psicologia generalePerché il proprio piatto preferito può farci stare meglio

Perché il proprio piatto preferito può farci stare meglio

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A volte il sollievo comincia prima di sedersi a tavola. Può arrivare mentre si sceglie una ricetta, si sente un profumo attraversare la cucina o si assaggia qualcosa per capire che cosa manca. Dopo una giornata trascorsa a rispondere alle richieste degli altri, prepararsi un piatto desiderato può essere un modo concreto di rivolgere attenzione a sé. Anche una cena semplice acquista un significato diverso quando viene scelta tenendo conto dei propri gusti, della propria fame, delle energie che sono rimaste.

Perché il proprio piatto preferito può farci stare meglio

Il comfort food ha il sapore della propria storia

L’espressione comfort food indica quei cibi ai quali si attribuisce un valore di conforto, spesso legato alla familiarità e alla storia personale. Per qualcuno è una minestra mangiata durante l’infanzia; per altri, una pasta scoperta in viaggio o il pane tostato di una colazione tranquilla. Lo stesso piatto può suscitare tenerezza in una persona e lasciare indifferente un’altra. Il suo significato può comprendere il ricordo di chi lo preparava, l’atmosfera di una casa, una stagione della vita in cui ci si sentiva al sicuro. Il gusto, qualche volta, porta con sé anche una memoria di appartenenza.

Il sollievo comprende anche ciò che accade intorno al pasto. Alcuni esperimenti hanno osservato che l’umore migliorava dopo aver mangiato il proprio comfort food, ma anche dopo aver mangiato altri alimenti o semplicemente dopo aver lasciato trascorrere un po’ di tempo. Vale quindi la pena guardare all’intera esperienza: una pausa, qualcosa di piacevole da attendere, la possibilità di interrompere per un momento il ritmo della giornata. Il piatto preferito può entrare in scena e darle un sapore familiare.

Anche un pasto semplice e nutriente può diventare un cibo di conforto. Una vellutata di zucca e lenticchie, una pasta e ceci con olio extravergine e rosmarino, una crema d’avena con pera e noci offrono possibilità diverse di gusto, consistenza e sazietà. È importante che soddisfino le preferenze di chi li mangia: il piacere partecipa alla cura. Su un piano più ampio, studi clinici come il piccolo trial SMILES suggeriscono che migliorare la qualità dell’alimentazione nel tempo possa contribuire al benessere psicologico, affiancando le cure per la depressione. La quotidianità alimentare e il conforto di una singola cena hanno tempi diversi, e possono entrambi trovare posto nell’attenzione dedicata a sé.

Anche i colori partecipano all’esperienza. L’arancione della zucca, il rosso del pomodoro, il verde delle erbe possono rendere un piatto invitante e richiamare una cucina autunnale, un pranzo estivo, il profumo di un orto. La ricerca mostra che il colore può orientare le aspettative sul gusto e influenzare la percezione del sapore. Il significato che gli viene attribuito passa anche attraverso l’esperienza personale: una vellutata arancione può suggerire calore e familiarità, soprattutto se ricorda qualcosa di amato. Colori, profumi e consistenze si incontrano, e ciascuno può trovare piacevole una combinazione diversa.

Il rito di cucinare, il piacere di ordinare

Il rito di cucinare aggiunge un’altra dimensione. Lavare, tagliare, mescolare, aspettare: ogni gesto conduce a un risultato osservabile. Una revisione degli studi sugli interventi di cucina suggerisce possibili benefici per l’autostima, la socialità e il benessere emotivo, in un ambito di ricerca ancora da approfondire. Una possibile lettura psicologica riguarda il senso di efficacia: davanti a pensieri che girano senza trovare una conclusione, occuparsi di qualcosa di concreto può restituire la sensazione di poter intervenire. Per alcune persone, seguire una preparazione è anche un modo di riportare l’attenzione a ciò che stanno facendo, attraverso le mani e i sensi.

Quel rito può essere piccolo. Una ricetta elaborata può dare soddisfazione; una preparazione facile può offrire il sollievo di una richiesta sostenibile. La cura comprende anche la capacità di riconoscere la propria stanchezza. Dopo una giornata faticosa, tagliare due ingredienti e mettere sul fuoco una pentola può bastare. Il valore del gesto sta anche nel modo in cui accompagna quella serata, senza aggiungere un’altra prestazione da portare a termine.

C’è poi chi ama mangiare molto più di quanto ami cucinare, e può godersi pienamente il proprio piatto preferito anche ordinandolo. Scegliere qualcosa dal menu, prenderlo in gastronomia, farselo consegnare o sedersi in un ristorante possono diventare altrettanti piccoli rituali. Il gesto di cura consiste anche nel riconoscere un desiderio e trovare un modo praticabile per soddisfarlo. Quando cucinare pesa, affidare a qualcuno la preparazione del pasto può lasciare energie per assaporarlo. Il conforto può arrivare anche in una confezione da asporto: poi si può decidere di apparecchiare, mettere il cibo nel piatto e concedersi il tempo di mangiarlo con piacere.

