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Legge sull’educazione sessuo-affettiva, il paradosso: la scuola arretra, la rete “educa”

La legge nata dal ddl Valditara subordina al consenso delle famiglie le attività sulla sessualità ed esclude questi temi dall’infanzia e dalla primaria, rinunciando a costruire un percorso progressivo per età. Il risultato è un paradosso: si teme l’influenza di una lezione controllata, mentre social, pornografia e algoritmi continuano a fornire ai minori modelli, parole e risposte.

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Approvato definitivamente dal Senato con 78 voti favorevoli e 38 contrari, il ddl Valditara ha concluso il proprio iter parlamentare ed è diventato legge dello Stato. La legge del 9 giugno 2026, n. 104, entrata in vigore il 7 luglio, impone alle scuole di acquisire il consenso informato preventivo delle famiglie per le attività riguardanti temi «attinenti all’ambito della sessualità». Nella scuola dell’infanzia e nella primaria queste attività vengono escluse integralmente; dalla secondaria di primo grado in avanti possono essere proposte soltanto dopo aver mostrato ai genitori materiali, contenuti, finalità e qualifiche degli eventuali esperti coinvolti. Nel dibattito che ha accompagnato la legge, l’educazione sessuale è stata spesso sovrapposta alla sessualizzazione precoce dei bambini e degli adolescenti. Si tratta di due piani profondamente diversi: educare alla sessualità non significa incoraggiare l’inizio dei rapporti, anticipare esperienze per le quali non si è pronti o indirizzare desideri e orientamenti. Significa fornire, con linguaggi e contenuti adeguati all’età, gli strumenti per conoscere il corpo, riconoscere i propri confini, prevenire abusi e comportamenti a rischio e comprendere che cosa siano il consenso e il rispetto.

La sessualità non coincide con il rapporto sessuale

L’Organizzazione mondiale della sanità definisce l’educazione sessuale completa come un percorso progressivo, scientificamente fondato e adeguato all’età, dedicato agli aspetti cognitivi, emotivi, fisici e sociali della sessualità. Le ricerche disponibili non mostrano un aumento o un’anticipazione dell’attività sessuale tra chi riceve questi insegnamenti. Al contrario, i programmi ben costruiti possono ritardare l’inizio dei rapporti, ridurre i comportamenti a rischio e favorire decisioni più consapevoli. La sessualità non coincide con il rapporto sessuale

La sessualità è una dimensione molto più ampia dell’atto sessuale. Comprende il corpo, la sua percezione, l’intimità, il desiderio, i ruoli di genere, l’orientamento, la riproduzione, le relazioni, i valori e le rappresentazioni culturali attraverso le quali una persona interpreta ciò che sente. È influenzata da fattori biologici, psicologici, sociali, familiari, culturali e religiosi. Ridurla alla spiegazione della riproduzione umana significa ignorare gran parte dell’esperienza concreta attraverso cui bambini e adolescenti imparano a stare nel proprio corpo e in relazione con gli altri. L’educazione sessuale riguarda quindi anche la conoscenza anatomica, la pubertà, la prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili, la contraccezione, il consenso, l’integrità corporea, il riconoscimento degli abusi, la possibilità di chiedere aiuto, la sicurezza digitale e la distinzione tra un contatto desiderato e un contatto imposto. Non dice a una persona ciò che deve desiderare. Le offre gli strumenti per capire ciò che le accade, riconoscere ciò che non vuole e sapere che nessuno può disporre del suo corpo senza consenso.

L’affettività è educazione, non orientamento

L’affettività riguarda la capacità di riconoscere le emozioni, costruire legami, comprendere quelle altrui, tollerare la frustrazione, comunicare un bisogno, attraversare un conflitto, rispettare un confine e distinguere la cura dal controllo. Riguarda l’amicizia, la famiglia, la gelosia, il rifiuto, la rabbia, la reciprocità e il modo in cui si reagisce quando qualcuno dice di no. Escludere l’educazione affettiva dalla scuola dell’infanzia non avrebbe alcun senso pedagogico. Un bambino viene già educato affettivamente ogni volta che un adulto gli insegna a non colpire un compagno, ad aspettare il proprio turno, a riconoscere la tristezza, a non deridere una fragilità e ad accettare che il corpo dell’altro non gli appartenga. L’affettività contiene inevitabilmente dei valori e indica una direzione: rispetto, responsabilità, empatia, reciprocità. Questa direzione educativa non è un orientamento sessuale e non prescrive alcuna identità.

