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Il primo studio neurologico su ChatGPT: documenta debito cognitivo e perdita di agency

Il MIT Media Lab ha misurato con EEG il cervello di chi usa ChatGPT. Connettività ridotta fino al 55%, pensiero impoverito, senso di non essere più autori di sé. E gli effetti persistono anche dopo.

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La domanda, oggi, si sposta da ciò che ChatGPT può fare al posto nostro a ciò che rischiamo di smettere di fare noi, senza accorgercene. Ogni volta che deleghiamo a una macchina il primo gesto del pensiero, la fatica sembra diminuire. La pagina si riempie più in fretta e il testo arriva prima che la mente abbia attraversato il proprio lavoro. In quella riduzione dello sforzo può iniziare un impoverimento silenzioso: ci si abitua a ricevere una struttura prima ancora di averla cercata.

Nel giugno del 2025, un gruppo di ricercatori del MIT Media Lab di Boston ha pubblicato, ancora in forma di preprint e in attesa di revisione tra pari, uno studio dal titolo “Your Brain on ChatGPT: Accumulation of Cognitive Debt when Using an AI Assistant for Essay Writing Task” (Kosmyna et al., arXiv:2506.08872). La ricerca osserva cosa accade durante un compito di scrittura quando gli studenti usano un assistente basato su intelligenza artificiale generativa. I risultati invitano alla prudenza e, insieme, chiedono attenzione: l’uso costante di ChatGPT, in quel contesto, sembra associarsi a una minore attivazione cognitiva e a un rapporto più debole con ciò che viene scritto.

I dati: cosa dice lo studio

Cinquantaquattro partecipanti, età compresa tra diciotto e trentanove anni, reclutati in cinque università dell’area di Boston. Suddivisi in tre gruppi: chi scriveva saggi con ChatGPT (GPT-4o), chi usava Google, chi lavorava soltanto con il proprio cervello. Monitorati con elettroencefalogramma (EEG) in trentadue aree cerebrali, per quattro mesi, in sessioni ripetute. Il gruppo che scriveva senza alcun supporto digitale mostrava la connettività cerebrale più ricca e distribuita. Il gruppo con accesso a Google registrava una connettività inferiore tra il 34% e il 48%. Il gruppo con ChatGPT mostrava una connettività inferiore del 55%. Non una differenza sfumata: una distanza abissale, già visibile dalla prima sessione.

Ma la scoperta più inquietante arriva dopo. Nella quarta sessione, ai partecipanti del gruppo ChatGPT è stato chiesto di scrivere senza più alcuno strumento. Il risultato? Quella bassa attività cerebrale persisteva. L’elettroencefalogramma continuava a registrare una mente più silenziosa, più incerta, meno capace di organizzare autonomamente il pensiero. Come se il muscolo, abituato a non lavorare, si fosse dimenticato di come si fa.

I ricercatori chiamano questo fenomeno “debito cognitivo” (cognitive debt): l’esternalizzazione progressiva di compiti mentali all’intelligenza artificiale che indebolisce, nel tempo, le capacità fondamentali del pensiero. I testi prodotti dagli utenti di ChatGPT erano più veloci del 60%, ma mostravano una riduzione del 32% del cosiddetto germane cognitive load – lo sforzo mentale necessario per trasformare informazioni in conoscenza significativa. I saggi erano omogenei, privi di originalità e intercambiabili. E i loro autori, significativamente, dichiaravano di non sentirsi autori di ciò che avevano scritto.

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Una precisazione necessaria: ciò che lo studio non dice

Prima di procedere, è dovere dell’onestà intellettuale fermarsi qui. Nataliya Kosmyna, la ricercatrice che guida il progetto, ha chiesto esplicitamente ai giornalisti di non usare parole come “terrificante”, “danno cerebrale”, “brain rot”. Lo studio è in preprint: non è ancora stato sottoposto a revisione paritaria, e gli stessi autori avvertono che i risultati vanno trattati come preliminari. I limiti metodologici esistono: campione piccolo, contesto geograficamente circoscritto, compito unico (la scrittura di saggi in stile SAT), assenza di un’analisi per sottofasi del processo compositivo. Altri ricercatori, tra cui Miloš Stanković dell’Università di Vienna e colleghi della TU Dresden, hanno già pubblicato un commento critico invitando a interpretazioni più conservative.

Eppure Kosmyna ha scelto di pubblicare ora, prima dell’approvazione accademica. Le sue parole a Time Magazine sono esplicite: “Sono spaventata che tra sei-otto mesi un qualche politico decida: facciamo il GPT-kindergarten. Questo sarebbe assolutamente sbagliato e dannoso. I cervelli in sviluppo sono i più esposti.” È una scelta che si può discutere. Ma è una scelta che si capisce.

