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Dal soft ghosting agli “otroversi”: quando le sotto-etichette smettono di chiarire e cominciano a confondere

Dal caso otroverso al soft ghosting, il web continua a produrre micro-definizioni per raccontare personalità e relazioni. Il nodo emerge quando una sfumatura autentica viene trattata come un nuovo tipo, o quando un comportamento opaco viene addolcito da un nome più seducente, benché possa già trovare posto entro riferimenti clinici esistenti

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Ogni epoca prova a mettere ordine nel disordine affettivo con una parola nuova. Succede nelle relazioni, succede nel modo in cui descriviamo il carattere, succede soprattutto online, dove la vita interiore viene spesso trattata come un archivio di micro-definizioni pronte all’uso. Il risultato è seducente, perché nominare dà sollievo. Quando qualcosa riceve un nome, per un istante sembra più afferrabile. Poi però arriva il rovescio della medaglia: non tutto ciò che viene nominato acquista davvero precisione. A volte acquista soltanto superficie.

Soft ghosting, otroversi & co. Quanto sono attendibili le “sotto etichette”?

Sul piano della personalità, la psicologia classica non ragiona in termini di specie umane separate da confini netti. L’APA (American Psychological Association) definisce introversione ed estroversione come i poli di un continuum, e la letteratura sui Big Five tratta l’estroversione come un tratto graduato, collocabile a livelli diversi, spesso intermedi. Per questo anche la parola ambivert funziona più come scorciatoia descrittiva che come terzo regno della personalità: indica una posizione mediana, non una nuova creatura psicologica. Quando invece compare un’etichetta come otroverso, rilanciata dal 2025 a partire dalla proposta dello psichiatra Rami Kaminski, il rischio è che un’esperienza soggettiva reale venga trasformata troppo in fretta in categoria stabile, con un fascino mediatico che corre più veloce della sua solidità teorica.

L’intento non è quello di negare le sfumature, poiché esistono e ignorarle produce letture grossolane. Qui, cerchiamo di spiegare che una sfumatura non coincide automaticamente con un nuovo tipo umano. Molte persone introverse non sono timide, non sono incapaci socialmente, non sono chiuse al legame; semplicemente non abitano la socialità secondo il modello rumoroso che la cultura premia più facilmente (vale a dire gli estroversi). Anche per questo la proliferazione di nuovi nomi può trasformarsi, paradossalmente, in un altro modo di non comprendere davvero gli introversi, che restano fraintesi anche quando il linguaggio che li descrive si fa più aggiornato.

È utile parlare di “otroversi”?

Nel caso dell’otroverso, la sensazione di novità si riduce parecchio appena la si accosta a ciò che Susan Cain (autrice del best seller “Quiet”) aveva già chiarito sugli introversi: persone capaci di profondità, spesso pienamente competenti sul piano sociale, e tuttavia fraintese da una cultura che continua a premiare l’estroversione e a leggere male tutto ciò che non si espone in modo vistoso. Kaminski prova a spostare il fuoco e mette al centro non tanto il bisogno di quiete quanto il mancato bisogno di appartenenza ai gruppi; solo che questo scarto non basta davvero ad aprire un nuovo territorio della personalità, perché finisce per intercettare una zona che la psicologia e la clinica hanno già definito. A seconda dei casi, lì si può riconoscere una forma sana di introversione, una tonalità di distacco già descritta dai modelli dimensionali, oppure una difesa relazionale; quando il funzionamento si irrigidisce e restringe in modo marcato la vita affettiva, il quadro può perfino lambire configurazioni schizoidi, senza coincidere automaticamente con esse. Per questo l’otroverso potrebbe somigliare più a un’etichetta pop apposta su una zona che la psicologia e la clinica avevano già definito con strumenti più rigorosi.

Soft ghosting è un termine che non può sostituire condotte passivo-aggressive

Nelle relazioni il fenomeno è ancora più evidente, perché qui le parole non si limitano a classificare: spesso attenuano. Ghosting indica l’interruzione improvvisa della comunicazione senza spiegazione. La stessa divulgazione che usa il termine parla anche di soft ghosting per descrivere una sparizione più lenta, fatta di risposte rare o monosillabiche, contatto svuotato, presenza che si assottiglia fino quasi a scomparire. Capisco perché questa formula piaccia: sembra più delicata, quasi più civile. Eppure proprio qui qualcosa si inceppa. Quando una persona resta a intermittenza, lascia aperto un varco minimo e intanto sottrae continuità, non sta attuando una versione morbida del ghosting. Sta gestendo la distanza in modo opaco. In molti casi, più che a un sottogenere relazionale, questa dinamica assomiglia alla logica del rinforzo intermittente: piccoli ritorni, segnali minimi, presenze saltuarie che non chiariscono il legame ma bastano a mantenerlo emotivamente aperto. È anche per questo che può assumere una valenza manipolatoria, consapevole o meno, perché l’intermittenza tende a intensificare l’attesa e a rendere più persistente l’investimento di chi resta. Dal punto di vista clinico-relazionale, se questo andamento serve a evitare una presa di parola chiara e a mantenere l’altro in sospensione, la cornice è molto più vicina a una condotta passivo-aggressiva che a un innocuo sottogenere del ghosting. Questa è un’inferenza interpretativa, ma poggia su una definizione di ghosting come sottrazione di contatto e sul fatto che gli studi associano tali esperienze a rabbia, ansia, paranoia, solitudine e sofferenza significativa.

