psicologia generaleQuando il trauma risponde al presente con una ferita antica

Quando il trauma risponde al presente con una ferita antica

Perché alcune reazioni sembrano sproporzionate rispetto al presente: il flashback emotivo, il trauma complesso e il lavoro clinico di Pete Walker

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Uno degli aspetti più complessi del trauma è che può presentarsi come una reazione al presente, pur portando dentro una memoria emotiva più antica. Una persona può trovarsi davanti a una situazione apparentemente ordinaria e sentire un’attivazione molto più intensa di quanto la scena sembri spiegare. Da fuori appare una sproporzione. Da dentro, invece, il corpo sta trattando quel momento come un segnale di pericolo già conosciuto. Questo accade perché il trauma, soprattutto quando nasce dentro relazioni precoci segnate da paura, trascuratezza o instabilità, non resta confinato nel ricordo. Può diventare un modo di interpretare ciò che succede. Il presente viene letto attraverso una mappa costruita molto prima, quando la persona aveva meno strumenti, meno autonomia e meno possibilità di proteggersi. Pete Walker, in Complex PTSD: From Surviving to Thriving, descrive bene questo meccanismo attraverso il concetto di flashback emotivo. In questi casi non è necessario rivedere una scena del passato o ricordare un episodio preciso. Può bastare l’irruzione improvvisa di uno stato interno: sentirsi piccoli, sbagliati, minacciati, senza capire subito perché. La memoria traumatica non arriva sempre come immagine. A volte arriva come reazione.

Da qui cambia anche il modo in cui possiamo leggere certe risposte emotive. Il problema non è stabilire se la persona “esagera”, ma capire quale parte della sua storia è stata riattivata. Questo non cancella la responsabilità dei comportamenti, però permette di spostare l’attenzione dalla colpa alla comprensione del funzionamento interno. Ed è spesso da lì che inizia il lavoro clinico: riconoscere che una parte adulta sta vivendo il presente, mentre una parte più giovane sta ancora cercando di sopravvivere a qualcosa che appartiene a prima.

Il flashback emotivo nel trauma complesso

La categoria di PTSD complesso (Disturbo da stress post-traumatico) è stata infatti formalizzata nell’ICD-11 (International Classification of Diseases, 11th Revision) come quadro distinto dal PTSD, includendo, oltre ai sintomi traumatici più noti, difficoltà persistenti nell’organizzazione del sé: regolazione emotiva, immagine di sé e funzionamento relazionale. In questo senso, pur essendo un testo del 2013 e non un manuale diagnostico, il libro di Walker conserva una forte utilità divulgativa perché anticipa e rende accessibili molti aspetti oggi centrali nella comprensione clinica del trauma complesso dove il passato non viene soltanto ricordato, ma può essere riattivato. Questa differenza è decisiva. Un ricordo può essere raccontato, collocato in una sequenza, riconosciuto come qualcosa che appartiene a un tempo concluso. Una riattivazione traumatica, invece, può occupare il corpo prima ancora che la mente riesca a darle un senso. La persona può sapere razionalmente di essere adulta, eppure sentirsi esposta come quando non aveva alcun potere sulla propria sicurezza affettiva.

Regressione emotiva e stati interni antichi

È in questo punto che il concetto di regressione emotiva diventa utile e ilché non significa ritornare bambini in senso banale. Vuol dire che una parte della personalità, formata in un tempo in cui la minaccia era difficile da gestire, prende momentaneamente il sopravvento. L’adulto resta presente, ma la sua prospettiva viene scavalcata da uno stato più antico. La persona può reagire come se il rifiuto fosse definitivo, come se una critica confermasse un’intera identità difettosa, come se una distanza momentanea equivalesse a una perdita irreparabile.È in questo punto che il concetto di regressione emotiva diventa utile. Regressione non vuol dire tornare bambini in senso banale. Vuol dire che una parte della personalità, formata in un tempo in cui la minaccia era difficile da gestire, prende momentaneamente il sopravvento. L’adulto resta presente, ma la sua prospettiva viene scavalcata da uno stato più antico. La persona può reagire come se il rifiuto fosse definitivo, come se una critica confermasse un’intera identità difettosa, come se una distanza momentanea equivalesse a una perdita irreparabile. Walker parla di flashback emotivi proprio per indicare questa irruzione. A differenza dei flashback più noti, associati a immagini traumatiche o scene che tornano alla mente, il flashback emotivo può essere privo di contenuto visivo. Non sempre c’è una memoria esplicita. C’è però uno stato interno che invade il presente. La persona può sentirsi colpevole senza sapere di cosa, terrorizzata senza una minaccia evidente, abbandonata anche quando l’altro è solo temporaneamente distante.