La voce del corpo: Anna Lembke ha anticipato tutto ciò

C’è qualcuno che avrebbe potuto prevedere tutto questo. Che, in un certo senso, lo aveva già previsto. Anna Lembke (psichiatra di Stanford, direttrice della Addiction Medicine Dual Diagnosis Clinic, autrice di Dopamine Nation: Finding Balance in the Age of Indulgence) studia da anni il meccanismo con cui la nostra civiltà ha trasformato il piacere in dipendenza. Non parla solo di droghe, ma anche dello smartphone come ago ipodermico digitale che inietta dopamina in una generazione cablata. Parla di piattaforme algoritmate per massimizzare il coinvolgimento attraverso ricompense variabili – come le slot machine – che mimano i circuiti della dipendenza chimica. E recentemente parla esplicitamente dell’intelligenza artificiale.

Nel suo modello, il cervello vive in un costante equilibrio bilancia tra piacere e dolore. Ogni volta che una tecnologia ci offre gratificazione immediata, come una risposta già formulata, un testo già scritto, un pensiero già pensato, il cervello aggiusta la soglia del piacere verso l’alto. Ne ha bisogno di più, la prossima volta, per ottenere lo stesso effetto. E il punto di equilibrio, il livello di base, si abbassa. Quello che resta, quando smetti, è una forma di anedonia: l’incapacità di trovare soddisfazione in ciò che prima la dava. Questo è esattamente ciò che i partecipanti del gruppo ChatGPT hanno mostrato quando, nella quarta sessione, sono stati privati dello strumento. Non erano semplicemente meno efficienti. Erano, neurologicamente, meno presenti. La mente aveva imparato a delegare. E non sapeva più come tornare indietro.

Lembke descrive la nostra época come un mondo “progettato per sovrastimolare il sistema dopaminico del cervello” e l’intelligenza artificiale, nella sua versione conversazionale e generativa, ne è forse la vetta più raffinata. Non solo ti dà quello che vuoi: te lo dà già formato, già digerito e già risolto. Non devi nemmeno faticare nel cercare. Il pensiero viene esternalizzato a monte. La fatica cognitiva, che è il prezzo del pensiero autentico, e insieme la sua palestra, viene abolita. Così un cervello sottratto alla fatica perde allenamento. Poco alla volta, si abitua a pensare con meno spazio e si contrae.

Il sistema che produce il problema: la lezione di Morozov

Ma sarebbe ingenuo fermarsi alla neurologia e alla psicologia clinica. Ciò che lo studio del MIT documenta a livello individuale è il riflesso di qualcosa di sistemico. E per capirlo bisogna usare le categorie di Evgeny Morozov. Morozov (intellettuale bielorusso-italiano, autore di To Save Everything, Click Here: The Folly of Technological Solutionism) da anni smonta l’architettura ideologica del tecno-utopismo. Il suo bersaglio principale si chiama solutionismo: la tendenza a riformulare problemi politici, sociali, umani come problemi tecnici risolvibili con dati, algoritmi e piattaforme. Il solutionismo non risolve i problemi, li monetizza semplicemente. Trasforma la complessità in interfacce e vende l’efficienza come se fosse saggezza.

Applicato al caso ChatGPT, il ragionamento si fa tagliente. L’intelligenza artificiale conversazionale viene venduta come potenziamento cognitivo, come strumento che amplifica l’intelligenza umana. Ma cosa succede quando lo strumento non amplifica, bensì sostituisce? Quando l’efficienza non è un mezzo ma un fine? Quando il “pensiero assistito” diventa “pensiero delegato”? Lo studio di Kosmyna documenta che gli utenti di ChatGPT, col tempo, smettono progressivamente di pensare e iniziano a copiare-incollare. Che i loro testi perdono originalità. Che la loro agency cognitiva (la percezione di essere autori del proprio pensiero) si riduce. E che questo accade in soli tre mesi, in un contesto controllato.

Morozov direbbe: il problema non è lo strumento in sé, ma è il quadro ideologico entro cui viene proposto, adottato e normalizzato senza critica. Il problema è che una tecnologia progettata per ottimizzare la produzione di testo viene introdotta nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro con la stessa leggerezza con cui si adotta un nuovo software di contabilità. Senza chiedersi: cosa perdiamo? Cosa deleghiamo? Qual è il costo che non appare nel bilancio? Qui entra il cuore della critica morozoviana: il solutionismo tecnologico misura solo ciò che può esibire come prestazione. Il tempo risparmiato diventa valore, la quantità generata diventa prova di efficienza. Intanto restano fuori dal campo visivo la connettività cerebrale, la perdita di agency e quel debito cognitivo che cresce in silenzio, come un’ipoteca sul futuro della mente.

