Una testimonianza costretta a diventare calendario
Quando una persona racconta una violenza avvenuta una sola volta, le chiediamo di tornare a una scena. Quando la violenza si è ripetuta per mesi o per anni, le chiediamo qualcosa di molto diverso: separare episodi che condividevano lo stesso luogo, lo stesso autore, le stesse minacce e spesso la stessa conclusione, attribuendo a ciascuno una data, una sequenza e dettagli esclusivi. Il sistema giudiziario ha bisogno di questa precisione perché deve individuare fatti contestabili, consentire la difesa e stabilire responsabilità. Il problema nasce quando una necessità processuale viene trasformata in una teoria ingenua della memoria: se il racconto è vero, allora dovrebbe presentarsi ordinato, stabile e perfettamente databile. Una variazione sul giorno, sull’ordine di due azioni o sull’episodio nel quale fu pronunciata una frase può diventare il punto dal quale si mette in discussione l’intera testimonianza. La vittima viene così chiamata a dimostrare la propria attendibilità attraverso una capacità che la ripetizione stessa può aver reso più difficile. La memoria autobiografica, infatti, non archivia la vita come una telecamera che assegna automaticamente un’etichetta a ogni registrazione. Ricostruisce il passato mettendo insieme contenuti, contesto e significato. Quando gli eventi sono simili, ciò che si ripete tende a consolidarsi, mentre i particolari che distinguono una scena dall’altra possono interferire tra loro. Non è una regola che permette di stabilire chi dica la verità e non è una scorciatoia per sottrarre una dichiarazione alla verifica. È una conoscenza necessaria per evitare che il modo in cui ricordiamo venga scambiato per il modo in cui inventiamo.
Il premio a una ricerca che modifica lo sguardo sulla credibilità
Nel settembre 2026 la psicologa forense Helen Paterson, docente all’Università di Sydney, ha ricevuto l’Australian Museum Eureka Prize for Excellence in Forensic Science per un programma di ricerca dedicato al modo in cui polizia e tribunali comprendono le testimonianze delle persone sopravvissute alla violenza domestica e familiare. I suoi studi riguardano soprattutto gli eventi ripetuti e il controllo coercitivo, due realtà che entrano con difficoltà dentro un modello investigativo costruito intorno all’incidente isolato. La distinzione centrale è tra una precisione “ristretta”, relativa ai dettagli appartenenti a uno specifico episodio, e una precisione “ampia”, riferita a ciò che è accaduto nell’insieme delle esperienze. Una revisione preliminare della letteratura condotta da Paterson e colleghe ha individuato soltanto dodici studi eterogenei sulla memoria adulta per eventi ripetuti: una base ancora limitata, che impone cautela. Il quadro disponibile suggerisce però che gli adulti possano faticare ad assegnare alcuni particolari all’episodio corretto pur ricordando adeguatamente ciò che hanno vissuto attraverso gli episodi. In termini semplici, una persona potrebbe ricordare che una determinata minaccia è stata pronunciata, ma collocarla nella sera sbagliata; potrebbe conservare con precisione la struttura abituale dell’aggressione e avere maggiori difficoltà a distinguere quale variazione sia comparsa la terza o la quarta volta. Parlare di questa ricerca come della dimostrazione scientifica che “le vittime incoerenti dicono la verità” sarebbe tanto scorretto quanto concludere il contrario. La scienza non sostituisce l’accertamento dei fatti: mostra perché un certo tipo di incoerenza non può essere utilizzato meccanicamente come sinonimo di falsità.
La memoria costruisce un copione perché riconosce ciò che ritorna
Gli eventi ripetuti generano quella che la psicologia cognitiva definisce memoria schematica o memoria del copione. Il cervello individua la struttura comune delle esperienze: ciò che avviene di solito, la successione più frequente, i segnali che annunciano un pericolo, il modo nel quale la situazione tende a concludersi. È una funzione ordinaria e utile. Ci permette di sapere che cosa accade normalmente quando entriamo in un ristorante o affrontiamo un tragitto abituale senza dover conservare ogni esperienza come se fosse completamente nuova. Dentro una relazione violenta, tuttavia, la stessa capacità assume un significato drammatico. La persona impara a riconoscere un cambiamento nel tono della voce, un gesto, un silenzio o una frase che precedono l’escalation; sviluppa un sapere pratico sul pericolo che può essere molto accurato anche quando non sa più ricostruire in quale martedì sia comparso un determinato insulto. La ripetizione rafforza gli elementi costanti e rende più vulnerabile la memoria della fonte, cioè il collegamento tra un dettaglio e l’episodio preciso dal quale proviene. Studi sperimentali condotti con adulti hanno trovato maggiori difficoltà nel riferire particolari esclusivi di una singola esperienza ripetuta, mentre le informazioni comuni alle diverse esperienze possono essere ricordate bene. Gli esperimenti, spesso basati su video o scenari simulati, non riproducono naturalmente la complessità affettiva, la paura e la dipendenza presenti nella violenza reale. Offrono però un’indicazione importante: confondere la provenienza di un dettaglio non equivale necessariamente a fabbricarlo. L’errore può riguardare il “quando” o il “quale episodio”, non l’esistenza dell’esperienza ricordata.
