psicologia generaleStare nel presente non basta: la realtà ha bisogno di una direzione

Stare nel presente non basta: la realtà ha bisogno di una direzione

Ci ripetiamo di non restare intrappolati nel passato e di non lasciare che il futuro occupi tutto lo spazio del presente. Eppure anche il “qui e ora”, quando diventa un imperativo, può impedirci di vedere la traiettoria di ciò che stiamo vivendo. Dalla defusione cognitiva al self-distancing, la psicologia offre strumenti utili per distinguere ciò che sentiamo, ciò che pensiamo e ciò che i fatti continuano a mostrarci.

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Del passato abbiamo imparato a diffidare. A tornarci soltanto per ricavarne qualcosa, possibilmente senza rimanervi troppo a lungo. Perché ricordare è una funzione necessaria; abitare ripetutamente ciò che è stato può diventare invece un modo per sottrarsi a ciò che è. Accade quando il passato smette di essere memoria e diventa rifugio, quando non viene più rievocato per comprenderlo ma ripercorso, ricostruito, interrogato senza sosta, quasi nella speranza che continuare a tornarci possa modificarne l’esito. È lì che il ricordo può scivolare nella ruminazione, nella nostalgia, nel rimpianto, nella malinconia. Anche il futuro è finito sotto sorveglianza, perché anticiparlo troppo significa consegnare l’oggi all’ansia di ciò che ancora non esiste. In mezzo è rimasto il presente, diventato quasi una prescrizione: stai qui, stai adesso, vivi il momento. È un consiglio prezioso. Eppure, a forza di ripeterlo, rischiamo di perdere qualcosa: la realtà.

Presente e realtà abitano spesso lo stesso luogo, senza coincidere perfettamente. Il presente indica quando qualcosa sta accadendo. La realtà chiede anche che cosa sta accadendo, da quanto tempo, con quale frequenza, dentro quale storia e soprattutto in quale direzione. Un momento può essere vero senza raccontare tutta la verità di una situazione. Una persona può essere gentile con noi oggi. Una relazione può regalarci una serata bellissima. Un lavoro che ci consuma può concederci una settimana leggera. Possiamo perfino svegliarci una mattina senza sentire il dolore che ci accompagna da mesi. Tutto questo appartiene al presente. Tutto questo è reale.Eppure la realtà complessiva richiede uno sguardo più largo. Perché il presente è un punto nel tempo; la realtà possiede anche una traiettoria.

Il rischio di trasformare il presente in un luogo ideologico

La psicologia contemporanea ha giustamente restituito valore al contatto con l’esperienza presente. La mindfulness, per esempio, viene spesso ridotta nel linguaggio comune all’idea di “stare nel qui e ora”. La definizione scientifica è più articolata. Nel modello proposto da Scott Bishop e colleghi, la mindfulness comprende almeno due componenti: la capacità di regolare intenzionalmente l’attenzione sull’esperienza che si svolge momento per momento e un particolare orientamento verso quella esperienza, caratterizzato da apertura, curiosità e accettazione. Essere nel presente, dunque, non equivale semplicemente a trovarsi temporalmente nell’adesso. Richiede un modo di guardare ciò che accade. Questo dettaglio cambia molto le cose. Possiamo trascorrere un’intera giornata nel presente ed evitare sistematicamente ciò che quel presente ci sta mostrando. Possiamo lavorare, rispondere ai messaggi, fare la spesa, incontrare qualcuno, organizzare il fine settimana. Possiamo essere perfettamente funzionanti e contemporaneamente costruire una quantità impressionante di strategie per non avvicinarci alla domanda che conta. Come sto davvero dentro questa vita? La presenza, allora, non coincide con la semplice contemporaneità. È una forma di disponibilità. Disponibilità a osservare ciò che c’è anche quando ciò che c’è incrina la versione della storia che ci eravamo raccontati.

