newsLa pareidolia ci fa vedere volti dove non ci sono. Esiste anche...

La pareidolia ci fa vedere volti dove non ci sono. Esiste anche una pareidolia affettiva?

Dai volti intravisti negli oggetti agli schemi che completiamo nelle relazioni: un'analogia tra percezione e vita affettiva, da leggere come metafora e non come categoria clinica.

Condividi

La pareidolia è un fenomeno percettivo attraverso il quale una configurazione incerta viene riconosciuta come qualcosa di familiare. Il termine deriva dal greco pará, che indica ciò che è accanto, oltre o difforme rispetto a qualcosa, ed eídōlon, “immagine” o “figura”: richiama quindi l’apparire di una forma riconoscibile accanto a ciò che è realmente presente. Vediamo un volto nella facciata di un edificio, un animale nelle nuvole, un corpo tra le pieghe di una tenda. Davanti a noi esiste uno stimolo reale, ma incompleto o ambiguo. È la mente a conferirgli una forma precisa, accostando ciò che vede a un modello che possiede già. Non è un’allucinazione e non è il segnale di una patologia. Il mondo esterno offre davvero linee, ombre e contrasti; ciò che non esiste è l’oggetto completo che crediamo di riconoscere. La percezione raccoglie pochi indizi e il cervello completa l’immagine. La pareidolia rende quindi visibile una caratteristica ordinaria della mente umana: non riceviamo passivamente la realtà, la interpretiamo attraverso previsioni costruite dall’esperienza. Accade perché il cervello non sopporta a lungo ciò che non riesce a organizzare per dargli una forma già conosciuta.

pareidolia

I volti sono la forma che riconosciamo più facilmente. Il sistema visivo umano è particolarmente sensibile alla loro configurazione e può attivarsi anche davanti a oggetti che ne possiedono soltanto alcuni elementi. L’elaborazione comincia nelle aree visive della corteccia occipitale e prosegue lungo la via occipito-temporale ventrale, coinvolgendo regioni specializzate nel riconoscimento dei volti, tra cui l’area fusiforme facciale, situata nel giro fusiforme. Studi neuroscientifici hanno rilevato che i volti reali e quelli pareidolici coinvolgono almeno in parte circuiti visivi comuni: davanti a pochi segnali collocati nella posizione giusta, queste reti possono attivarsi rapidamente e indurre il cervello a formulare l’ipotesi di una presenza umana. A questo processo partecipano anche aree prefrontali, coinvolte nell’integrazione tra ciò che arriva dai sensi e ciò che la mente si aspetta di trovare.

pareidolia
Foto Wikipedia: @AlphaBeta135

Secondo i modelli di elaborazione predittiva, infatti, la percezione nasce dall’incontro tra le informazioni provenienti dall’esterno e le aspettative che il cervello possiede già. Le aree sensoriali raccolgono linee, contrasti e disposizioni spaziali, mentre le regioni associative e prefrontali contribuiscono a confrontare questi dati con le rappresentazioni archiviate attraverso l’esperienza. Quando lo stimolo è chiaro, la realtà sensoriale corregge facilmente l’ipotesi. Quando è povero o ambiguo, le aspettative acquistano più peso. Il cervello non vede soltanto ciò che è presente: anticipa ciò che potrebbe esserci e verifica la propria previsione sulla base degli indizi disponibili. Nella pareidolia, una configurazione familiare può così imporsi sulla debolezza dell’informazione sensoriale, facendo apparire completo e riconoscibile ciò che, nella realtà, è soltanto parziale.

La risposta è estremamente rapida: oggetti percepiti come volti possono produrre, dopo circa 165 millisecondi, un’attivazione della corteccia fusiforme ventrale simile a quella suscitata dai volti reali. In una prima fase, infatti, il cervello tratta il volto pareidolico più come una faccia che come un comune oggetto; entro circa 250 millisecondi, però, la rappresentazione viene corretta e torna ad avvicinarsi a quella dell’oggetto reale. È il risultato di un sistema di rilevamento che privilegia inizialmente la sensibilità: per il cervello è più vantaggioso riconoscere troppo presto un volto che rischiare di non riconoscerne uno davvero presente. Questo fenomeno appartiene alla percezione visiva. Non esiste, almeno allo stato attuale della ricerca, una “pareidolia relazionale” riconosciuta come categoria psicologica. In questa sede, però, proveremo a formulare l’accostamento come metafora: un’analogia utile tra due processi distinti che condividono una caratteristica. In entrambi i casi, la mente incontra qualcosa di ancora incerto e tende a organizzarlo attraverso una forma già conosciuta.

Pareidolia nelle relazioni, esiste?