L’incoerenza che rende meno credibile chi ha vissuto davvero
La questione diventa ancora più inquietante quando si osserva non soltanto come le persone ricordano, ma come vengono giudicate mentre ricordano. In uno studio sulla credibilità percepita dei testimoni di eventi ripetuti, alcuni partecipanti hanno valutato interviste nelle quali i narratori descrivevano esperienze viste oppure inventate, avvenute una volta o più volte. La ripetizione produceva un effetto paradossale: diminuiva la credibilità attribuita a chi raccontava sinceramente un evento vissuto e poteva aumentare quella riconosciuta a chi aveva costruito una narrazione falsa. Una possibile spiegazione è che chi dice la verità faccia affidamento sulla propria memoria e mostri le sue naturali esitazioni, mentre chi fabbrica un racconto può controllarne con maggiore attenzione la coerenza apparente. Lo studio non fornisce un nuovo metodo per riconoscere la menzogna e non autorizza a ritenere sospetto un racconto troppo lineare. Dimostra, piuttosto, quanto siano fragili le nostre intuizioni sulla credibilità. Siamo portati a fidarci della sicurezza espressiva, dell’ordine e della stabilità, qualità che possono dipendere dalla capacità narrativa, dalla preparazione, dall’assenza di ansia, dalla familiarità con il contesto o anche da specifiche capacità manipolative, come il controllo dell’impressione prodotta su chi ascolta, più che dalla verità del contenuto. Nello stesso esperimento, una breve spiegazione specialistica sul funzionamento della memoria per eventi ripetuti migliorava la valutazione dell’onestà e della competenza cognitiva dei testimoni. La conoscenza non obbligava a credere; correggeva un pregiudizio, permettendo di interpretare le esitazioni senza attribuirle automaticamente a disonestà o incapacità.
La violenza domestica non è una somma di fotografie
Il modello dell’incidente isolato tende a rappresentare la violenza domestica come una successione di azioni autonome: lo schiaffo di quella sera, la minaccia di quel pomeriggio, la porta chiusa in quella circostanza. Questo livello di analisi è indispensabile quando occorre contestare specifici reati, ma può perdere ciò che rende riconoscibile il controllo coercitivo. Il dominio non risiede sempre nella gravità di ciascun episodio considerato separatamente. Può formarsi attraverso la continuità tra sorveglianza, isolamento, restrizioni economiche, umiliazioni, minacce esplicite o implicite e punizioni imprevedibili. Un gesto apparentemente piccolo acquista un significato diverso quando la persona sa che cosa potrebbe seguirlo. La memoria della vittima registra anche questa continuità: non soltanto che cosa è accaduto, ma quale mondo relazionale quelle azioni hanno costruito. Chiederle esclusivamente fotografie separate significa rischiare di non vedere il film. Al tempo stesso, riconoscere il copione non deve dissolvere ogni episodio in una narrazione impossibile da verificare. I diritti della persona accusata e la necessità di prove rimangono fondamentali. La sfida consiste nel tenere insieme precisione giuridica e conoscenza psicologica, evitando due errori speculari: considerare ogni lacuna una smentita oppure utilizzare la natura ricostruttiva della memoria per rendere ogni racconto immune dal controllo. Un sistema giusto non sceglie tra ascolto e verifica. Impara a verificare senza pretendere dalla memoria prestazioni incompatibili con ciò che sappiamo del suo funzionamento.
