psicologia delle relazioniChiudere una relazione senza un confronto vero: come andare avanti

Chiudere una relazione senza un confronto vero: come andare avanti

Il bisogno di un ultimo confronto può tenerci legati a una relazione anche dopo la sua fine. Riconoscere quando il dialogo alimenta altra confusione permette di scegliere senza aspettare che ogni domanda trovi risposta.

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Puoi avere ancora molto da dire e scegliere di non tornare dove l’ennesima bugia aggiungerebbe al dolore la fatica di dover dimostrare persino ciò che hai subito.

Perché cerchiamo un ultimo chiarimento

Dopo una relazione in cui le parole hanno ripetutamente contraddetto i fatti, può rimanere il bisogno di un ultimo confronto. Vorremmo mettere gli avvenimenti in ordine, fare una domanda precisa, ricevere finalmente una risposta che non cambi o che non si sposti su un altro argomento quando proviamo a guardarla più da vicino. A volte cerchiamo delle scuse; altre volte ci basterebbe sentirci dire: «Sì, è successo», «Sì, l’ho fatto non ho scusanti». In quel riconoscimento speriamo di trovare un appoggio per ricomporre la nostra esperienza, soprattutto quando abbiamo dovuto difenderla da smentite, minimizzazioni e versioni incompatibili. Ma l’attesa può diventare un luogo in cui restiamo molto più a lungo della relazione stessa: il rapporto è finito, eppure una parte della nostra vita continua a dipendere dalla disponibilità dell’altro a riconoscere ciò che è accaduto.

Il chiarimento maturo presuppone due persone disposte a condividere almeno un patto minimo con la realtà. Non occorre ricordare tutto nello stesso modo, attribuire a ogni gesto lo stesso significato o concordare su ogni responsabilità. Occorre però poter riconoscere un fatto anche quando ci mette in difficoltà, ascoltare il dolore che abbiamo contribuito a provocare e accettare che le nostre intenzioni non cancellino le conseguenze delle nostre azioni. Quando invece a una contraddizione segue un’altra versione, a una domanda un’accusa, a un fatto un’omissione, il confronto non chiarisce: produce altro materiale da chiarire. Si entra così in una conversazione che sembra sempre sul punto di arrivare da qualche parte e ogni volta ricomincia da capo, con il rischio che se dall’altra parte vi è una persona che non ha la minima intenzione di ammettere le proprie responsabilità, sarà sempre la più abile a spostare l’attenzione su un altro dettaglio o avvenimento, seppure insignificante. Alla fine ci ritroviamo a spiegare anche perché abbiamo bisogno di una spiegazione.

Quando continuare a spiegarsi produce altra confusione

Dentro questa ripetizione è facile convincersi che manchi ancora la frase giusta. Una formulazione più precisa, una prova impossibile da contestare, un tono abbastanza calmo da non offrire pretesti, parole abbastanza forti da arrivare finalmente all’altro. Ripensiamo a ciò che abbiamo detto e soprattutto a ciò che avremmo potuto dire: quella contraddizione lasciata passare, quella domanda rimasta a metà, quella risposta che ci è venuta in mente soltanto dopo. Ma l’ultima parola possibile genera sempre un’altra ultima parola possibile, se affidiamo alle nostre capacità espressive il compito di ottenere una disponibilità che l’altro non sta mostrando. Possiamo rendere comprensibile la nostra esperienza; non possiamo garantire che venga accolta. E continuare a perfezionare il discorso rischia di farci sentire responsabili anche del suo fallimento.

A volte continuiamo a cercare un confronto perché ci sembra che, senza il riconoscimento dell’altro, la nostra esperienza rimanga contestabile. Se non ammette di averci ferito, forse stiamo esagerando; se trova una giustificazione per tutto, forse abbiamo frainteso. Il dubbio può così insinuarsi anche davanti a comportamenti che si ripetono, spingendoci a raccogliere altre prove e a spiegare ancora meglio le nostre ragioni. Ma il riconoscimento dell’altro non può essere l’unico criterio con cui diamo credito a ciò che abbiamo vissuto e a ciò che ci è stato inflitto. Possiamo interrogarci sulle nostre interpretazioni e assumerci le nostre responsabilità senza mettere continuamente in discussione il diritto di dire: «Questa relazione mi fa ha fatto del male», «Gli atteggiamenti svalutativi erano tutt’altro che inconsapevoli». Un confronto può aiutarci a comprendere; quando diventa il luogo in cui dobbiamo ottenere il permesso di sentirci feriti, rischia di allontanarci ancora di più da noi stessi. Possiamo stabilire un limite anche quando l’altro non lo considera giustificato.

