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“Nascere maschi è naturale. Diventare uomini è complicato”

Il caso P**ca.eu non è solo cronaca nera digitale: è il sintomo di una cultura che trasforma il corpo femminile in oggetto di consumo. La riflessione di Elena Guarnieri ci ricorda che nascere maschi è naturale, ma diventare uomini è un compito collettivo.

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«Nascere maschi è nella natura, diventare uomini è molto complicato». Con questa frase, pronunciata in diretta durante il Tg5, Elena Guarnieri ha messo il dito nella piaga che troppi fingono di non vedere. E lo ha fatto a proposito di un caso che non può essere liquidato come una semplice “deriva del web”, ma che rappresenta uno dei simboli più discussi di una cultura digitale tossica: il forum P**ca.eu, recentemente chiuso dopo forti proteste.

Per oltre vent’anni in questo forum sono state diffuse immagini di donne, spesso sottratte dai social o manipolate ad arte, esibite come trofei pornografici e commentate con volgarità feroci. Non solo celebrità – da Giorgia Meloni a Paola Cortellesi, da Elly Schlein a Chiara Ferragni – ma anche donne comuni, ignare di essere state gettate in pasto a una folla anonima. Un’arena digitale che ha fatto della denudazione forzata e dell’insulto sessista una forma di intrattenimento.

Il forum è stato chiuso, ma la chiusura non cancella le immagini né ripara la violenza subita. E soprattutto non restituisce la dignità a chi non ha la forza, la visibilità o i mezzi per difendersi. Ed è qui che la frase di Guarnieri risuona con forza: perché le giornaliste, le attrici, le donne delle istituzioni hanno reti di tutela, possono contare su solidarietà e voce pubblica. Le altre no. Le altre – studentesse, impiegate, madri qualsiasi – rischiano di soccombere al peso della vergogna, all’umiliazione di vedersi esposte senza difesa, ridicolizzate in una piazza digitale che non conosce pietà.

Il discorso di Elena Guarinieri al TG5

Ci viene da chiedere se chi pubblica certe foto oscene, certi commenti a dir poco volgari e sessisti, pensa al fatto che quella roba possa finire nelle mani di un figlio, magari di un adolescente, magari come è capitato anche a qualcuna di noi. Ci viene proprio da chiedere che siano proprio i fidanzati, i mariti a usare il corpo delle loro compagne dandolo letteralmente in pasto a certi siti web scabrosi.
Ovviamente, noi donne giornaliste, noi donne dello spettacolo, le donne delle istituzioni hanno sempre un modo per difendersi, ma non è così per tutte le donne che possono anche non reggere alla vergogna di vedersi denudate, abusate verbalmente. Ed è a loro che noi dobbiamo pensare.
Nascere maschi è nella natura, è diventare uomini che è molto complicato, molto difficile e questo riguarda davvero tutti. Noi genitori, la scuola, le istituzioni, siamo tutti coinvolti.

Naturalmente, la parte che ha fatto più discutere di tutte è l’ultima: «Nascere maschi è nella natura, diventare uomini è molto complicato». C’è chi l’ha bollata come uno slogan banale, come un colpo di retorica “femminista” che generalizza e punta il dito contro gli uomini nel loro insieme. Un’obiezione che tradisce, in realtà, l’incapacità di leggere la frase nel suo contesto performativo: qui non si stava facendo filosofia astratta, ma una denuncia radicata in un caso concreto di violenza e tradimento della fiducia.

La frase di Guarnieri non è un assioma universale da incidere nel marmo, è una frase polisemica, che assume valore diverso in base al contesto in cui viene pronunciata.

  • Se la applichiamo al caso P**ca.eu, è un atto d’accusa: molti uomini hanno dimostrato di non saper diventare “uomini” nel senso più alto del termine, riducendo le proprie compagne a trofei da gettare nella fogna del web.
  • Ma la stessa frase, pronunciata in un altro scenario, può diventare riconoscimento positivo: diventare uomini significa crescere nella responsabilità, affrontare le difficoltà, costruire un’identità adulta che non si nasconde dietro l’aggressività (esempio: un padre che cresce i figli con dedizione, un uomo che affronta difficoltà senza violenza. Essere uomini non significa imporre ruoli tradizionali o incarnare il vecchio modello del “capofamiglia”: significa, piuttosto, saper restare accanto a un altro essere umano – qualunque sia il suo orientamento, la sua fragilità o la sua condizione – e sostenerlo invece di sminuirlo.)

E lo stesso discorso si potrebbe fare per le donne: «Nascere femmine è nella natura, diventare donne è complicato». Certo che vale, ma tirarlo in ballo in questo contesto – nel quale i protagonisti della violenza erano uomini che hanno usato i corpi delle proprie compagne come arma – sarebbe stato un artificio retorico inutile. Il classico “benaltrismo” che annacqua la denuncia.