La realtà comprende anche ciò che si ripete

Immaginiamo una relazione. Oggi l’altro è presente: scrive, cerca, promette. Il momento è piacevole e la vicinanza è autentica. Se guardassimo esclusivamente il presente, potremmo concludere che le cose stanno andando bene. Poi allarghiamo l’inquadratura. Negli ultimi otto mesi quella stessa relazione ha attraversato sparizioni, riavvicinamenti, promesse disattese, richieste rimaste senza risposta, improvvise accelerazioni e altrettanto improvvise ritirate. La conversazione di questa sera appartiene alla realtà. Anche gli otto mesi precedenti vi appartengono. Ed è qui che il passato smette di essere il luogo sterile nel quale rimuginare e torna ad avere una delle sue funzioni psicologiche fondamentali: fornire informazioni.

La memoria umana non serve soltanto a conservare ciò che è accaduto. Le neuroscienze cognitive hanno mostrato una profonda relazione tra il ricordare il passato e l’immaginare il futuro. Secondo la constructive episodic simulation hypothesis, il cervello utilizza elementi delle esperienze passate e li ricombina per costruire possibili scenari futuri. Ricordo e previsione, dunque, partecipano entrambi alla nostra capacità di orientarci nel mondo. Dimenticare sistematicamente ieri in nome dell’oggi avrebbe quindi poco di psicologicamente saggio. Abbiamo bisogno del passato per riconoscere i pattern, del futuro per immaginare le conseguenze e del presente per decidere cosa farne. La realtà nasce dall’incontro fra queste informazioni.

Ruminare il passato è diverso dal consultarlo

Naturalmente esiste un modo di tornare indietro che ci immobilizza. La ruminazione è una forma di pensiero ripetitivo nella quale la mente torna continuamente su contenuti, cause, conseguenze e significati della propria sofferenza. Il worry, termine utilizzato in psicologia per indicare il rimuginio ansioso, tende invece a essere maggiormente orientato verso minacce e possibilità future. Le due esperienze hanno ampie sovrapposizioni e appartengono alla più grande famiglia del repetitive negative thinking, il pensiero negativo ripetitivo. La distinzione fondamentale, allora, non passa semplicemente tra passato, presente e futuro, ma attraverso il modo in cui li utilizziamo. Ripensare a ciò che è successo può aiutarci a riconoscere una sequenza: ogni volta che accade A, reagisco con B; ogni volta che accetto C, dopo qualche settimana mi ritrovo nuovamente in D. Questa è osservazione. Ripercorrere per ore la stessa scena chiedendosi perché sia accaduta, cosa avremmo potuto dire, quale frase avrebbe modificato l’esito, che cosa l’altro stesse pensando in quel preciso istante può diventare ruminazione.

La memoria, nel primo caso, fornisce dati. Nel secondo può trasformarsi in una stanza nella quale continuiamo a spostare gli stessi mobili senza trovare una porta. Lo stesso accade con il futuro. Immaginare le conseguenze di una scelta aiuta a decidere. Trascorrere la giornata cercando di controllare mentalmente ogni possibile scenario produce spesso l’illusione di prepararsi alla vita mentre, nel frattempo, la vita continua.

La flessibilità psicologica: essere presenti e sapersi muovere

L’Acceptance and Commitment Therapy, conosciuta con l’acronimo ACT, offre una cornice particolarmente utile per capire questa distinzione. Il suo obiettivo centrale è la flessibilità psicologica: la capacità di entrare in contatto con l’esperienza presente e, sulla base delle circostanze e dei propri valori, modificare o mantenere il comportamento in modo funzionale. Nel modello ACT, il contatto con il momento presente rappresenta infatti soltanto uno dei sei processi fondamentali, insieme ad accettazione, defusione cognitiva, sé come contesto, valori e azione impegnata. Questa architettura teorica dice qualcosa di molto importante: essere nel presente non basta, occorre essere capaci di muoversi dentro ciò che il presente rivela.