Il testo della legge, a rigore, non vieta espressamente l’educazione affettiva nella scuola dell’infanzia e nella primaria. Esclude le attività dedicate a temi «attinenti all’ambito della sessualità». Proprio questa formula, tanto ampia quanto priva di una definizione operativa, può però produrre un effetto dissuasivo: per paura delle contestazioni, una scuola potrebbe evitare anche percorsi sul corpo, sui confini personali, sul consenso o sulla prevenzione degli abusi, perché collocati nella zona di contatto tra affettività e sessualità che inevitabilmente formano un continuum anche se non sono sinonimi. Esistono legami affettivi privi di una dimensione sessuale ed esperienze sessuali prive di coinvolgimento affettivo. Nello sviluppo individuale, tuttavia, le due dimensioni si incontrano continuamente: nel rapporto con il corpo, nel bisogno di vicinanza, nella scoperta del desiderio, nella vergogna, nel consenso, nella capacità di fidarsi e nel modo in cui si interpreta il comportamento degli altri.

Trattarle come compartimenti stagni produce un’artificiosa separazione. Non si può insegnare davvero il consenso senza parlare del corpo. Non si può parlare di rispetto nelle relazioni senza affrontare il diritto a sottrarsi a una pressione. Non si può prevenire la violenza limitandosi a spiegare genericamente l’empatia, evitando di mostrare come il controllo, la coercizione e il ricatto possano entrare anche nelle relazioni intime.

Un programma strutturato sui rapporti sessuali, sulla contraccezione e sulle infezioni può trovare nella scuola secondaria di primo grado una sede adeguata, calibrando contenuti e linguaggio sul livello di sviluppo dei ragazzi. Questa soglia non dovrebbe trasformarsi in una finzione secondo la quale, prima degli undici anni, il corpo, la curiosità, la vergogna e il bisogno di protezione non esistano. Con i bambini più piccoli, educazione sessuale significa soprattutto imparare i nomi corretti delle parti del corpo, distinguere ciò che è pubblico da ciò che è privato, riconoscere le emozioni, comprendere che un contatto può essere rifiutato e sapere a quale adulto rivolgersi quando qualcosa provoca disagio. L’OMS chiarisce che, nelle prime fasce d’età, parlare di sessualità non significa parlare di rapporti sessuali: significa costruire le basi della sicurezza corporea e delle relazioni sane. La libertà di scoprirsi non nasce dall’assenza di parole

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I ragazzi devono essere liberi di scoprirsi, senza che un adulto stabilisca in anticipo chi dovranno amare, cosa dovranno desiderare o in quale definizione dovranno riconoscersi. Questa libertà non viene protetta dal silenzio, ma dalla possibilità di esplorare ciò che li muove senza sentirsi sbagliati, colpevoli o costretti a dare immediatamente un nome a ogni sensazione. L’educazione non dovrebbe invadere questa scoperta né appropriarsene.  È già questo il primo stadio dell’educazione sessuo-affettiva: imparare che il proprio corpo merita rispetto, che ogni emozione può essere riconosciuta senza trasformarsi in colpa, che la vicinanza non autorizza l’invasione e che nessuno deve essere costretto a definire anzitempo ciò che sente. Dovrebbe creare le condizioni affinché avvenga senza violenza, vergogna e giudizio. Un ragazzo informato non è un ragazzo orientato dall’adulto. È un ragazzo che possiede più strumenti per sottrarsi all’orientamento esercitato dal gruppo, dalla pornografia, dagli stereotipi e dagli algoritmi.

Un percorso per età al posto di un divieto indistinto

Un percorso costruito per stadi avrebbe potuto accompagnare lo sviluppo con contenuti progressivi. Nell’infanzia, il riconoscimento delle emozioni, l’integrità corporea, i confini, il diritto di dire no e la capacità di chiedere aiuto. Nella preadolescenza, i cambiamenti del corpo, la vergogna, il confronto con i coetanei, gli stereotipi, il consenso e le prime forme di attrazione. Negli anni successivi, la contraccezione, le infezioni sessualmente trasmissibili, il desiderio, le relazioni intime, la pornografia e la responsabilità reciproca.

La legge avrebbe potuto definire questa gradualità, distinguendo con precisione finalità, linguaggi e contenuti per ciascuna fascia d’età. Ha scelto invece una formula ampia come «temi attinenti alla sessualità», capace di riunire sotto la stessa cautela una lezione sui rapporti sessuali e un’attività sul diritto di un bambino a rifiutare un contatto. In questo modo non si accompagna lo sviluppo: si rinvia l’intervento educativo fino al momento in cui molte domande hanno già ricevuto altrove risposte casuali, commerciali o violente.