Psicologia di una mascolinità fragile

Dal punto di vista psicologico, le parole di Guarnieri toccano un nodo cruciale: la mascolinità non è un dato naturale, ma un processo culturale. Non basta nascere maschi per diventare uomini: serve un lavoro educativo, affettivo, sociale. Chi frequenta forum come P**ca non sta mostrando forza virile, ma l’esatto contrario: una fragilità profonda, un bisogno di riaffermare se stesso dominando l’immagine di un’altra persona. È una virilità insicura, che per esistere ha bisogno di esibire la nudità altrui, di ridicolizzarla, di strapparla al contesto di intimità in cui apparteneva.

Questa fragilità è stata descritta dal sociologo Michael Kimmel come il cuore della ‘crisi della mascolinità’: uomini che, non riuscendo a sentirsi all’altezza del modello virile imposto dalla società, finiscono per riaffermarsi con la violenza o la derisione. La psicoanalisi direbbe che è un bisogno di compensazione; la psicologia sociale parlerebbe di dissonanza cognitiva. In ogni caso, la radice è la stessa: non forza, ma paura. È per questo che Guarnieri parla di “compito difficile”: perché crescere uomini significa imparare a contenere questa fragilità, a trasformarla in responsabilità, in cura, in rispetto. Non tutti ci riescono, e i casi come P**ca lo dimostrano.

La responsabilità collettiva

Un altro passaggio decisivo delle sue parole è quello che chiama in causa genitori, scuola, istituzioni. Diventare uomini non è questione di destino individuale, ma di educazione collettiva.

  • La famiglia che insegna rispetto e non possesso.
  • La scuola che educa all’affettività e non solo alle nozioni.
  • Le istituzioni che legiferano con fermezza contro i crimini digitali.

Ogni silenzio, ogni complicità, ogni sottovalutazione contribuisce a perpetuare la cultura che alimenta forum come Phica. E sapete cosa c’è di non nuovo? Che anche gli uomini che non erano iscritti al formu, ma he ora restano in silenzio, o si difenodono, anche se magari non hanno nulla da rimproverarsi, sono il problema. Qui dobbiamo farci sentire tutti, perché è violenza. Punto!

Non è un caso che lo psicologo Albert Bandura abbia dimostrato con la teoria dell’apprendimento sociale che la violenza si trasmette per imitazione: se un ragazzo cresce vedendo che l’umiliazione della donna è accettata, tenderà a riprodurre lo stesso copione. La cultura del possesso non nasce sul web: il web la amplifica.

Smontare le obiezioni dei negazionisti culturali

Ritorniamo alle polemiche perché è meglio essere ripetitivi. Qualcuno ha definito la frase di Guarnieri “una banalità femminista” che criminalizza gli uomini in blocco. È una lettura miope e fallace. Non è un’accusa collettiva. Non si sta dicendo che “tutti gli uomini sono colpevoli”, ma che la maturità maschile non è un automatismo biologico: va costruita. Gli uomini che vivono con rispetto e amore non dovrebbero sentirsi attaccati, ma riconosciuti come esempio positivo.

È una frase contestuale, se non lo capite è un problema di comprendonio, mi dispiace essere dura, ma è così! In un editoriale di costume può diventare riconoscimento positivo; davanti a un forum che ha umiliato migliaia di donne, diventa denuncia. La sua forza sta proprio nella capacità di cambiare valore a seconda della situazione. Il vittimismo maschile è una trappola. Reagire con “anche le donne” o “ma non tutti gli uomini” serve solo a spostare l’attenzione, a diluire la responsabilità. È la classica arma retorica che annulla la denuncia senza risolvere il problema.

Non è corretto dire “umani”: la precisione è responsabilità

Si può dire in tanti modi, ma alla fine resta un fatto: c’è chi nasce maschio e muore maschio senza mai essere diventato uomo. Non lo diventa quando consegna il corpo di una donna a una cloaca digitale, o ride davanti all’umiliazione altrui. Non lo diventa quando si rifugia nell’alibi del “non tutti siamo così”. Essere uomini significa prendersi sulle spalle il peso della dignità, propria e altrui. E chi non lo fa non è innocente, è complice. Possiamo girarci dall’altra parte, indignarci per qualche giorno, archiviare il caso P**ca come l’ennesima “vergogna del web”. Oppure possiamo avere il coraggio di ammettere che la vergogna non è del web: è degli uomini che scelgono ogni giorno di non diventarlo.

Avrei potuto dire “diventare umani” invece che “diventare uomini”, ma non sarebbe stato corretto e quindi non l’ho fatto! E non è un caso. Perché le parole hanno un peso solo dentro il contesto che le genera, e il contesto era un branco di maschi che, con il gesto vigliacco di esporre il corpo delle proprie compagne, hanno tradito la dignità prima ancora che l’intimità. Pretendere un linguaggio neutro in questi casi non è segno di equilibrio, ma di cecità; significa non voler vedere che qui il problema ha un nome preciso, e chiamarlo per nome non è generalizzare, è restituire chiarezza alla realtà.

Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.
Psicologa Clinica Giulia Maria Averaimo
Giulia Maria Averaimo
Psicologa Clinica & Counselor
Giulia Maria Averaimo

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