Qui si apre la questione più interessante. Alcune parole nuove hanno una funzione reale: aiutano chi vive qualcosa di confuso a riconoscere un pattern. La letteratura scientifica ha già preso in esame, per esempio, esperienze come ghosting e breadcrumbing, collegandole a maggiore distress e a peggiori indicatori di benessere soggettivo. Il problema quindi non nasce dal nominare in sé. Nasce quando il lessico smette di illuminare una dinamica e comincia a spezzettarla all’infinito, come se ogni gradazione meritasse una targhetta separata. A quel punto la lingua non chiarisce più il comportamento: lo mette in vetrina.

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L’era d’oro del gergo sentimentale

Il dating discourse degli ultimi mesi lo mostra benissimo. Tra il 2025 e il 2026 il lessico online si è riempito di formule come ghostlighting, orbiting, quiet quitting nelle relazioni, fizzling, zip-coding, throning. Alcune descrivono fenomeni riconoscibili e sono davvero utili a far luce su alcuni comportamenti disfunzionali diventati strutturali; altre sembrano il nome nuovo di una scena molto vecchia. Anche testate che raccontano questo vocabolario ammettono che siamo dentro una vera età dell’oro del gergo sentimentale, con termini che nascono in continuazione e rimbalzano da TikTok alle rubriche lifestyle. Il punto è che la velocità con cui una parola circola non coincide con la sua capacità di spiegare davvero.

C’è poi un effetto collaterale più sottile, e forse più grave: la sotto-etichetta può diventare una forma di alleggerimento morale. Se chiamo fizzling una sparizione lenta che evita il confronto, in cui i messaggi si diradano, le risposte si svuotano e ogni domanda di chiarimento viene lasciata cadere o aggirata, il gesto sembra quasi naturale, come una candela che si consuma da sola. Quando poi la stessa dinamica viene rinominata soft ghosting, come se si trattasse di una presenza intermittente meno brusca e quindi meno problematica, il peso del comportamento si abbassa ancora di più. Eppure, a ben guardare, il nucleo resta lo stesso: un progressivo sottrarsi senza assumersi fino in fondo la responsabilità di una chiusura chiara. Se moltiplico i nomi, a volte distribuisco meglio la responsabilità finché quasi non si vede più. La lingua, che potrebbe restituire nitidezza, si mette a fare da filtro.

Per questo un articolo sulle sotto-etichette oggi serve, secondo me, a difendere una cosa molto semplice: il diritto alla proporzione. Non ogni sfumatura chiede una nuova tassonomia. Non ogni disagio relazionale ha bisogno di un neologismo. Non ogni differenza di temperamento autorizza la nascita di un terzo, quarto o quinto tipo di personalità. Ci sono casi in cui una parola nuova apre. Ce ne sono altri in cui addormenta il pensiero e rende più chic qualcosa che continua a essere confusione, evitamento, talvolta controllo. La precisione clinica, qui, non consiste nell’inventare sempre un nome ulteriore. Consiste nel guardare cosa fa quel comportamento al tempo mentale dell’altro, a quanto lo lascia in attesa, a quanto gli erode il senso di realtà.

Forse è da qui che converrebbe ripartire: meno entusiasmo per le etichette minute, più fedeltà alla sostanza. Un introverso non diventa improvvisamente qualcos’altro solo perché la cultura si è accorta tardi che può avere fascino, profondità e competenza sociale. Una persona che sparisce a dosi omeopatiche non sta necessariamente inaugurando una categoria nuova. Può darsi, molto più semplicemente, che stia praticando una sottrazione comoda per sé e logorante per l’altro. La realtà emotiva, quando la si guarda bene, non chiede sempre una parola ulteriore, ma uno sguardo più esatto. Uno sguardo capace di riconoscere le sfumature senza trasformarle tutte in sottocategorie, di distinguere un tratto da un’identità, una dinamica da un trend, una presenza opaca da una formula che la rende quasi innocua. Quando il linguaggio diventa troppo indulgente con chi sottrae, chi resta finisce perfino per dubitare della legittimità del proprio dolore. In tempi che catalogano tutto, anche questo è un gesto di igiene mentale.

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Psicologa Clinica Giulia Maria Averaimo
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