Il paradosso dei social

Nel confronto con il mondo digitale occorre utilizzare dati precisi. Facebook e Instagram richiedono formalmente almeno 13 anni per aprire un account. In Italia, invece, i 14 anni rappresentano la soglia a partire dalla quale un minore può prestare autonomamente il consenso al trattamento dei propri dati personali; sotto quell’età è necessaria l’autorizzazione di chi esercita la responsabilità genitoriale. Un genitore, quindi, non può rendere conforme alle regole di Meta l’account personale di un bambino di dieci anni: sotto i 13 anni l’iscrizione resta vietata dalle condizioni delle piattaforme. Questa soglia formale, tuttavia, non risolve il problema della tutela. Il limite dei 14 anni stabilito dalla normativa italiana riguarda infatti la possibilità del minore di prestare autonomamente il consenso al trattamento dei propri dati personali, non la maturità psicologica necessaria per comprendere, elaborare o respingere i contenuti incontrati online. Il Garante stesso ricorda che l’uso dei dispositivi può esporre i minori a pornografia, sexting, cyberbullismo, contatti con sconosciuti e diffusione involontaria di informazioni personali.

È proprio nella diversa intensità di queste tutele che emerge il paradosso. Per consentire a un adolescente di partecipare a un’attività scolastica controllata, lo Stato richiede il consenso scritto della famiglia, la visione preventiva dei materiali e la verifica delle competenze del personale coinvolto. Nel digitale, invece, la protezione pubblica si concentra soprattutto sull’età dichiarata e sul trattamento dei dati personali, mentre l’accesso effettivo a contenuti selezionati da algoritmi commerciali resta facilmente aggirabile e può avvenire anche attraverso dispositivi, browser o account altrui. La scuola viene trattata come il luogo dal quale difendere il minore, quando è uno dei pochi ambienti in cui contenuti, responsabili e obiettivi possono essere conosciuti, discussi e verificati. Il digitale viene affidato alle impostazioni delle piattaforme e alla sorveglianza familiare, benché molte famiglie non possiedano gli strumenti, il tempo o il linguaggio necessari per accompagnare i figli.

Il consenso dei genitori non può diventare un diritto al vuoto educativo

Informare le famiglie, rendere trasparenti i materiali, verificare la preparazione degli esperti e costruire programmi adeguati all’età sono garanzie necessarie. Anche il coinvolgimento dei genitori può rafforzare l’educazione sessuale, quando accompagna il lavoro della scuola e permette di condividerne finalità e strumenti. Il significato di questa partecipazione cambia quando il consenso diventa la facoltà di sottrarre individualmente un minore a conoscenze fondamentali. A quel punto una responsabilità pubblica viene trasferita alle singole famiglie e l’accesso all’educazione dipende dal loro capitale culturale, dalla disponibilità a parlare di corpo e relazioni e dalla qualità delle informazioni che possiedono.

I figli di chi dispone delle parole per affrontare sessualità, consenso e prevenzione continueranno probabilmente a riceverle in casa. Gli altri rischieranno di essere esclusi proprio dallo spazio professionale nel quale avrebbero potuto fare una domanda senza vergogna e ottenere una risposta fondata, sottratta ai pregiudizi familiari, alle pressioni del gruppo e alla casualità delle fonti online. Una misura presentata come tutela finisce così per ampliare la distanza tra chi possiede già strumenti educativi e chi avrebbe bisogno che fosse la scuola a garantirli.

Proteggere i minori significa offrire parole adeguate all’età, affidarle ad adulti formati e costruire un percorso capace di accompagnare lo sviluppo senza anticiparlo. Quando la scuola rinuncia a questo compito, il vuoto non rimane vuoto. Viene occupato da immagini, modelli e risposte prodotti altrove, secondo logiche che non hanno alcuna finalità educativa: la pornografia commerciale, gli algoritmi delle piattaforme, i contenuti più estremi premiati dall’attenzione e le interpretazioni spesso approssimative del gruppo dei pari.

Il paradosso della legge italiana si trova qui: una lezione programmata, verificabile e affidata a professionisti viene trattata come una possibile forma di orientamento; l’influenza esercitata quotidianamente dalle piattaforme viene ricondotta a un problema di accesso, consenso e gestione dei dati. Si irrigidisce il controllo sull’istituzione che può rendere visibili contenuti, metodi e responsabili, lasciando che l’educazione informale avvenga dentro sistemi opachi, costruiti per trattenere l’attenzione e trasformarla in profitto. Nel tentativo di proteggere l’infanzia dall’educazione, si finisce per consegnarne una parte all’unico educatore che non mostra preventivamente i propri materiali, non dichiara le proprie finalità e non chiede mai il consenso: la rete.

Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.

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Psicologa Clinica Giulia Maria Averaimo
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Psicologa Clinica & Counselor
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