Riconoscere di essere infelici nel proprio lavoro non impedisce di continuare per anni esattamente allo stesso modo. Accorgersi che una relazione ci destabilizza può comunque portarci a spendere tutte le energie nell’interpretare l’altro, invece di interrogarci sulle nostre possibilità. E perfino sapere con chiarezza che una situazione ci ferisce non basta, se poi organizziamo la nostra vita in modo da non dover mai assumere una posizione rispetto a quella consapevolezza. Sono consapevole. Sono perfino presente. Eppure la consapevolezza non ha ancora prodotto movimento. La flessibilità psicologica aggiunge proprio questo elemento: la capacità di rispondere alla realtà che abbiamo riconosciuto. Può voler dire cambiare oppure restare, tollerare un dolore inevitabile o smettere di trasformarne uno evitabile in una condizione permanente.

Defusione cognitiva: un pensiero non è ancora un fatto

Fra i termini dell’ACT, uno dei più interessanti è defusione cognitiva. La parola può sembrare tecnica, il concetto riguarda un’esperienza quotidiana. La fusione cognitiva si verifica quando il contenuto di un pensiero acquista per noi il peso della realtà stessa. Non stiamo più pensando “forse andrà male”: cominciamo a vivere come se fosse già andata male. Non stiamo più pensando “potrei non essere all’altezza“: cominciamo a prendere decisioni come se quella possibilità fosse già una verità accertata. La defusione introduce uno spazio. Il pensiero rimane, ma la sua autorità cambia. “Sto avendo il pensiero che non ce la farò” è psicologicamente diverso da “non ce la farò”. Nel primo caso compare un osservatore capace di riconoscere un evento mentale per quello che è: un pensiero, forse plausibile, forse utile, forse spaventato, ancora da confrontare con i fatti. La defusione è uno dei processi attraverso cui l’ACT cerca di ridurre il dominio letterale dei contenuti mentali sul comportamento.

E forse proprio qui la distanza fra presente e realtà diventa più evidente. Nel presente posso sentire con assoluta intensità che qualcosa sia vero. L’intensità con cui lo sento non costituisce una prova della sua verità. Le emozioni sono reali come esperienze. Le interpretazioni che costruiamo a partire da esse richiedono ancora di essere esaminate. La paura è reale. Che il pericolo esista nella forma immaginata resta una domanda. La speranza è reale. Che una persona cambierà perché lo desideriamo resta una previsione. L’amore è reale. Che una relazione possa funzionare è un’altra questione. Confondere questi piani può farci vivere profondamente il presente e contemporaneamente allontanarci dai dati della situazione.

Quando evitare il dolore significa evitare informazioni

Un altro concetto centrale dell’ACT è l’evitamento esperienziale. Indica la tendenza a cercare di evitare, sopprimere o modificare pensieri, emozioni, ricordi e sensazioni interne difficili anche quando il prezzo di quella strategia diventa alto. Nel modello della flessibilità psicologica, l’evitamento esperienziale rappresenta uno dei processi che possono restringere progressivamente le possibilità di azione. Accade più spesso di quanto immaginiamo, rimaniamo in una situazione perché affrontarne la fine farebbe troppo male. Rimandiamo una visita perché temiamo il risultato, oppure evitiamo una conversazione perché conoscerne l’esito potrebbe obbligarci a scegliere. Continuiamo a interpretare segnali ambigui perché una risposta chiara potrebbe togliere alla speranza lo spazio necessario per sopravvivere. A quel punto il problema non riguarda soltanto il dolore che stiamo evitando.: stiamo evitando anche un’ informazione. E senza informazioni adeguate diventa difficile stare nella realtà. La realtà, del resto, possiede una caratteristica poco seducente: non sempre ci tranquillizza. Talvolta restringe le possibilità: ci dice che una cosa è finita, che un’altra non è mai cominciata davvero, che abbiamo sbagliato, che qualcuno non può offrirci quello di cui abbiamo bisogno, che una scelta avrà un costo qualunque direzione prenderemo. Riconoscere la realtà non garantisce sollievo immediato, ma qualcosa di diverso: la possibilità di orientarci.

