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Studentessa rinuncia alla gita perché il fidanzato non può geolocalizzarla

Quando il controllo viene scambiato per cura: adolescenti che rinunciano alla libertà in nome dell’"amore"

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A Carpi – come riportato da la Gazzetta di Modena – durante un convegno sul bullismo, una studentessa racconta che non andrà in gita. Non può. Il motivo non è economico, né sanitario. Il problema è il fidanzato: lontano da casa non potrebbe geolocalizzarla sullo smartphone. Lei lo dice così, con una naturalezza che fa più paura del contenuto: “Però lui mi ama”. In quella frase c’è il cortocircuito perfetto tra adolescenza, tecnologia e analfabetismo affettivo. Ed è il motivo per cui parlare di educazione affettiva non è un vezzo ideologico, ma una necessità clinica e sociale urgente per colmare il vuoto sentimentale eucativo in cui questi ragazzi sono lasciati a crescere.

Il guinzaglio emotivo, quando il controllo viene scambiato per cura

Inquieta che un adolescente possa rivendicare un controllo così capillare e trovare intorno a sé lo spazio per esercitarlo; inquieta ancora di più che quello spazio sia reso possibile proprio dall’idea di amore che la fidanzata si è costruita, che non lo percepisce come imposizione, non lo vive come un abuso, non si chiede nemmeno se sia legittimo che qualcuno debba sapere in ogni istante dove si trova. Il suo movimento interiore è un altro: traduce la sorveglianza in prova d’amore. È come se dentro di lei il codice affettivo fosse già stato riscritto: più l’altro vuole sapere, più l’altro controlla, più la relazione le sembra intensa e quindi autentica. L’equazione diventa: se mi ama davvero, non mi lascia mai davvero sola. In questo schema, la libertà non è un diritto e nemmeno una componente dell’amore: è una minaccia alla relazione.

La manipolazione non fa altro che rimpicciolire chi la subisce

La rinuncia alla gita non è una piccola scelta organizzativa. È un atto che manda un messaggio chiaro a sé stessa: il mio desiderio viene dopo la sua paura. Un pezzo di esperienza, di socialità, di crescita viene sacrificato per evitare il rischio di conflitto, di accuse, di scenate. Nel breve periodo questa scelta le dà sollievo: evita discussioni, evita sensi di colpa, evita la tensione che deriverebbe dal dire “io vado lo stesso”. Nel lungo periodo, però, incide una traccia profonda: le insegna che per essere amata deve continuamente rimpicciolirsi, adattarsi, togliere qualcosa di suo dalla scena. Così la gabbia non viene percepita come una prigione, ma come un compromesso ragionevole. È così che ci si abitua al poco, un confine alla volta.

Per capire davvero cosa succede, però, bisogna guardare anche dall’altra parte di questa relazione. Un ragazzo che pretende di geolocalizzare la fidanzata non è solo un “geloso esagerato”: è qualcuno che non riesce a tollerare il vuoto dell’incertezza. L’idea che lei sia altrove, con altre persone, fuori dalla sua visuale, fa emergere emozioni che non sa nominare e non sa regolare: paura di essere tradito, di essere messo da parte, di valere meno di altri, di non essere abbastanza. La tecnologia, in questo contesto, gli offre una rassicurazione immediata: aprire una mappa, vedere un puntino, ricevere una foto, ottenere una conferma. Ogni volta che questo accade, il sistema nervoso si calma un po’, la tensione si abbassa, l’ansia diventa tollerabile. Il problema è che l’effetto dura poco, e la richiesta si intensifica. Prima basta sapere che lei è “online”. Poi serve la posizione. Poi serve una fotografia del luogo. Poi serve una videochiamata. Infine, la richiesta si sposta sul terreno delle scelte: se mi ami, non vai proprio.

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Ambienti perversi che vanno delineandosi

Fa paura questo schema relazionale che definirei quasi borderline: non in senso diagnostico, ma perché cancella i confini tra sé e l’altro, trasforma la fusione in regola, l’angoscia di essere lasciati in diritto di possesso, il controllo in unica forma possibile di rassicurazione. In assenza di una vera educazione affettiva, queste dinamiche smettono di suonare come allarmi e finiscono per sembrare normali, fino a diventare la nuova, perversa quotidianità. Dal punto di vista clinico, questo è un meccanismo di regolazione emotiva delegato al comportamento dell’altro. Invece di imparare a stare nella possibilità di non sapere, il ragazzo costruisce un sistema in cui ogni minima variazione di stato della partner diventa una dose di tranquillante. Il controllo non è soltanto un abuso verso di lei, è anche un sedativo per lui. Ma, come succede con ogni forma di sedazione improvvisata, l’organismo si abitua, la soglia si alza, le richieste aumentano. Se nessuno interviene a interrompere questo circolo, il controllo cresce fino a diventare struttura della relazione e che può trasformarsi in reazione violenta quando il partner, soffocato, inizia a dire di no alle richieste di controllo.

Nel mondo interno della ragazza, intanto, questa dinamica si incastra su un terreno spesso molto fragile. Se da anni ascolta messaggi espliciti o impliciti secondo cui la gelosia è normale, perfino desiderabile; se in famiglia si scherza sulle “scenate d’amore”; se nelle serie, nelle canzoni, nei contenuti che consuma vede continuamente rappresentato il modello della coppia fusa, possessiva, esclusiva, allora il suo metro di giudizio si sposta. Una relazione sana, in cui ciascuno mantiene spazi propri e libertà di movimento, rischia quasi di sembrarle fredda, poco coinvolta, meno “vera”. L’intensità emotiva – l’altro che scrive, che chiede, che esige, che “impazzisce se non rispondi” – viene letta come profondità. In questo quadro, dire “no” alla geolocalizzazione o alla rinuncia alla gita non appare come un gesto di tutela, ma come una minaccia alla tenuta del legame.