Concedersi qualcosa di amato può avere un posto nella vita quotidiana senza diventare un premio da meritare. Allo stesso tempo, ascoltare ciò che si cerca in quel momento aiuta a riconoscere meglio i propri bisogni. Fame, stanchezza, tristezza e desiderio di compagnia possono presentarsi insieme. Accorgersene permette di capire se, accanto a una buona cena, servano anche riposo, una conversazione o un po’ di vicinanza. Il piacere del cibo può convivere con queste altre forme di conforto.

Comfort food

Il ragù e gli altri riti della cucina napoletana

Sono psicologa, ma sono anche napoletana, e quando penso al cibo che consola mi viene naturale pensare alla nostra cucina. Alla sua capacità di riempire una casa di profumi, di dare un appuntamento alla famiglia, di trasformare una domanda semplice – «Hai mangiato?» – in un modo di interessarsi a qualcuno. In un piatto messo da parte per chi torna tardi, in una porzione preparata pensando a una persona, può esserci una premura molto concreta. Il cibo diventa uno dei linguaggi attraverso i quali si esprime affetto.

Per molti napoletani, il ragù può essere considerato il comfort food per eccellenza. Appartiene al pranzo della domenica e a una preparazione lenta, durante la quale il sugo deve pippiare, sobbollire piano per ore. Il suo profumo può arrivare molto prima dell’appetito e annunciare che qualcuno si sta occupando del pranzo. Intorno alla pentola cominciano gli assaggi, le osservazioni, le opinioni: perché a Napoli sul ragù si può discutere a lungo anche tra persone che su tutto il resto sono d’accordo. E in quella discussione c’è spesso il desiderio di ritrovare un sapore preciso, quello che ciascuno porta con sé come termine di paragone.

I nostri riti in cucina hanno qualcosa di quasi propiziatorio. Si solleva il coperchio, si controlla la fiamma, si assaggia di nuovo, si intinge un pezzetto di pane. Come se ripetere quei gesti potesse aiutare anche la giornata a prendere la piega giusta. Ci vedo un bisogno di continuità: sapere che una cosa amata può tornare, che certi passaggi conservano un ordine riconoscibile, che esiste ancora un tempo da dedicare a qualcosa senza pretendere un risultato immediato. Il ragù, da questo punto di vista, è un discreto maestro di pazienza. Si può avere tutta la fretta del mondo, ma lui continua a chiedere il tempo che gli serve.

Il conforto può avere anche il sapore delle salsicce con i friarielli, un abbinamento profondamente legato alla cucina napoletana. Per chi lo ama, basta riconoscerne il profumo per ritrovare qualcosa di familiare: un pranzo, una cucina, una persona con cui lo si è condiviso. È questo intreccio tra sapore e memoria a rendere certi piatti così personali. A volte si desidera proprio quella preparazione, fatta in quel modo, perché insieme al gusto ritorna l’atmosfera nella quale si è imparato ad apprezzarla.

La misura aiuta a godersi questa cucina nel tempo. Le giuste porzioni, dentro un’alimentazione varia, lasciano posto anche ai piatti più ricchi della tradizione. E il conforto napoletano abita pure una pasta e fagioli, una minestra di verdure, un piatto di legumi preparato bene. Mi piace pensare che la sua generosità stia anche qui: nella capacità di dare valore a ingredienti semplici e di far sentire che qualcuno ha dedicato attenzione a ciò che si mangerà. Qualche volta quel qualcuno può essere la persona che cucina; altre volte, chi sceglie per sé qualcosa di buono. Alle volte, per noi, si chiama semplicemente: Pizza!

Perché il proprio piatto preferito può farci stare meglio

Lasciare spazio al sapore dell’altro

Un risotto ai funghi, con parmigiano e un tocco di timo, può diventare un piccolo rito di conforto e offrire anche un’immagine delle relazioni. Il gusto dei funghi incontra la sapidità del parmigiano e la nota aromatica del timo. Nelle giuste proporzioni, ogni ingrediente conserva il proprio carattere e contribuisce a un equilibrio che permette di apprezzare anche gli altri. In cucina come nelle relazioni, stare insieme è anche saper lasciare spazio al sapore dell’altro. Una buona intesa permette alle differenze di restare percepibili e di partecipare a qualcosa di condiviso. Una buona intesa permette alle differenze di restare percepibili e di partecipare a qualcosa di condiviso.

Quella misura riguarda anche il rapporto con sé. Scegliere un pasto può diventare un’occasione per riconoscere un bisogno e rispondergli con un gesto possibile. Il profumo di una ricetta amata, il piacere di ordinarla, una tavola apparecchiata anche per una persona sola possono accompagnare una giornata difficile. Il valore di quella cena sta anche nella possibilità di trattarsi con la stessa premura che si riserverebbe a una persona cara.

Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.

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Psicologa Clinica Giulia Maria Averaimo
Giulia Maria Averaimo
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