come un sintomo di carenza, ma come una soluzione creativa: il bambino costruisce un ponte tra sé e l’assenza, abita lo spazio intermedio con qualcosa che porta il segno del conforto. Punch, con il suo orango di tessuto, sta facendo esattamente questo – e il fatto che lo faccia senza averlo appreso da nessuno, senza che nessuno glielo abbia insegnato, dice qualcosa di fondamentale sulla profondità a cui questo meccanismo è radicato. Questo non sminuisce ciò che il peluche sta facendo per lui adesso, nell’immediato, in questo periodo critico della sua vita. Significa soltanto che la storia non è ancora scritta, e che il lavoro dei guardiani – nel costruire ponti sociali tra Punch e il suo gruppo – è parte integrante di quella storia. La letteratura sulla psicologia dello sviluppo ci ha insegnato che l’intervento precoce non corregge un destino, ma tiene aperta una traiettoria: vale per i cuccioli di macaco, vale per i bambini.

E in merito ai casi citati all’inizio di questo articolo, ai pazienti che hanno costruito percorsi alternativi attraverso le rovine di funzioni perdute, c’è in loro qualcosa che non smetterei mai di osservare – non la sofferenza, che pure è reale, ma la direzione. Il modo in cui un organismo, anche nelle condizioni più limitanti, si orienta verso ciò di cui ha bisogno. Punch si orienta verso il calore, verso il contatto, verso la forma approssimativa di un corpo materno. Forse è questa la cosa più onesta che si possa dire di lui: che non ci sta insegnando nulla che non sapessimo già sulla necessità del legame, sul bisogno di essere tenuti. Ci sta solo ricordando, con la chiarezza disarmante del comportamento animale, che questo bisogno non è una debolezza né una deviazione. È la struttura portante di ogni sviluppo possibile.

 

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Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.

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