L’altra faccia della medaglia

C’è un ulteriore livello di complessità: la paura di essere abbandonata. Se nel proprio vissuto affettivo ci sono stati legami instabili, genitori emotivamente assenti, relazioni in cui per essere visti bisognava compiacere, diventa molto più difficile credere di poter essere amati senza dimostrazioni estreme. Allora accettare il controllo del partner appare come un prezzo da pagare per non rimanere soli. “Meglio controllata che lasciata” è una frase che nessuna ragazza pronuncia così brutalmente, ma che spesso abita, in forma implicita, le sue decisioni.

Tutto questo non accade nel vuoto. È sostenuto da un contesto sociale che normalizza il controllo. Le “password condivise” vengono raccontate come gesti romantici. L’accesso ai profili social dell’altro è considerato una prova di trasparenza. La richiesta di mostrare chat e notifiche viene banalizzata come se fosse una naturale conseguenza dell’essere in coppia. La geolocalizzazione h24 si traveste da misura di sicurezza. Se la gelosia viene applaudita, ironizzata, coccolata, e se nel contempo nessuno offre ai ragazzi un alfabeto diverso per parlare di amore, dove dovrebbero trovare gli strumenti per riconoscere l’abuso?

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Basta “fare spallucce”, bisogna agire!

In questa storia di Carpi, molti adulti reagiscono con sgomento. La parola che torna spesso è “assurdo”. Ma, a guardarla da vicino, questa vicenda è terribilmente coerente con il modo in cui abbiamo lasciato che tecnologia, affettività e ignoranza emotiva si intrecciassero. Mettiamo in mano a dodicenni e quattordicenni dispositivi capaci di tracciare, controllare, archiviare ogni spostamento, e nel frattempo rimandiamo all’infinito qualunque forma seria di educazione affettiva e digitale. Ci scandalizziamo quando la cronaca ci restituisce gli esiti estremi di queste dinamiche, ma tendiamo a minimizzare tutti i segnali precoci che le precedono.

L’educazione affettiva, in questo contesto, non è una “materia opzionale”, né un’ora di imbarazzo sulla sessualità. È un lavoro paziente e strutturato per insegnare ai ragazzi a riconoscere e nominare ciò che sentono; a distinguere tra cura e controllo, tra interesse e possesso, tra confini e rifiuto. È spiegare che si può amare e al tempo stesso difendere i propri spazi; che dire “no” a una richiesta invasiva non equivale a tradire, ma a prendersi sul serio. È mostrare, con esempi concreti, che un partner che non regge un tuo “vado comunque in gita” non sta difendendo l’amore, sta solo difendendo la propria paura o un alfabeto che deve cambiare perché l’altro/a non è di proprietà di nessuno/a.

Famiglia e scuola dovrebbero lavorare quotidianamente su queste dinamiche

Alla scuola si chiede molto, ed è vero che non può sostituirsi alle famiglie. Ma la scuola è uno dei pochi luoghi in cui queste storie vengono alla luce, dove esiste la possibilità di nominare insieme cosa sta succedendo. Limitarsi a organizzare un convegno all’anno sul bullismo non basta, se poi nel quotidiano nessuno aiuta i ragazzi a decodificare ciò che vivono nei corridoi, nelle chat, nei gruppi e nei reddit. Un episodio come questo dovrebbe diventare l’occasione per un lavoro continuativo: non solo informare, ma aprire spazi di parola in cui le ragazze possano chiedersi perché si sentono lusingate da tanta gelosia e i ragazzi possano esplorare che cosa veramente cercano nel controllo ossessivo dell’altro (o viceversa, chiaramente).

Infine c’è la responsabilità, scomoda ma inevitabile, di noi adulti nel non banalizzare questi segnali. Ogni volta che ridiamo di un partner che “impazzisce” se l’altro esce da solo, ogni volta che commentiamo con leggerezza “almeno ci tiene”, stiamo contribuendo a rendere invisibile la violenza che si annida nei piccoli gesti. Ogni volta che diciamo a una figlia o a un figlio “è solo una fase”, “sono cose da ragazzi”, mentre li vediamo rinunciare a esperienze importanti pur di non far arrabbiare il partner, stiamo perdendo un’occasione preziosa per intervenire.

La scena della ragazza che rinuncia alla gita perché non può essere geolocalizzata non è un’anomalia da prima pagina: è uno specchio. Ci mostra una generazione che sa usare perfettamente le funzioni di un telefono, ma non ha ricevuto quasi nessuno strumento per abitare una relazione. Se vogliamo davvero proteggere questi ragazzi, non basta invitarli a “non farsi controllare”. Bisogna aiutarli a sentire, profondamente, che hanno diritto a una vita che non sia un puntino che lampeggia sullo schermo di qualcun altro. E che l’amore, quello vero, non chiede di essere tracciato, ma di essere scelto, ogni giorno, senza ricatti.

Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.
Psicologa Clinica Giulia Maria Averaimo
Giulia Maria Averaimo
Psicologa Clinica & Counselor
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