crescita personaleOttimizzare tutto ci sta facendo perdere l’anima

Ottimizzare tutto ci sta facendo perdere l’anima

L’ossessione contemporanea per l’ottimizzazione ha trasformato corpo, relazioni e salute mentale in territori da misurare, correggere e rendere più efficienti.

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L’ottimizzazione è diventata una delle grandi ossessioni del nostro tempo. Non riguarda più soltanto il lavoro, la produttività o la gestione dell’agenda: ha colonizzato il modo in cui pensiamo il corpo, le relazioni, la salute mentale, perfino il dolore. Ogni esperienza sembra dover produrre un miglioramento, ogni fragilità viene letta come qualcosa da correggere, ogni legame viene valutato in base alla sua capacità di farci stare meglio, funzionare meglio, reggere meglio. Il problema non è organizzare la vita, né cercare strumenti per abitarla con maggiore consapevolezza. Il problema nasce quando l’ottimizzazione smette di essere un mezzo e diventa lo sguardo con cui interpretiamo tutto. A quel punto non ci chiediamo più che cosa una persona significhi per noi, che cosa una ferita stia provando a raccontare, che cosa una giornata ci abbia lasciato dentro. Ci chiediamo se tutto questo sia utile, efficace, conveniente, compatibile con la versione di noi che stiamo tentando di costruire.

Scott Barry Kaufman, in un articolo pubblicato su Psychology Today con un titolo già molto eloquente, Optimization Has No Soul, formula il problema con precisione: l’ottimizzazione è uno strumento utile quando resta nel suo campo, diventa povera quando pretende di spiegare anche ciò che rende una vita davvero umana. Kaufman ricorda che non si può “ottimizzare” la strada verso un sé profondo e che l’autorealizzazione non è una destinazione misurabile come un obiettivo raggiunto su un’app. Questa intuizione apre una domanda più ampia: che cosa accade quando iniziamo a guardare il corpo, le relazioni, la salute mentale e perfino il dolore attraverso la stessa logica con cui organizziamo una casella di posta o una tabella di rendimento?

La domanda peggiore che questa epoca ci ha messo in tasca è semplice, brutale, quasi amministrativa: stai funzionando? Non se sei felice, non se hai ancora desiderio, non se al mattino ti riconosci nello specchio senza sentirti un prodotto difettoso. Stai funzionando. Rispondi, produci, migliori, sorridi in modo credibile, trasformi il dolore in una lezione vendibile, possibilmente con una bella foto e una frase che sembri profonda. I social hanno fatto la loro parte, certo: hanno preso la nostra insicurezza e le hanno dato una vetrina, un pubblico, una metrica. Il resto lo abbiamo fatto noi, con una certa disciplina tragica, convincendoci che vivere fosse poco e che bisognasse almeno risultare performanti.

L’ottimizzazione nasce come promessa di liberazione: organizzare meglio il tempo, ridurre la fatica inutile, correggere ciò che disperde energia. In alcune zone dell’esistenza funziona: un’agenda chiara può salvare una settimana; dormire di più può restituire lucidità; mangiare con maggiore attenzione può cambiare il rapporto con il corpo. Il problema comincia quando questa logica esce dal suo campo e pretende di interpretare tutto. A quel punto non stiamo più usando uno strumento, ma gli stiamo consegnando lo sguardo.

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A furia di ottimizzare, lo sguardo, quando si abitua a misurare, fatica a riconoscere

Accade nelle relazioni. Invece di chiederci chi abbiamo davanti, iniziamo a chiederci quanto ci fa stare bene, quanto risponde, quanto ci conferma, quanto si incastra nella vita che abbiamo progettato. La persona smette lentamente di essere un mistero e diventa un rendimento emotivo. La ascoltiamo con una specie di contabilità interiore: cosa mi dà, cosa mi toglie, quanto mi costa, quanto mi regola. Anche l’amore, così, viene trascinato dentro una grammatica da bilancio. Non viene più incontrato, viene valutato.

In questo passaggio si perde qualcosa di enorme, ovvero la possibilità di vedere l’altro nella sua eccedenza, nella parte che non serve a noi, nella zona che non può essere immediatamente utile, gratificante, pacificante. L’altro viene ammesso finché migliora la nostra esperienza. Appena diventa difficile, opaco, contraddittorio, inizia a sembrare un errore del sistema.

Succede anche con noi stessi. Ci guardiamo come se fossimo un’app da aggiornare. Dovremmo svegliarci meglio, reagire meglio, scegliere meglio, desiderare meglio. Ogni cedimento diventa un bug; ogni esitazione una perdita di tempo; ogni dolore una procedura non ancora risolta. In questa cultura della prestazione intima, la sofferenza viene tollerata solo quando produce un apprendimento rapido, possibilmente raccontabile, possibilmente trasformabile in contenuto. Anche la ferita deve diventare spendibile.

La psicologia, quando viene ridotta a tecnica di potenziamento, rischia di perdere la sua funzione più umana: aiutare una persona a tornare in contatto con la propria esperienza, non a renderla subito più efficiente. Ci sono momenti in cui il compito non è migliorarsi. È restare abbastanza vicini a ciò che accade senza fuggire dentro una procedura. Una persona che soffre non ha sempre bisogno di una strategia. A volte ha bisogno di uno spazio in cui il dolore non venga trattato come un inconveniente da correggere.

