psicologia generaleQuando amare troppo significa smettere di proteggersi

Quando amare troppo significa smettere di proteggersi

Aspettare, comprendere, perdonare, sacrificarsi: sono qualità preziose nelle relazioni. Il problema nasce quando diventano il modo abituale con cui rimandiamo i nostri bisogni, evitiamo il conflitto e continuiamo a tollerare ciò che ci fa stare male.

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Ci hanno insegnato abbastanza bene a riconoscere l’egoismo. Molto meno a riconoscere il momento in cui la generosità diventa eccessiva. Sappiamo che in una relazione bisogna avere pazienza, comprendere, perdonare, venirsi incontro. Sappiamo che amare qualcuno significa anche rinunciare qualche volta a qualcosa, tollerare una giornata storta, aspettare che l’altro attraversi un momento difficile. Tutto vero. Il problema comincia quando queste qualità smettono di essere gesti occasionali e diventano la struttura stessa della relazione. Quando siamo sempre noi ad aspettare, a comprendere, a concedere un’altra possibilità. Quando ogni nostro bisogno può essere rimandato perché l’altro, in quel momento, ne ha uno apparentemente più urgente. A quel punto può accadere qualcosa di difficile da riconoscere proprio perché nasce da comportamenti socialmente considerati positivi: continuiamo a fare la cosa che abbiamo imparato a chiamare “giusta”, mentre quella cosa comincia a farci male.

Non tutto ciò che sopportiamo è pazienza

La pazienza è una capacità relazionale importante. Permette di non trasformare ogni difficoltà in una sentenza definitiva. Una persona può attraversare un periodo complicato e avere bisogno di tempo. Può sbagliare, essere meno presente, non riuscire immediatamente a darci ciò che vorremmo. Una relazione adulta deve avere abbastanza elasticità da contenere anche questo. Ma c’è una differenza tra dare tempo a qualcuno e vivere aspettando che qualcuno cambi. La prima cosa ha un presente: mentre aspettiamo, esiste comunque una relazione nella quale possiamo riconoscerci. La seconda vive quasi interamente nel futuro: “Quando starà meglio”, “Quando avrà risolto i suoi problemi”, “Quando sarà pronto”, “Quando capirà”.

Così la pazienza, da capacità di attraversare una difficoltà, può trasformarsi lentamente nel modo attraverso cui tolleriamo una condizione che non cambia. E il punto non è stabilire dopo quanto tempo sia legittimo andarsene. Non esiste un cronometro universale delle relazioni. La domanda utile è un’altra: che cosa sto aspettando e quali elementi concreti mi fanno pensare che questa attesa stia andando da qualche parte? Perché aspettare una persona che sta cercando di costruire qualcosa insieme a noi è molto diverso dall’aspettare indefinitamente che decida se vuole farlo. La pazienza non dovrebbe richiederci di sospendere la nostra vita.

Quando il sacrificio comincia a chiedere troppo

Ogni relazione comporta rinunce. Non possiamo scegliere sempre il ristorante che preferiamo, decidere da soli come trascorrere le vacanze o pretendere che ogni progetto dell’altro coincida perfettamente con il nostro. A volte amare significa anche dire: questa volta faccio un passo verso di te. La ricerca sulle relazioni mostra però una distinzione interessante: non conta soltanto quanto ci sacrifichiamo, ma anche perché lo facciamo. Rinunciare a qualcosa perché desideriamo contribuire al benessere della relazione non sembra avere lo stesso significato psicologico del rinunciare per evitare un litigio, la rabbia dell’altro o la possibilità che ci lasci. Le motivazioni del sacrificio possono incidere sia sulla qualità della relazione sia sul senso di autenticità personale.

È una distinzione importante perché dall’esterno i due comportamenti possono sembrare identici. Due persone possono entrambe dire: “Va bene, facciamo come vuoi tu”. Una può averlo scelto serenamente. L’altra può aver pensato: “Se dico quello che voglio davvero, succederà qualcosa che non sono sicuro/a di poter sopportare”. Il sacrificio, allora, non racconta necessariamente quanto amiamo qualcuno. A volte racconta anche quanto temiamo ciò che potrebbe accadere se smettessimo di sacrificarci. O ancora: si rimandano continuamente cene con gli amici perché l’altro è sempre stanco o non ne ha voglia, fino a sacrificare quasi del tutto la propria vita sociale in nome del suo bisogno di riposo. Può accadere anche il contrario: accettare uscite, cene, weekend e occasioni sociali senza sosta perché l’altro ha bisogno di stare sempre fuori, vedere persone, riempire ogni spazio libero. In entrambi i casi, ciò che all’inizio sembra un gesto amorevole di adattamento può diventare una rinuncia abituale, soprattutto quando a modificare i propri bisogni è quasi sempre la stessa persona.