Anche una persona nuova, all’inizio, è uno stimolo incompleto. Ne conosciamo alcuni gesti, poche parole, una maniera di avvicinarsi o di sottrarsi. Non disponiamo ancora di informazioni sufficienti per sapere chi sia, come affronterà l’intimità o quale posto saprà occupare nella nostra vita. Eppure iniziamo presto a costruirne un’immagine. Ciò che manca viene spesso riempito dalle nostre aspettative. Un’attenzione iniziale può diventare, nella nostra mente, la promessa di una presenza costante. Una risposta tardiva può sembrare l’inizio di un abbandono. Una persona riservata viene scambiata per profonda; una persona sfuggente per fragile; una disponibilità intermittente per il segnale di un sentimento intenso che ha soltanto bisogno di tempo. L’altro ha fornito alcuni tratti. Noi abbiamo riconosciuto la figura e completato il resto.

Quando lo schema rende familiare l’asimmetria

Nella vita di alcune persone sembrano susseguirsi partner accomunati da tratti marcatamente narcisistici: bisogno costante di conferme, scarsa reciprocità, alternanza tra idealizzazione e svalutazione, difficoltà a riconoscere i bisogni dell’altro, tendenza a controllare la relazione attraverso la distanza, l’ambiguità o la colpa. Questo non significa che chi li incontra possieda una predisposizione misteriosa ad “attirarli”, né che sia responsabile dei comportamenti subiti.

Può accadere, però, che alcune configurazioni vengano riconosciute come familiari prima ancora di essere comprese come problematiche. Chi ha imparato molto presto a conquistare attenzione, a interpretare gli umori altrui o a giustificare l’indisponibilità emotiva può non percepire immediatamente l’asimmetria. L’intensità iniziale viene letta come profondità, l’intermittenza come fragilità, la distanza come paura di amare. Dove esistono segnali contraddittori, la mente completa l’immagine con la speranza che la relazione possa diventare ciò che, per ora, ha soltanto promesso. Alcune persone che manifestano marcati tratti narcisistici possono costruire relazioni caratterizzate da forte asimmetria, bisogno di conferme, ridotta reciprocità e comunicazione intermittente. Questi comportamenti non sono sempre deliberatamente strategici, ma possono comunque generare nell’altro confusione e una continua ricerca di spiegazioni. Una fase iniziale di forte coinvolgimento può creare rapidamente un’immagine di eccezionalità e vicinanza; la successiva riduzione dell’attenzione spinge l’altro a cercare di recuperare ciò che aveva sperimentato all’inizio. La relazione si organizza allora attorno a una promessa intermittente: abbastanza presenza da mantenere viva l’attesa, abbastanza distanza da alimentare il bisogno di conferma.

Anche in questo caso, il problema non è soltanto ciò che vediamo nell’altro, ma ciò che siamo preparati a spiegare, tollerare e aspettare. Uno schema relazionale familiare può rendere meno visibili le incongruenze e più credibili le giustificazioni. La persona non sceglie consapevolmente di essere manipolata; può riconoscere come amore una dinamica che il proprio sistema affettivo ha già imparato a decifrare. Interrompere questa ripetizione richiede di osservare la relazione per ciò che produce, non soltanto per ciò che promette. La domanda decisiva non è quanto l’altro sembri ferito, complesso o incapace di esprimersi, ma quale esperienza costruisca concretamente: reciprocità o squilibrio, chiarezza o confusione, responsabilità o continuo spostamento della colpa. A volte non continuiamo a incontrare la stessa persona. Continuiamo a riconoscere come familiare lo stesso modo di essere trattati.

 

Ricapitolando: la mente, però, non interviene soltanto dopo l’incontro, alterando la lettura di chi abbiamo davanti. Può agire anche prima, orientando la scelta. Non incontriamo necessariamente le stesse persone. Possiamo selezionare persone diverse nelle quali riconosciamo elementi compatibili con la stessa dinamica. Uno studio longitudinale ha rilevato una certa continuità tra le caratteristiche di personalità dei partner precedenti e quelle dei partner successivi. Questo non significa che ogni individuo sia condannato ad avere sempre lo stesso “tipo”, né dimostra che la scelta derivi esclusivamente dall’infanzia. Mostra però che le nostre relazioni non sono successioni completamente casuali e che, per alcune persone, esiste una relativa stabilità nelle caratteristiche verso cui si orientano.

La familiarità non coincide necessariamente con il benessere. Qualcosa può sembrarci riconoscibile perché ci ha fatto bene, oppure perché abbiamo dovuto imparare molto presto a sopportarlo. Il cervello non archivia soltanto ciò che è stato sicuro. Archivia anche ciò che è stato frequente, prevedibile e necessario per mantenere un legame. Chi ha imparato che la vicinanza arriva insieme all’incertezza può avvertire una particolare attrazione per chi alterna presenza e distanza. Chi ha dovuto conquistare attenzione può sentire intensamente il bisogno di essere scelto da una persona indisponibile. Chi ha conosciuto rapporti nei quali doveva accudire, comprendere e giustificare può riconoscere come familiare qualcuno che chiede molto e restituisce poco.