La nostra epoca ha una fiducia quasi religiosa nei grafici, notifiche, report, percentuali, ce Dio ci salvi! Tutto ciò che può essere registrato sembra più vero di ciò che viene solo sentito. Eppure una vita può risultare ordinata da fuori e deserta da dentro. Si può dormire otto ore e svegliarsi senza desiderio. Si può avere una routine impeccabile e non sapere più per chi, per cosa, verso dove. Si può avere una relazione stabile e accorgersi che la propria voce, lì dentro, è diventata sempre più piccola.

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Nessun indicatore sa dire quando una persona ha smesso di commuoversi

La parte più fragile dell’ottimizzazione è proprio questa: vede il comportamento, non sempre vede il significato. Registra la frequenza, non la qualità della presenza. Può dirci quante volte abbiamo meditato, non se in quei minuti abbiamo incontrato davvero qualcosa di noi. Può dirci quanto tempo abbiamo passato con qualcuno, non se lo abbiamo guardato con attenzione. Può dirci se abbiamo portato a termine un compito, non se quella giornata ci ha lasciato più vivi o più lontani da noi.

L’anima, usando questa parola senza retorica, è forse la parte che sente la differenza tra una vita ordinata e una vita abitata. È quella zona interna che capisce quando qualcosa funziona e, nello stesso tempo, non nutre. Quando tutto è sotto controllo e il cuore resta fuori dalla stanza. Quando siamo diventati bravissimi a gestire l’esistenza e meno capaci di farci raggiungere da ciò che esiste.

La dipendenza dall’ottimizzazione somiglia ad altre forme di dipendenza contemporanea perché promette sollievo immediato: se misuro, controllo; se controllo, mi calmo; se mi calmo, posso andare avanti. Il ciclo sembra innocuo, quasi virtuoso. Poi arriva il momento in cui la persona non riesce più a stare in un’esperienza senza tradurla in miglioramento. Una cena deve diventare alimentazione corretta. Una passeggiata deve diventare passi. Una lettura deve diventare crescita personale. Una relazione deve diventare compatibilità, sicurezza, guarigione.

Forse la domanda più scomoda non è quanto possiamo ottimizzare ancora, bensì cosa stiamo smettendo di vedere mentre ottimizziamo tutto. Il volto di chi ci parla. La nostra stanchezza reale, prima che venga trasformata in cattiva gestione del tempo. La bellezza di un gesto che non produce nulla. La dignità di una giornata imperfetta. Il bisogno di essere amati senza dover dimostrare ogni volta di essere la versione migliore di noi stessi.

C’è una differenza profonda tra prendersi cura della propria vita e trattarla come un dispositivo. La cura mantiene un rapporto con la tenerezza. Sa che alcune cose vanno accompagnate, non forzate e sache il corpo è anche memoria, che una relazione è anche storia, che una persona non coincide con il suo rendimento nei giorni in cui riesce a performare meglio. L’ottimizzazione, quando diventa sguardo dominante, perde questa delicatezza. Vuole risultati dove servirebbe ascolto e ordine dove c’è bisogno di significato.

Forse dovremmo cominciare da un gesto minimo: scegliere una cosa che abbiamo trasformato in sistema e restituirla alla relazione. Il corpo, per esempio. Guardarlo meno come un progetto e più come una casa che ci ha portati fin qui. Oppure il tempo. Smettere per un momento di considerarlo soltanto una risorsa da distribuire e ricordare che il tempo è anche il luogo in cui qualcuno può sentirsi atteso. O ancora un figlio, un amico, una persona amata: non una voce dentro l’equilibrio della nostra vita, bensì una presenza che chiede di essere vista senza essere subito interpretata in termini di utilità emotiva.

L’ottimizzazione può accendere le luci. Può aiutarci a non disperderci, a non crollare sotto il peso delle giornate, a costruire un minimo di ordine quando tutto sembra confuso. Poi però serve altro, come lo sguardo capace di fermarsi. Serve una presenza meno ansiosa di concludere e la disponibilità a lasciare per un momento ciò che sentiamo senza trasformarlo subito in una strategia. Una vita può essere efficiente e, nello stesso tempo, perdere spessore. Quando il senso si assottiglia, si impoverisce anche lo sguardo. Gli altri non appaiono più nella loro interezza, ma attraverso ciò che sanno offrirci, regolare, confermare. Le loro storie vengono lette come meccanismi da comprendere in fretta, le loro ferite come elementi da gestire, la loro presenza come qualcosa da collocare dentro il nostro equilibrio personale.

Certo, è chiaro che ottimizzare abbia una sua utilità, soprattutto quando aiuta a mettere ordine nel disordine quotidiano. Il rischio nasce quando resta l’unica lingua disponibile e ci abitua a cercare una funzione anche dove ci sarebbe solo bisogno di riconoscere una presenza.  Una parte di noi ha bisogno di funzionare. Un’altra ha bisogno di essere riconosciuta anche quando non serve a niente.

Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.
Psicologa Clinica Giulia Maria Averaimo
Giulia Maria Averaimo
Psicologa Clinica & Counselor
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