Prendere le distanze può avvicinarci ai fatti

Siamo abituati a pensare alla distanza come a una forma di freddezza. In psicologia esiste invece un fenomeno chiamato self-distancing, letteralmente “distanziamento da sé”. Consiste nell’osservare un’esperienza personale assumendo una prospettiva leggermente meno immersa, quasi guardandosi dall’esterno. Gli studi di Ethan Kross e Özlem Ayduk hanno mostrato che questa forma di distanza può favorire una riflessione più adattiva sulle esperienze negative e ridurre la tendenza a riattraversarle attraverso la pura ruminazione. Prendere distanza, quindi, può essere una forma di avvicinamento alla realtà. Da molto vicino vediamo ogni dettaglio e perdiamo la figura. Da molto lontano perdiamo anche i dettagli. Esiste una distanza dalla quale finalmente compare il disegno e accade nelle relazioni, soprattutto.

Finché siamo immersi nell’attesa del prossimo messaggio, della prossima rassicurazione, del prossimo gesto capace di riequilibrare ciò che è accaduto ieri, ogni evento acquista dimensioni enormi. Un messaggio gentile sembra cambiare tutto. Due giorni di silenzio sembrano distruggere tutto. La distanza modifica la domanda. Non più: cosa significa quello che ha fatto oggi? Piuttosto: che cosa accade qui da qualche mese? Qual è la sequenza? Come sto diventando dentro questa relazione? La direzione mi porta verso la vita che desidero oppure me ne allontana? Queste domande non cancellano l’emozione, ma le restituiscono una cornice.

La realtà ha una direzione

Forse è questo l’elemento che manca più spesso nel discorso contemporaneo sul presente: la direzione. Pensiamo alla realtà come a una fotografia. Forse assomiglia di più a un film. Una fotografia può mostrare due persone che sorridono. Il film può raccontare che da mesi non riescono più a parlarsi. Una fotografia può mostrare una persona ferma. Il film può raccontare una lunghissima convalescenza durante la quale quella persona sta facendo enormi progressi. Un momento di immobilità può quindi appartenere a un movimento. Un momento di movimento può appartenere a una lunga immobilità. Per questo la domanda “come sto oggi?” è necessaria? Sì, ma è anche insufficiente. A volte occorre aggiungerne un’altra: “Dove mi sta portando ciò che accade ripetutamente?“.

La direzione è un valore psicologico perché permette di distinguere il dolore del cambiamento dal dolore della stagnazione, la fatica che costruisce dalla fatica che consuma, una crisi dentro un processo di crescita da una crisi diventata struttura permanente. Non tutto ciò che fa male va lasciato e non tutto ciò che fa stare bene va conservato. Abbiamo bisogno del tempo per capire la differenza.

Passato e futuro possono servire il presente

Il cervello umano possiede una straordinaria capacità di viaggiare mentalmente nel tempo. Possiamo ricostruire ciò che è successo e simulare ciò che ancora non esiste. Le ricerche sulla memoria episodica e sulla simulazione del futuro suggeriscono che queste due capacità condividono parte dei processi cognitivi e neurali: utilizziamo frammenti dell’esperienza già vissuta per immaginare scenari possibili. Dunque forse dovremmo smettere di trattare passato e futuro come due luoghi dai quali fuggire. Il problema nasce quando ci trasferiamo lì. Possiamo visitare il passato e tornare con un’informazione, ma possiamo anche affacciarci sul futuro e tornare con una possibilità. Poi occorre rientrare. Perché le decisioni avvengono adesso. La memoria può dirci: questa cosa è già accaduta sette volte. La previsione può aggiungere: se nulla cambia, probabilmente continuerà a non cambiare. Il presente infine ci consegna la domanda decisiva: che cosa faccio con ciò che ora so? Qui compare la realtà.

Permettersi di stare nella realtà

Stare nella realtà richiede una forma particolare di coraggio perché comporta la rinuncia temporanea alle interpretazioni che ci proteggono. A volte preferiamo analizzare infinitamente una situazione perché comprenderla ci sembra più tollerabile che decidere, o ad esempio costringerci ad abbandonare una situazione. Costruiamo spiegazioni sofisticate per comportamenti molto semplici. Cerchiamo motivazioni profonde dietro assenze che, sul piano concreto, continuano a essere assenze. Attribuiamo possibilità future a ciò che nel presente non mostra ancora alcun movimento capace di sostenerle. Altre volte facciamo il contrario: prendiamo un singolo momento doloroso e lo trasformiamo nella definizione di tutta la nostra vita. In entrambi i casi perdiamo proporzione. La realtà ha bisogno di proporzione. Chiede di mettere accanto ciò che sentiamo, ciò che sappiamo, ciò che osserviamo e ciò che continua ad accadere anche quando smettiamo di raccontarcelo.