In questi momenti, la persona non sta semplicemente “pensando troppo”. Sta cercando di regolare uno stato interno che è diventato troppo intenso. A volte cerca conferme dall’altro, altre volte si chiude di colpo perché la relazione viene percepita come minacciosa. Sono tentativi di riportare ordine dentro un sistema che ha perso sicurezza. Il problema è che queste strategie, nate per proteggere, possono irrigidirsi. Offrono un sollievo immediato, ma spesso mantengono viva la paura che cercano di calmare. Il sollievo, infatti, non coincide sempre con la cura. Una rassicurazione può calmare per qualche minuto, ma se diventa l’unico modo per sentirsi al sicuro rischia di rafforzare la dipendenza dallo sguardo dell’altro. Il ritiro può dare l’impressione di proteggere, ma nel tempo può rendere più difficile sperimentare una relazione diversa. Anche il controllo può sembrare una forma di sicurezza, mentre spesso è il segnale che una parte della persona non riesce ancora a fidarsi del presente.

Tra attaccamento, sintomo e storia personale

In queste descrizioni, non posso fare a meno di pensare a Oliver Sacks, famoso neurologo scrittore che durante tutta la sua carriera ha sempre mantenuto uno sguardo umano sul sintomo. Nei suoi casi clinici, Sacks non riduceva mai la persona alla manifestazione patologica. Cercava la storia, il modo in cui quel disturbo entrava nella vita, il significato che assumeva dentro un’esistenza concreta. Applicato al trauma, questo approccio è prezioso. Una reazione intensa non è soltanto un comportamento da correggere, è anche una traccia biografica. Dice qualcosa del modo in cui quella persona ha dovuto adattarsi, difendersi e restare in piedi. Questo non vuol dire assolvere ogni comportamento. Una ferita può spiegare una reazione, ma non la rende automaticamente innocua. Il punto clinico è più sottile: se una persona capisce da dove arriva una risposta emotiva, può iniziare a farsene carico in modo più responsabile. La comprensione non serve a dire “sono fatto così”, ma a dire: questa risposta ha una storia, adesso posso imparare a non farle governare tutto.

Anche la teoria dell’attaccamento di John Bowlby permette di leggere il fenomeno con maggiore precisione. Il bambino costruisce il proprio senso di sicurezza attraverso la relazione con le figure primarie. Quando la figura che dovrebbe proteggere è imprevedibile, assente o emotivamente pericolosa, il bambino non registra soltanto un dolore. Costruisce una previsione sul mondo. Impara che il legame può sparire, che il bisogno può non trovare risposta, che l’amore può essere ritirato senza spiegazione.

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Quando il presente contiene davvero segnali che feriscono

Da adulti, queste previsioni possono rimanere attive sotto forma di modelli interni. Una relazione presente viene allora letta anche attraverso categorie nate molto prima, soprattutto quando l’ambiente attuale offre segnali ambigui o realmente ferenti. Per questo è importante distinguere tra una memoria traumatica che amplifica la minaccia e una situazione che contiene già elementi di trascuratezza, svalutazione o manipolazione. Nell’epoca della comunicazione continua, per esempio, il silenzio non è sempre un semplice ritardo: a volte diventa uno strumento di intermittenza, una modalità con cui l’altro mantiene potere lasciando la persona in sospeso. Allo stesso modo, sul lavoro, non è la correzione in sé a riattivare la ferita, perché una correzione può essere legittima e utile; il problema nasce quando la critica diventa umiliazione, attacco personale o uso dell’autorità per ridurre l’altro. In questi casi, il trauma passato può intensificare la reazione, ma il presente non va assolto troppo in fretta.