Non si tratta sempre di una decisione consapevole. La parola “scelta” non deve diventare un’accusa. Nessuno osserva deliberatamente le proprie ferite e decide di riprodurle. La selezione affettiva avviene anche attraverso reazioni rapide: ciò che ci incuriosisce, ciò che chiamiamo chimica, il genere di distanza che ci spinge ad avvicinarci e il tipo di persona dalla quale desideriamo ottenere una conferma. Gli schemi relazionali funzionano come previsioni. Contengono idee implicite su ciò che accadrà quando avremo bisogno dell’altro: se saremo ascoltati, respinti, invasi, rassicurati o lasciati soli. Queste rappresentazioni guidano ciò che notiamo e il significato che attribuiamo ai segnali, soprattutto quando la situazione è emotivamente incerta.

Il transfert offre un’altra chiave di lettura. Le rappresentazioni delle persone significative possono essere riattivate da qualcuno che possiede soltanto pochi tratti simili. Una persona nuova non deve essere identica a quella del passato. Può bastare un modo di parlare, una forma di distanza o un atteggiamento nei confronti dell’intimità perché vengano trasferiti su di lei aspettative e sentimenti nati altrove. Da quel momento non osserviamo più soltanto una persona. Osserviamo anche la previsione di ciò che farà. Chi teme il rifiuto può riconoscerlo in un comportamento ancora ambiguo. Chi desidera disperatamente una riparazione può scorgere una promessa nei gesti minimi. Chi si aspetta di essere lasciato può cercare rassicurazioni con un’intensità che affatica il rapporto. Chi teme di essere controllato può allontanarsi appena la vicinanza diventa concreta. Lo schema interpreta la relazione e, attraverso il comportamento, può contribuire a ricostruirla.

È qui che l’analogia con la pareidolia raggiunge il suo punto più interessante. Davanti a un’immagine ambigua, il cervello riconosce una forma familiare. Davanti a una relazione ancora incerta, possiamo riconoscere un copione. Poi cerchiamo gli elementi che lo confermano, trascuriamo quelli che lo contraddicono e assumiamo il ruolo che sappiamo già interpretare. Questo non significa che la realtà sia interamente inventata. Il volto pareidolico nasce da linee realmente presenti, così come lo schema relazionale può essere attivato da caratteristiche autentiche dell’altro. La persona può essere davvero sfuggente, disponibile, critica o bisognosa. La distorsione consiste nel completarne troppo presto l’identità, attribuendo a pochi segnali un significato definitivo. A volte vediamo nell’altro ciò che non esiste. Altre volte vediamo correttamente un tratto e immaginiamo già l’intera figura.

Domande importanti da porsi

Per uscire dalla ripetizione non basta promettersi di scegliere una persona completamente diversa. Occorre capire che cosa riconosciamo come familiare, quale ruolo assumiamo quando lo riconosciamo e quali aspettative portiamo dentro una relazione prima che la relazione abbia avuto il tempo di definirsi. Può essere utile distinguere i fatti dalle previsioni. Che cosa ha realmente fatto questa persona? Che cosa sto immaginando che farà? Quale parte della sua storia conosco e quale sto completando? Sto provando attrazione per ciò che ricevo oppure per ciò che spero finalmente di ottenere? Questa relazione mi offre sicurezza o mi restituisce soltanto una tensione che conosco bene?

Il nuovo, inizialmente, può non produrre lo stesso impatto del familiare. Una persona coerente può sembrare meno magnetica di una presenza intermittente. Una relazione tranquilla può essere confusa con la mancanza di passione. Quando il sistema nervoso ha imparato a collegare l’amore all’allarme, la serenità può apparire stranamente vuota. Interrompere uno schema richiede allora di sopportare per qualche tempo un’immagine incompleta. Non assegnare immediatamente un volto alle ombre. Non chiamare destino ciò che ci è soltanto familiare. Non scambiare l’intensità del riconoscimento per la qualità della relazione. La maturità affettiva non consiste nel diventare immuni dal passato. Consiste nell’accorgersi quando il passato sta completando l’immagine al posto nostro. Possiamo continuare a riconoscere il vecchio volto. La libertà comincia quando, prima di consegnargli il nome della persona che abbiamo davanti, decidiamo di guardare ancora.

Nota bene:
quella proposta in questo articolo non è un’estensione neuroscientifica della pareidolia alla vita affettiva, né una nuova categoria clinica. È un’analogia tra due fenomeni differenti, nei quali ciò che è già familiare può contribuire a organizzare ciò che è ancora ambiguo.

Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.
Psicologa Clinica Giulia Maria Averaimo
Giulia Maria Averaimo
Psicologa Clinica & Counselor
Giulia Maria Averaimo

Leggi di più

Potrebbe interessarti: