Esiste una condizione dello spirito che la lingua comune non ha ancora imparato a nominare, il che probabilmente spiega perché ci mette così tanto a farsi riconoscere da chi la abita. La depressione, almeno, possiede una forma che gli altri intuiscono magari anche osservandoti. L’ansia ha la cortesia brutale di farsi annunciare dal battito che accelera, dalle mani che si chiudono. Questa cosa è diversa. Sta acquattata nello spazio tra il grigio e il bianco, in una zona dove il dolore non raggiunge la soglia che ti autorizzerebbe a chiedere aiuto, mentre il benessere è scivolato così lontano che il ricordo del suo sapore si è fatto incerto.
La mattina ti svegli e il corpo funziona. Le cose che devi fare le fai. Un osservatore esterno non noterebbe nulla, perché la giornata si svolge secondo una sequenza plausibile di gesti. C’è però qualcosa di opaco in tutto questo, una specie di pellicola depositata sul mondo, come il vetro di una finestra che nessuno si è preoccupato di pulire da un tempo che non sai più calcolare. I colori tecnicamente ci sono. Le conversazioni avvengono, e quando finiscono non ti lasciano quasi nulla, come se l’aria le assorbisse prima che possano sedimentarsi. Ridi, qualche volta, anche se è un riso che non arriva fino in fondo – si ferma da qualche parte a metà strada, in una zona del corpo che non sapresti indicare.
Questa condizione ha un nome e si chiama languishing. E il fatto che a leggerlo ti sia venuto il sospetto che riguardi anche te è già, di per sé, un’informazione.
Languishing: una parola per ciò che non sapevamo nominare
Non si tratta di un vero e proprio neologismo; la maggior parte delle persone lo ha incontrato durante la pandemia, quando lo psicologo organizzativo Adam Grant lo ha riportato in superficie in un articolo che ha avuto una risonanza enorme, in parte perché le persone che lo leggevano vi ritrovavano descritta una condizione che fino a quel momento avevano attraversato senza strumenti per raccontarla. Le radici teoriche però sono più profonde. Risalgono al lavoro del sociologo e psicologo Corey Keyes, che alla fine degli anni Novanta ha proposto un modello della salute mentale costruito su un’intuizione che oggi appare ovvia, il che significa che all’epoca non lo era affatto.
L’intuizione era questa: la salute mentale non coincide con l’assenza di malattia mentale. Un corpo può non presentare nessuna patologia diagnosticabile e tuttavia funzionare lontano dal suo meglio, in una specie di risparmio energetico permanente che non è malattia e che nessuno chiamerebbe salute. Keyes ha applicato la stessa logica alla mente, chiamando languishing quello stato intermedio – quella zona in cui non si soffre in modo riconoscibile e in cui, contemporaneamente, si è smesso di sentirsi vivi in modo significativo. All’estremo opposto ha collocato il flourishing, il fiorire, che descrive una persona che sente di avere uno scopo, connessioni che la riguardano davvero, un coinvolgimento autentico nella trama dei propri giorni.
Quello che rende il languishing così insidioso è il modo in cui si protegge dalla diagnosi. Chi ci vive dentro non chiede aiuto, perché non c’è una crisi evidente a cui aggrapparsi per giustificare la richiesta. Nessun crollo, nessun momento che si possa indicare dicendo ecco, è successo qui. C’è solo un’erosione lentissima, del tipo che si nota soltanto a posteriori – come una spiaggia che perde sabbia con una gradualità tale che te ne accorgi solo quando l’acqua è già arrivata dove prima camminavi a piedi asciutti.
Perché adesso, perché noi
Se il concetto esiste da decenni, il fatto che adesso sembri riguardare un numero spropositato di persone racconta qualcosa sul modo in cui viviamo, più che su una fragilità di specie. Il mondo contemporaneo ha costruito, senza volerlo e senza accorgersene, un ecosistema quasi perfetto per il languishing.
Pensa a cosa significa, in termini neurocognitivi, vivere immersi in un sovraccarico informativo che non conosce pause. Il cervello umano si è evoluto per processare una quantità limitata di stimoli in sequenza, alternando con una certa regolarità momenti di attivazione a momenti di riposo profondo. Quello che gli imponiamo adesso è di altra natura: uno stato di allerta diffusa, notifiche da decine di fonti che si accavallano, microdecisioni continue, transizioni emotive violentissime condensate in pochi secondi – dalla mail del capo alla storia di un amico che piange, dal meme al bollettino di guerra. Il risultato, sul piano della neurochimica, è un sistema dopaminergico che comincia a funzionare in modo alterato: non spento, non distrutto, piuttosto cronicamente sovrastimolato al punto da perdere calibrazione, come il palato di chi ha mangiato così tanto zucchero raffinato da non riuscire più a sentire la dolcezza di un frutto.