Winnicott aggiungerebbe un elemento ulteriore: il bambino ha bisogno di un ambiente capace di contenere la sua esperienza interna. Se nessuno aiuta a dare un nome alla paura, alla rabbia o alla tristezza, il bambino può imparare a nasconderle, a compiacere, a costruire un falso sé più adatto alle richieste dell’ambiente. In età adulta, alcune reazioni improvvise possono segnalare proprio il ritorno di parti rimaste senza ascolto. Non emergono sempre con chiarezza. A volte si presentano come irritazione, blocco o senso di vuoto. Judith Herman, tra le figure più importanti nello studio del trauma, ha dato un contributo decisivo nel distinguere il trauma legato a un singolo evento dal trauma prodotto da esperienze ripetute e prolungate, soprattutto quando avvengono dentro relazioni da cui la persona dipende. È una distinzione fondamentale. Un trauma relazionale precoce non lascia soltanto il ricordo di ciò che è successo. Può modificare il modo in cui la persona si sente nel mondo, il modo in cui anticipa il rifiuto, il modo in cui interpreta l’intimità.

Quando il corpo reagisce prima della mente

Nel trauma complesso, infatti, la ferita riguarda spesso la regolazione emotiva e l’immagine di sé. La persona non soffre solo perché ricorda qualcosa. Soffre perché una parte di quel passato continua a organizzare il presente. Può sentirsi indegna, sbagliata, destinata a essere lasciata. Può alternare bisogno intenso di vicinanza e paura della stessa vicinanza. Può desiderare una relazione sicura e, nello stesso tempo, reagire come se ogni relazione contenesse una minaccia. Il flashback emotivo diventa allora una specie di cortocircuito temporale. Il presente offre uno stimolo. Il corpo risponde con una memoria. La mente cerca una spiegazione immediata e spesso la trova nella scena attuale: quella persona mi sta rifiutando, quella critica dimostra che non valgo, quel silenzio significa che sto per essere escluso. In realtà, una parte del dolore può appartenere a un tempo precedente. Senza questa distinzione, la persona rischia di prendere decisioni nel pieno dell’attivazione, scambiando una memoria emotiva per una prova. Il lavoro terapeutico serve anche a creare questa distinzione. Prima di tutto, occorre riconoscere il momento in cui qualcosa si attiva. Walker suggerisce un passaggio semplice ma clinicamente potente: nominare il flashback. Dire a se stessi “sto avendo un flashback emotivo” non risolve tutto, però introduce una distanza. La persona non coincide più interamente con lo stato interno. Può iniziare a osservarlo.

Poi diventa importante tornare al presente. Il corpo deve ricevere segnali di sicurezza. A volte serve respirare più lentamente. A volte serve sentire i piedi a terra, orientarsi nello spazio, guardare l’ambiente, ricordarsi l’età che si ha oggi. Sono gesti apparentemente semplici, ma hanno una funzione precisa: aiutano il sistema nervoso a capire che la minaccia passata non sta necessariamente accadendo di nuovo. Guarire significa ridurre l’autorità che il passato esercita sul presente. La ferita non sparisce di colpo, però smette lentamente di essere l’unica lente attraverso cui leggere ciò che accade.

È qui che la compassione verso di sé diventa clinicamente utile. È qui che la compassione verso di sé diventa clinicamente utile. Non è una formula consolatoria: è un modo diverso di stare davanti alla propria reazione, senza aggiungere vergogna alla ferita. Chi ha vissuto esperienze traumatiche spesso sviluppa un critico interno feroce. Si accusa di essere troppo fragile, troppo bisognoso, troppo instabile. Walker dedica molta attenzione a questo aspetto, perché il critico interno può diventare una prosecuzione della violenza originaria. La persona non viene più umiliata dall’esterno, ma continua a farlo da sola attraverso un linguaggio interno punitivo. Rispondere a sé stessi con maggiore cura permette di interrompere il ciclo della vergogna. La persona può riconoscere la propria reazione, capirne l’origine e assumersi la responsabilità di ciò che fa, senza trasformare ogni difficoltà in una condanna della propria identità.