 Chiudere una relazione anche senza tutte le risposte

Il centro comincia a spostarsi quando, accanto a «Che cosa farà l’altro?», trova posto una domanda diversa: «Che cosa scelgo io di fare con quello che è successo?». Possiamo ancora desiderare delle scuse, un’ammissione, persino un ritorno, e intanto decidere di non affidare più a questi eventi la possibilità di riprendere la nostra vita. La dignità non dipende dall’aver detto tutto, dall’aver smontato ogni bugia o dall’essere riusciti a mostrare all’altro quanto ci ha ferito o quanto lo abbiamo smascherato, in alcuni casi. Può trovare espressione anche in una decisione privata: «Quello che non ho detto rimarrà non detto perché ho deciso che non vale più il costo di tornare lì». Le parole rimaste conservano il loro valore. Possiamo scriverle, condividerle con un’amico/a, con qualcuno capace di ascoltare, riconoscerle dentro di noi, senza doverle consegnare ancora alla persona da cui aspettavamo una risposta.

Una scelta del genere può convivere con un dolore che torna, ma dobbiamo impegnarci a non rimuginare o nel caso a farci aiutare da qualcuno, anche da un professionista. Quando nuove informazioni cambiano il significato di una relazione, a far male può essere anche la necessità di rileggere ciò che abbiamo vissuto: parole, progetti, gesti di cura e momenti intimi che non sappiamo più dove collocare. Possiamo sentirci lucidi un giorno e profondamente scossi quello dopo, provare sollievo e poi sentire la mancanza di qualcosa che sappiamo di non voler rivivere. Questo non rende falsa la decisione presa. Scoprire che parole, promesse e momenti condivisi erano sostenuti da menzogne può cambiare profondamente il modo in cui rileggiamo la relazione. Fa male anche rendersi conto di aver investito sentimenti e fiducia in una realtà che l’altro ci ha fatto credere vera. Allontanarsi può essere il modo di dare finalmente peso a ciò che abbiamo scoperto, anche quando il legame affettivo non si è ancora sciolto. Aver creduto a quelle parole non ci rende responsabili dell’inganno.

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Ricominciare senza aspettare il riconoscimento dell’altro

«Scelgo di andare dove posso riconoscermi, senza dover rinunciare a ciò che conta per me» può allora diventare una direzione da seguire anche nei giorni in cui le emozioni sembrano portarci indietro. Può continuare a esistere una parte di noi che vorrebbe essere cercata, ascoltata, finalmente compresa. Ma la parte che decide può già aver deciso di imboccare un’altra strada: nelle relazioni in cui una domanda riceve una risposta, nelle giornate che smettiamo di organizzare intorno a un possibile messaggio, nella libertà di non dover sostenere ogni volta un processo per dimostrare il nostro dolore. Ricostruire le proprie fondamenta richiede anche questo: imparare a dare peso a ciò che abbiamo osservato, anche quando l’altro continua a negare l’evidenza. A ben guardare, il confronto è stato negato ogni volta che abbiamo provato ad aprire una discussione e alle bugie emerse sono seguite altre bugie, omissioni e depistaggi. Il dialogo era già compromesso dalla mancanza di onestà, prima ancora della nostra decisione di interromperlo. Possiamo stabilire un confine senza aspettare che l’altro riconosca ciò che sappiamo essere accaduto, soprattutto quando abbiamo ragione di temere che un nuovo confronto serva soltanto ad aggiungere giustificazioni e altre versioni costruite per sottrarsi alla verità.

Forse non torneremo esattamente le persone che eravamo prima, e non è necessario fare di questa esperienza una lezione da ringraziare. Possiamo riconoscere ciò che ci è costato attraversarla e scegliere, da qui, a cosa dare fiducia. Alle parole quando trovano continuità nei comportamenti, alla cura quando lascia spazio anche ai nostri bisogni, al confronto quando permette a entrambi di assumersi una responsabilità. Possiamo smettere di negoziare contro i nostri occhi per salvare le parole di qualcun altro. Ci sarà forse ancora qualcosa da dire, ma non dovrà più essere una condizione per non andarcene. La nostra vita può continuare anche senza quella risposta.

Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.

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Psicologa Clinica Giulia Maria Averaimo
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