A questo va sommata l’incertezza cronica che permea il nostro tempo. Una incertezza che non ha la forma acuta della crisi circoscrivibile, quella che per quanto dolorosa almeno ti consente di organizzare una risposta, perché sai da dove arriva e puoi immaginare quando finirà. Questa è un’incertezza diffusa, senza contorni, che riguarda simultaneamente l’economia, il clima, la geopolitica, il lavoro, e che proprio per la sua natura amorfa sfugge ai sistemi con cui il cervello umano è evoluto per gestire il pericolo. Sappiamo reagire all’attacco di un leone, è così che abbiamo preservato la specie dalle grandi fiere. E paradossalmente, siamo molto meno attrezzati ad affrontare un rumore di fondo che non smette, e che non sale abbastanza da giustificare la fuga e non scende abbastanza da consentire il riposo. Quando la minaccia assume questa forma, il sistema nervoso finisce per fare l’unica cosa ragionevole che conosce: abbassare il volume di tutto quanto.
C’è poi un fattore che tende a sparire dalle analisi, forse perché riguarda cose che sembrano poco scientifiche: l’erosione dei rituali collettivi. Le comunità umane si sono organizzate per millenni attorno a momenti condivisi – feste, riti di passaggio, celebrazioni legate al ciclo delle stagioni, il semplice ritrovarsi senza un’agenda da rispettare. Non erano ornamenti della vita sociale, ma il tessuto connettivo che dava ritmo all’esistenza, che la scandiva in capitoli riconoscibili, che permetteva al corpo di sapere dove si trovava nel tempo. Quando quel tessuto si assottiglia, e negli ultimi vent’anni si è assottigliato in modo drastico, quello che resta è una successione di giorni funzionalmente indistinguibili, in cui il tempo scorre senza segnarsi e la vita perde quella struttura narrativa di cui abbiamo bisogno per sentirci dentro una storia.
Una generazione satura
Se c’è una fascia della popolazione in cui il languishing si è installato con particolare tenacia, è quella dei giovani adulti. La cosa paradossale è che sulla carta questa è la generazione con accesso a più risorse, più informazioni e più possibilità di qualsiasi generazione precedente, e che questo accesso, lungi dal proteggerla, sembra aver prodotto un effetto che nessuno aveva previsto con sufficiente chiarezza.
Avere tutto a disposizione e sapere cosa farne sono due operazioni cognitive radicalmente diverse, che abitano regioni differenti del cervello e richiedono competenze che non si sovrappongono quasi per nulla. L’eccesso di opzioni, come ha documentato in modo convincente lo psicologo Barry Schwartz con il suo lavoro sul paradosso della scelta, deteriora il processo decisionale invece di migliorarlo. Aumenta il rimpianto preventivo – il dolore per ciò a cui stai rinunciando scegliendo – e moltiplica il dubbio retrospettivo, quel tarlo che continua a chiederti se non avresti dovuto prendere l’altra strada. La strategia che molti adottano, in modo perlopiù inconsapevole, è quella di scegliere mantenendo una distanza emotiva dalla propria scelta, una specie di cintura di sicurezza psichica che protegge dalla delusione e che, al tempo stesso, impedisce il coinvolgimento. Il languishing vive esattamente lì, in quello spazio svuotato tra il fare e il sentire.
C’è anche un aspetto che riguarda il modo in cui questa generazione ha imparato a rappresentarsi. I social media hanno creato un ambiente in cui la narrazione del sé è diventata un’attività pubblica e continua, il che significa che la distanza tra chi sei e chi mostri di essere è sottoposta a una tensione costante, a bassa intensità e ad alta frequenza, che alla lunga produce un affaticamento specifico: la sensazione di non sapere più quale delle due versioni sia quella vera, o se ne esista una.
Il languishing abita lo spazio tra il fare e il sentire – dove le cose accadono, e tu ci sei, e tuttavia qualcosa di essenziale manca all’appello senza che nessuno sappia dire che cosa sia.
Il grigio non è il nero
Qui è necessario fare una distinzione che ha conseguenze pratiche reali, perché confondere il languishing con la depressione espone a due errori di segno opposto, entrambi costosi: sottovalutare il primo perché non sembra abbastanza grave, oppure patologizzarlo con strumenti che non gli appartengono.
La depressione clinica possiede caratteristiche precise. Una tristezza pervasiva che non risponde agli eventi esterni, alterazioni significative del sonno e dell’appetito, un ritiro dalle attività che un tempo producevano piacere, e soprattutto un collasso della capacità di immaginare il futuro come qualcosa di diverso dal presente – che è forse il tratto più devastante, perché è quello che chiude la porta alla speranza.