Essere autori della propria mente

Vorrei ora fare un passo che la scienza non può fare. Vorrei parlare di ciò che non si misura con un elettrodo. Il processo faticoso con cui cerchiamo le parole giuste appartiene alla parte più umana del pensiero. Nel tenere in mente più concetti contemporaneamente finché non trovano la loro forma. Nel costruire un argomento come si costruisce una casa: mattone dopo mattone, con la consapevolezza che ogni scelta porta con sé la responsabilità di ciò che viene dopo. Questo processo è lento ed imperfetto, spesso doloroso e insostituibile.

Questo processo appartiene alla formazione del sé. È il luogo in cui il pensiero prende corpo e, prendendo corpo, ci restituisce a noi stessi. Quando la scrittura avviene davvero dal dentro, il testo diventa una forma di scoperta: rivela ciò che pensiamo, dà consistenza alla voce, permette alla mente di riconoscersi come propria. I partecipanti del gruppo ChatGPT nello studio del MIT hanno dichiarato di sentirsi meno autori del proprio lavoro. Questo dato supera il dettaglio metodologico: assomiglia a una confessione antropologica.

Una generazione che non si sente autrice dei propri pensieri è una generazione che ha perso qualcosa di più profondo della connettività nell’EEG. Ha perso il senso di sé come soggetto pensante. Ha perso quello che i filosofi chiamerebbero agency o che potremmo chiamare, più semplicemente, libertà interiore.

Né panico, né amnesia

Con questa riflessione non si chiede l’abolizione dell’intelligenza artificiale. Non è un neo-luddismo digitale. Non ignora che le stesse tecnologie che la Kosmyna studia con preoccupazione possono, se usate con intelligenza, supportare chi ha difficoltà di scrittura, chi impara in una seconda lingua, chi lavora in condizioni di marginalizzazione cognitiva. Ma c’è una differenza enorme tra l’uso critico e consapevole di uno strumento e la delega integrale del pensiero a una macchina. E quella differenza richiede che qualcuno la ponga come questione pubblica , non solo accademica o tecnica. È ormai diventata una questione politica, culturale e pedagogica.

Con tutti i suoi limiti e le cautele del caso, lo studio del MIT ha fatto una cosa importante: ha reso visibile ciò che stava diventando invisibile. Ha messo degli elettrodi su qualcosa che la società stava accettando senza misurarlo. Il debito cognitivo non fa rumore mentre si accumula e non dà sintomi evidenti. Non compare nei dati di produttività delle aziende e non si vede nei voti scolastici che, anzi, possono sembrare migliorati. È un debito che si paga più tardi, in una valuta più preziosa: la capacità di stare con un problema difficile, senza fuggire verso la risposta facile. La capacità di sostenere l’incertezza e di essere, profondamente, soli con il proprio pensiero, e non avere paura di quella solitudine, ma abitarla come la casa che è.

Fonti

  • Kosmyna, N., Hauptmann, E., Yuan, Y. T., Situ, J., Liao, X. H., Beresnitzky, A. V., Braunstein, I., & Maes, P. (2025). Your Brain on ChatGPT: Accumulation of Cognitive Debt when Using an AI Assistant for Essay Writing Task. arXiv:2506.08872. MIT Media Lab.
  • Stanković, M., Hirche, E., Kollatzsch, S., & Doetsch, J. N. (2026). Comment on: Your Brain on ChatGPT. arXiv:2601.00856. University of Vienna / TU Dresden.
  • MIT Media Lab, Project Overview – Your Brain on ChatGPT (media.mit.edu/projects/your-brain-on-chatgpt/overview/)
  • Lembke, A. (2021). Dopamine Nation: Finding Balance in the Age of Indulgence. Dutton.
  • Lembke, A. intervistata da Steven Bartlett, The Diary of a CEO, 5 gennaio 2026.
  • Morozov, E. (2013). To Save Everything, Click Here: The Folly of Technological Solutionism. PublicAffairs.
  • Chow, A. R. (2025). ChatGPT May Be Eroding Critical Thinking Skills, According to a New MIT Study. TIME Magazine, 23 giugno 2025.
  • Center for Brain, Mind and Society (2025). The Cognitive Costs of ChatGPT: Understanding MIT’s Viral Study. brainmindsociety.org
Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.
Psicologa Clinica Giulia Maria Averaimo
Giulia Maria Averaimo
Psicologa Clinica & Counselor
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