Questa prospettiva cambia anche il modo in cui guardiamo gli altri. Dietro alcune reazioni che appaiono eccessive può esserci una storia che non conosciamo. Questo non obbliga nessuno a tollerare comportamenti dannosi, ma invita a una lettura meno superficiale. La domanda diventa più ampia: che cosa sta accadendo nel sistema interno di questa persona? Quale esperienza si sta riattivando? Quale protezione antica sta entrando in funzione anche se oggi produce sofferenza? Il trauma, soprattutto quando è relazionale, insegna strategie di sopravvivenza. Alcune persone imparano a non chiedere. Altre imparano a controllare. Altre ancora cercano di essere indispensabili per non essere lasciate. Queste strategie possono avere avuto una funzione in passato. In un ambiente instabile, compiacere poteva ridurre il rischio. In una famiglia emotivamente fredda, non mostrare bisogni poteva proteggere dalla delusione. In un contesto giudicante, anticipare l’umore dell’altro poteva diventare una forma di vigilanza necessaria

Il problema nasce quando una strategia utile allora continua ad agire anche quando l’ambiente è cambiato. L’adulto può trovarsi a vivere relazioni nuove con strumenti vecchi. Può interpretare una conversazione difficile come una minaccia totale. Può scambiare un conflitto per un abbandono. Può evitare l’intimità proprio quando la desidera. La terapia, in questo senso, non forza la persona a “superare” il trauma in modo rapido. La aiuta a vedere quali risposte appartengono alla sopravvivenza e quali possono essere aggiornate. Il contributo di Walker è prezioso perché rende riconoscibile un’esperienza spesso invisibile. Molte persone che vivono flashback emotivi non sanno di viverli, pensano di essere sbagliate, pensano che la loro intensità sia una colpa e di non avere abbastanza controllo. Dare un nome a ciò che accade permette di uscire dalla confusione. Non guarisce da solo, ma apre una possibilità.

La consapevolezza, però, deve essere accompagnata da pratica. Riconoscere un trigger una volta non basta. Occorre imparare a farlo mentre il corpo è attivato, mentre la mente cerca conferme della minaccia, mentre la parte più giovane chiede protezione nel modo che conosce. È un lavoro lento, spesso irregolare. Ci sono ricadute, momenti di lucidità e momenti in cui il passato sembra di nuovo più forte. Questo non annulla il percorso. Fa parte del modo in cui il sistema nervoso apprende nuove risposte.

A questo punto non c’è modo di indorare la pillola: le ferite restano parte della storia personale di una persona. Il lavoro clinico serve a ridurre il potere che esercitano sulle risposte del presente, fino a rendere possibile una scelta più consapevole. Quando una persona impara a riconoscere un flashback emotivo, può iniziare a separare la scena presente dalla memoria che si è riattivata. Può chiedersi se ciò che sente corrisponde davvero a ciò che sta accadendo e può rimandare una risposta. Può cercare una regolazione prima di agire e imparare a proteggersi senza distruggere il legame, o senza distruggere sé stessa.

In questa separazione tra passato e presente c’è uno dei passaggi più importanti della guarigione. Il trauma resta una parte della storia, però perde gradualmente la capacità di organizzare ogni risposta del presente. La persona può riconoscere la parte ferita, ascoltarla, darle un posto, senza permetterle di trasformare ogni situazione attuale in una replica del passato. È un processo di recupero della prospettiva adulta, una prospettiva capace di restare in contatto con la ferita senza farsi assorbire interamente da essa.

Fonti
Bowlby, J. (1969). Attachment and loss: Vol. 1. Attachment. Basic Books. pep-web.org

Herman, J. L. (1992). Complex PTSD: A syndrome in survivors of prolonged and repeated trauma. Journal of Traumatic Stress, 5(3), 377–391. doi.org

van der Kolk, B. A. (2014). The body keeps the score: Brain, mind, and body in the healing of trauma. Viking. besselvanderkolk.com

Walker, P. (2013). Complex PTSD: From surviving to thriving: A guide and map for recovering from childhood trauma. Azure Coyote. books.google.com

Winnicott, D. W. (1965). The maturational processes and the facilitating environment: Studies in the theory of emotional development. International Universities Press. taylorfrancis.com

World Health Organization. (2022). ICD-11: International classification of diseases, 11th revision. who.int

Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.
Psicologa Clinica Giulia Maria Averaimo
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Psicologa Clinica & Counselor
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