Chi vive nel languishing conserva intatta quella capacità. Sa che esistono cose belle, riesce a concepire l’idea di goderne, e tuttavia le percepisce coperte da qualcosa che non riesce a nominare con precisione – una patina, una distanza, un filtro. È come guardare una fotografia a colori attraverso un foglio di carta da lucido: l’immagine c’è, e tu sai che c’è, e i colori sono tecnicamente presenti, e ciononostante qualcosa si è perso nel passaggio che li rende opachi e irraggiungibili. Questa distinzione ha una rilevanza clinica diretta, perché orienta la cura: dove la depressione può richiedere un intervento strutturato, che includa la farmacologia, il languishing risponde spesso a cambiamenti nel ritmo di vita, nella qualità delle esperienze quotidiane, nella possibilità di tornare a immergersi in qualcosa con tutto se stessi.
L’antidoto si chiama immersione
Ed ecco l’aspetto più incoraggiante di tutta questa riflessione, che vale la pena di enunciare con una certa semplicità: il languishing, diversamente da condizioni psicologiche più gravi, possiede un antidoto accessibile, concreto e profondamente umano, che lo psicologo Mihály Csíkszentmihályi ha chiamato flow.
Il flow designa quegli stati di immersione totale in un’attività durante i quali il tempo sembra alterarsi, l’autoconsapevolezza si attenua e al suo posto subentra una concentrazione fluida che non richiede sforzo volontario. La cosa che sfugge a molti è che per entrarci non serve un’attività straordinaria. Può succedere cucinando un piatto che richiede attenzione, suonando, correndo per un sentiero che conosci col corpo prima che con la testa, scrivendo, costruendo qualcosa con le mani, persino dentro una conversazione in cui le parole smettono di essere transazioni e diventano qualcos’altro. La condizione necessaria, quella che la ricerca ha identificato con una certa costanza, è che l’attività sia abbastanza sfidante da richiedere tutta la tua attenzione senza essere così difficile da generare frustrazione.
Quello che rende il flow così pertinente è il meccanismo neurobiologico che lo sostiene. Quando entriamo in uno stato di immersione autentica, la corteccia prefrontale – la regione del cervello che sovrintende all’autocritica, alla pianificazione, al chiacchiericcio mentale incessante su chi siamo e come stiamo andando – riduce temporaneamente la propria attività. Il fenomeno si chiama ipofrontalità transitoria, e in termini meno tecnici significa che il flow spegne per un po’ la voce interiore che commenta in continuazione la nostra esperienza, restituendoci qualcosa che il languishing ci aveva sottratto con una gradualità tale da renderci incapaci di individuare il momento esatto della perdita: la capacità di essere lì, dentro quello che sta succedendo, senza il filtro.
Sarebbe scorretto presentare il flow come una soluzione risolutiva, perché non lo è – così come un singolo pasto non risolve la malnutrizione. Funziona piuttosto come un nutrimento, il cui effetto è cumulativo e lento. Chi riesce a ricavare nella propria settimana anche soltanto alcune ore di immersione genuina spesso riferisce un cambiamento percepibile dopo qualche tempo: una graduale restituzione di nitidezza, che somiglia al modo in cui la nebbia non se ne va di colpo, e a un certo punto ti rendi conto che riesci a distinguere la forma degli alberi dall’altra parte della strada, e non sapresti dire quando esattamente è successo.
La nebbia che si dirada
Mi torna spesso un’immagine, quando penso a tutto questo. Una persona in piedi sulla riva di un lago in una mattina di novembre, avvolta da una nebbia densa che copre ogni cosa e impedisce di vedere l’altra sponda. Nulla di drammatico, nella scena. Nessuna pioggia, nessun vento. Solo una bianchezza fitta, e la consapevolezza – depositata da qualche parte nel corpo, in un punto più antico della ragione – che l’altra sponda esiste, perché c’è già stata, forse molte volte, anche se in quel momento la nebbia è abbastanza densa da farla sembrare un’idea piuttosto che un luogo.
Il languishing somiglia a quella nebbia. E le nebbie possiedono una qualità che vale la pena ricordare, soprattutto quando ci si è dentro e il mondo sembra ridursi a ciò che si riesce a vedere a un metro dal proprio corpo: si alzano. Non sempre rapidamente. Non sempre per una ragione che si può identificare con certezza. A volte per un cambiamento sottile – un’ora passata a fare qualcosa che ti riconnette a una versione di te che avevi dimenticato, una conversazione in cui qualcuno ti vede per come sei e non per come funzioni, un mattino in cui il vetro è leggermente più trasparente del giorno prima e non sapresti spiegare perché.
Se ti sei riconosciuto in qualcosa di quello che hai letto fin qui, il fatto stesso di essertene accorto ha un valore che è facile sottovalutare. Il languishing prospera dentro l’inconsapevolezza, dentro l’abitudine a non interrogarsi su come si sta per il semplice motivo che non si sta male. Accorgersi che c’è una distanza tra il funzionare e il vivere, e dare un nome a quella distanza, è già l’inizio di un attraversamento. I colori, dall’altra parte della nebbia, non se ne sono andati. Hanno solo bisogno che tu rallenti abbastanza da tornare a percepirli.