E c’è una domanda ancora più scomoda: a forza di venire incontro all’altro, quanto ci siamo allontanati da noi? Perché esiste una forma di adattamento quasi invisibile. Non ci viene imposto apertamente di rinunciare alle nostre esigenze. Cominciamo semplicemente a considerarle meno urgenti: rimandiamo una conversazione o lasciamo correre; evitiamo di dire che una cosa ci ha feriti, abbassiamo un’aspettativa e poi un’altra ancora finché può succedere qualcosa di paradossale: abbiamo salvato così tante volte la relazione da non sapere più bene che cosa della nostra vita quella relazione stia salvando.

Capire l’altro non significa assolverlo da tutto

Forse una delle qualità più sopravvalutate nelle relazioni contemporanee è la capacità di comprendere: “Ha paura”, “Ha avuto una famiglia difficile”, “Non sa comunicare”, “Quando sente troppa vicinanza si chiude”, “Ha sofferto molto”. Tutte queste spiegazioni possono perfino essere vere. Comprendere la storia di una persona è qualcosa di prezioso. Ci permette di uscire dalla lettura semplicistica secondo cui chi ci ferisce lo faccia necessariamente con piena intenzione o cattiveria. Ma conoscere l’origine di un comportamento non ne cancella gli effetti. Capire perfettamente perché qualcuno faccia fatica a esserci non cancella il nostro bisogno di avere accanto una persona presente. Riconoscere le sue paure non significa trasformarle nella misura entro cui restringere i nostri bisogni. E avere compassione per una ferita non ci obbliga a offrirle indefinitamente il nostro corpo come luogo in cui continuare a manifestarsi.

Il self-silencing e il bisogno di evitare i conflitti si ripercuote negativamente nella mente e nel corpo

La comprensione diventa pericolosa quando viene utilizzata sempre nella stessa direzione: per spiegare l’altro e zittire noi stessi. Il self-silencing descrive proprio la tendenza a inibire bisogni, pensieri o emozioni per evitare conflitti o proteggere una relazione. La letteratura lo associa a esiti peggiori sul piano del benessere psicologico; più in generale, la soppressione emotiva nelle relazioni è stata collegata a minore soddisfazione relazionale e personale. Il punto è osservare chi deve tacere più spesso affinché la relazione continui a funzionare. Perché una relazione nella quale uno può essere complesso, spaventato, incerto, arrabbiato e contraddittorio mentre l’altro deve essere costantemente comprensivo non è necessariamente una relazione molto profonda. Può essere semplicemente una relazione molto sbilanciata.

Il limite non cancella l’amore

Forse è questo il punto più difficile da accettare. Arriva un momento in cui mettere un limite può essere semplicemente il risultato di ciò che abbiamo compreso. L’attesa può finire senza che questo ci renda impazienti, così come riconoscere che qualcosa non ci basta non ci rende ingrati. Andarsene non dimostra automaticamente che abbiamo amato poco. A volte succede esattamente il contrario: abbiamo compreso molto, aspettato molto, concesso molto. E proprio per questo siamo finalmente in grado di riconoscere ciò che quella relazione può offrirci e ciò che, invece, continuiamo soltanto a sperare che un giorno diventi.

Esiste una retorica romantica secondo cui l’amore più autentico sarebbe quello capace di resistere a tutto. È una misura discutibile. Forse la qualità di un amore non si vede da quanto dolore riesce a sopportare prima di spezzarsi, ma anche dallo spazio che lascia alle persone che lo abitano per continuare a esistere interamente. Per questo non abbiamo necessariamente bisogno di diventare meno pazienti, meno generosi o meno comprensivi. Abbiamo bisogno di aggiungere a queste qualità qualcosa che spesso dimentichiamo: la reciprocità e il limite. La domanda, allora, non è soltanto: quanto sono disposto a dare per questa persona? Ce n’è un’altra, meno romantica e probabilmente più importante: mentre continuo a dare, quanto di me sono ancora autorizzato a tenere?

Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.

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Psicologa Clinica Giulia Maria Averaimo
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Psicologa Clinica & Counselor
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