Ci sono problemi che richiedono cura, tempo, aiuto, pazienza. Altri continuano a occupare enormi quantità di spazio perché restiamo troppo vicini al punto dal quale li osserviamo. Allontanarsi abbastanza può restituire dimensione alle cose. Un conflitto può tornare a essere un conflitto. Una perdita può tornare a essere una perdita, senza trasformarsi nella perdita di tutto. Una relazione può apparire finalmente per ciò che riesce a costruire, oltre ciò che promette. Una paura può essere ascoltata senza ricevere automaticamente il diritto di decidere.

Il presente ci dice dove siamo. La realtà ci chiede di guardare anche il percorso

Forse dovremmo smettere di usare il presente come una cancellazione del tempo. Vivere nel presente può convivere con la memoria e con la capacità di progettare. Vuol dire tornare all’esperienza attuale dopo aver interrogato ciò che è stato e ciò che potrebbe essere, portando con noi quanto abbiamo imparato. La realtà accade inevitabilmente nel presente. Eppure non sempre può essere compresa attraverso il presente soltanto. Per riconoscere una realtà abbiamo spesso bisogno di osservare ciò che torna, ciò che cambia, ciò che rimane identico nonostante le promesse, ciò che cresce lentamente e quasi non riusciamo a vedere, ciò che continua a sottrarci qualcosa mentre aspettiamo un segnale capace di smentirlo.

La salute psicologica forse passa anche da qui: dalla capacità di tenere insieme esperienza immediata e traiettoria, emozione e dato, memoria e possibilità. Essere presenti significa esserci. Stare nella realtà significa anche sapere dove siamo. E quando finalmente lo sappiamo, concederci la libertà di decidere in quale direzione muoverci.

Fonti

  • Bishop, S. R., Lau, M., Shapiro, S., et al. (2004).
    Mindfulness: A Proposed Operational Definition. Clinical Psychology: Science and Practice, 11(3), 230–241.
    Utile per la definizione della mindfulness come attenzione al momento presente accompagnata da apertura, curiosità e accettazione, e non come semplice “vivere nell’adesso”. Wiley.org
  • Hayes, S. C., Luoma, J. B., Bond, F. W., Masuda, A., & Lillis, J. (2006).
    Acceptance and Commitment Therapy: Model, processes and outcomes. Behaviour Research and Therapy, 44(1), 1–25.
    È il riferimento centrale per ACT, flessibilità psicologica, accettazione, defusione cognitiva, valori e azione impegnata. Pubmed.com
  • Watkins, E. R. (2008).
    Constructive and unconstructive repetitive thought. Psychological Bulletin, 134(2), 163–206.
    Molto utile per sostenere la distinzione tra tornare al passato per comprenderlo e restare intrappolati nel pensiero ripetitivo: il pensiero ricorrente può avere esiti adattivi oppure disfunzionali a seconda di come viene utilizzato. Pubmed.com
  • Kross, E., & Ayduk, O. (2011).
    Making Meaning out of Negative Experiences by Self-Distancing. Current Directions in Psychological Science, 20(3), 187–191.
    È il riferimento più pertinente per il self-distancing, cioè la possibilità di assumere una prospettiva meno immersa sull’esperienza e favorire una riflessione più adattiva. sagepub.org
  • Schacter, D. L., Addis, D. R., & Buckner, R. L. (2007).
    Remembering the past to imagine the future: The prospective brain. Nature Reviews Neuroscience, 8, 657–661.
    Utile per il passaggio sul fatto che passato e futuro non sono nemici del presente: ricordare esperienze precedenti contribuisce alla capacità di simulare scenari futuri e orientarci nelle decisioni. Pubmed.org
Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.

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Psicologa Clinica Giulia Maria Averaimo
Giulia Maria Averaimo
Psicologa Clinica & Counselor
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