Anche il trauma non spiega tutto
Nel linguaggio divulgativo si ricorre spesso alla parola trauma come spiegazione universale di qualsiasi vuoto, frammentazione o contraddizione. È una semplificazione che può sembrare protettiva, ma finisce per indebolire la comprensione. Le reazioni traumatiche, lo stato di minaccia, la vergogna, la dissociazione, il tempo trascorso e le modalità dell’intervista possono influenzare il ricordo; nessuno di questi elementi produce però un’unica forma narrativa riconoscibile. Alcune persone ricordano in modo frammentario, altre raccontano con ordine; alcune mostrano emozioni intense, altre parlano in modo apparentemente distaccato. Non esiste una postura del corpo, un tono della voce o una quantità di dettagli che consenta di certificare l’esperienza dall’esterno. Nelle ricerche sugli eventi ripetuti, inoltre, il problema non riguarda soltanto l’intensità emotiva: nasce anche dalla somiglianza tra le diverse occorrenze e dall’interferenza tra le fonti. Attribuire tutto al trauma rischia di creare un altro stereotipo, quello della vittima che per essere credibile deve apparire psicologicamente spezzata. La testimonianza non acquista valore perché corrisponde all’immagine culturale della sofferenza. Deve essere raccolta con domande non suggestive, confrontata con gli altri elementi disponibili e valutata da professionisti consapevoli sia delle possibilità sia dei limiti della memoria. La psicologia forense può aiutare il diritto quando offre strumenti per formulare domande migliori; diventa pericolosa quando pretende di sostituire l’indagine con una lettura clinica improvvisata.
Intervistare senza trasformare l’incertezza in colpa
La qualità dell’intervista può modificare radicalmente ciò che una persona riesce a recuperare e il modo in cui il suo racconto verrà interpretato. Domande pressanti che chiedono subito di separare episodi molto simili possono aumentare confusione, acquiescenza e senso di fallimento. La letteratura suggerisce strategie più rispettose del funzionamento mnestico: consentire inizialmente una descrizione di ciò che accadeva abitualmente, individuare successivamente episodi distintivi, utilizzare etichette chiare per separarli e lasciare che il ricordo emerga prima di introdurre domande specifiche. Un episodio può essere reso più riconoscibile da un elemento eccezionale, come una visita, una festività, un cambiamento nell’ambiente o una conseguenza particolare. Anche la possibilità di dire “non ricordo in quale occasione” dovrebbe essere considerata una risposta informativa, non una resistenza da spezzare. La pressione a produrre comunque una data o una sequenza può generare una precisione apparente meno affidabile dell’incertezza dichiarata. Questo principio vale anche fuori dalle aule giudiziarie. Familiari, giornalisti, operatori sociali e professionisti della salute mentale possono spingere involontariamente la persona a trasformare un’esperienza complessa in un racconto troppo ordinato, per poi diffidare delle correzioni successive. Ascoltare in modo competente richiede di tollerare che la verità autobiografica arrivi con bordi irregolari, senza rinunciare per questo alle domande necessarie.
Credere non vuol dire rinunciare a pensare
Nel dibattito pubblico, l’invito a credere alle vittime viene talvolta presentato come l’opposto della verifica. La contrapposizione nasce da una concezione troppo povera di entrambe. Credere, nel primo incontro, può voler dire riconoscere la possibilità reale che la persona abbia vissuto ciò che racconta, proteggerla dal pericolo e non umiliarla attraverso sospetti fondati su stereotipi. Verificare significa cercare elementi, ricostruire contesti e garantire un procedimento equo, non trattare ogni esitazione come una confessione di falsità. Tra l’adesione cieca e l’incredulità automatica esiste lo spazio professionale dell’ascolto informato. Le ricerche di Paterson sono preziose perché mostrano quanto spesso il nostro giudizio sulla memoria si basi su un ideale narrativo: immaginiamo che l’esperienza autentica debba produrre un resoconto cronologico, coerente e immutabile. La vita ripetuta, soprattutto quando è dominata dalla paura, può depositarsi diversamente. Ricorda ciò che tornava, ciò che annunciava il pericolo, ciò che bisognava fare per attraversarlo; può smarrire il confine tra due sere quasi uguali. Una società capace di riconoscere questa complessità non abbassa la soglia della prova e non cancella la presunzione di innocenza. Smette di aggiungere alla violenza una seconda richiesta impossibile: averla subita più volte e doverla ricordare come se fosse accaduta una volta sola.
Fonti essenziali
- University of Sydney, Seven University of Sydney researchers win Eureka Prizes, 2026
- Dilevski et al., Adult memory for specific instances of a repeated event: a preliminary review
- Deck e Paterson, The perceived credibility of repeated-event witnesses depends upon their veracity
- Dilevski, Paterson e van Golde, Adult memory for instances of emotionally stressful and non-stressful repeated events
- Snow et al., Perceptions of Allegations of Repeated Victimization

