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“Non abbiam bisogno di parole” su Netflix: il film più commovente sull’adolescenza e sul distacco

Tra adolescenza, legami familiari e desiderio di liberarsi dal ruolo di figlia necessaria, il remake con Sarah Toscano e Serena Rossi trova il suo centro nella voce di Eletta e nella fatica di separarsi dal bisogno degli altri.

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Non abbiam bisogno di parole è uno di quei film che non possono essere giudicati con il metro della sorpresa narrativa. E per una volta, online, anche certi esperti di cinema, o presunti tali, hanno deposto la loro solita spocchia e si sono concessi un giudizio più onesto sulla pellicola. Questo è un film che va seguito nel punto più delicato: quando una ragazza prova a sfilarsi dal ruolo che la sua famiglia le ha cucito addosso. Il suo centro non sta nella sorpresa della trama, ma nel momento in cui Eletta smette di essere soltanto ciò che serve agli altri e tenta, con dolore, di diventare anche ciò che desidera per sé. Eletta Musso, unica udente in una famiglia di persone sordomute, non vive soltanto un conflitto tra casa e sogno, ma vive qualcosa di più profondo e più feroce: l’esperienza di essere necessaria. L’adolescenza è una fase mostruosa per tutti, anche quando nessuno la nomina in questi termini, perché obbliga a separarsi proprio mentre si è ancora impastati di bisogno, dipendenza e appartenenza. Nel caso della protagonista, questa ferita necessaria incontra anche un altro vincolo: il posto centrale che la sua famiglia le ha assegnato. Il film racconta tutto questo con una chiarezza che “non ha bisogno di parole“. Eletta non è semplicemente una ragazza che vuole cantare, è una figlia che deve imparare a togliersi dal posto in cui era stata messa.

La protagonista (interpretata da una bravissima Sarah Toscano) non è soltanto una figlia adultizzata. E qui la categoria da sola non basta, perché lei alla fine diventa davvero la figlia “eletta”, nel senso letterale del termine: designata dal caso biologico a diventare ponte, interfaccia, traduzione vivente tra i suoi famigliari e il mondo esterno. Il film insiste proprio su questa posizione: è accompagnatrice e mediatrice, ascolta per tutti, rende possibile il quotidiano. Eletta porta sulle spalle una funzione familiare sproporzionata e lo spettatore se ne accorge subito. Per un’adolescente essere il punto da cui passa la tenuta quotidiana degli altri significa crescere dentro un vincolo affettivo potentissimo, dove amore, utilità, gratitudine e debito finiscono per confondersi e infatti essendo lei la lingua della sua famiglia, si sente colpevole non appena prova a usare quella lingua, la sua voce, per salvarsi. In questo senso il film intercetta davvero molta psicologia dello sviluppo: il processo di individuazione qui non passa da una ribellione urlata, emerge nella fatica con cui Eletta cerca di separarsi dal ruolo centrale che sostiene l’equilibrio familiare.

"Non abbiam bisogno di parole" film
Credit Photo: coming soon

“Non abbiam bisogno di parole” parla al cuore degli introversi

E poi ci sono loro, Eletta e Marco, due ragazzi introversi in modo diverso, e proprio per questo credibili. Il film ha il merito raro di non trattare l’introversione come una timidezza da superare o come un difetto da mascherare. Piuttosto, la mostra come una modalità più interna di stare al mondo, fatta di concentrazione, ascolto profondo, intensità e fedeltà interiore. Anche Marco, che a tratti sembra più esuberante, non smentisce affatto questa linea: la sua apertura ha spesso il sapore di un movimento cercato, quasi della necessità di aderire a un gruppo, più che di una spontanea espansione di sé. È una differenza sottile, ma decisiva, perché ricorda quanto spesso venga scambiata per estroversione quella che in realtà è solo una forma di adattamento, o perfino di difesa. In una cultura che premia chi prende subito posto, chi entra in scena con facilità, chi sa dare immediatamente un’impressione brillante, il film riporta attenzione su chi ha un ritmo più interno e una diversa qualità dell’intensità, una qualità che non invade il mondo ma spesso riesce a sostenerlo, e qualche volta perfino a consolarlo. Ed è anche per questo che faccio fatica ad aderire con entusiasmo alla recentissima etichetta degli “otroversi”, resa popolare dallo psichiatra Rami Kaminski nel 2025 ma ancora lontana dall’avere un vero statuto scientifico condiviso. Più che una scoperta capace di cambiare davvero il quadro, sembra spesso il sintomo di una comprensione troppo povera dell’introversione, come se gli introversi fossero per definizione persone votate all’isolamento o disinteressate al contatto. Non è così. Molti introversi sanno stare con gli altri, sanno amare, sanno abitare i gruppi, sanno perfino apparire disinvolti; semplicemente non fondano lì il proprio centro. E allora Marco, con quella sua esuberanza che assomiglia più a una ricerca di appartenenza che a una spontanea espansione di sé, diventa ancora più interessante: ricorda che ciò che viene letto in fretta come estroversione, o addirittura come un nuovo tipo di personalità, qualche volta è soltanto una forma più complessa, più mobile e più fraintesa di introversione o come nel suo caso: adolescenza!

"Non abbiam bisogno di parole" film
Credit Photo: IMDB

E poi c’è Serena Rossi, che in questo impianto è molto di più di una brava comprimaria. Appena entra in scena si sente che per lei la musica non è un accessorio del personaggio: le passa sotto pelle. C’è nel suo modo di stare dentro la musica qualcosa che non si impara a lezione, ma è semplicemente devozione. Per questo nel ruolo di Giuliana sembra quasi interpretare se stessa, ma le rende comunque rispetto interpretando una donna che riconosce il talento senza sequestrarlo, che vede Eletta senza appropriarsene. Le recensioni che ho letto la indicano quasi sempre come uno dei cuori del film. Infatti, il suo personaggio regge la parte più delicata della storia, quella in cui un adulto deve amare abbastanza una ragazza da non usarla per riempire il proprio vuoto, ma da consegnarla al suo futuro. Anche per questo la sua presenza non suona mai ornamentale. Porta nel film un’emozione disciplinata, da musicista vera, e rende credibile quella specie rarissima di insegnante che non seduce narcisisticamente l’allieva, ma le restituisce una forma.

Quanto a Sarah Toscano, qui bisogna dirlo in maniera netta: non sta in piedi “nonostante” il peso del remake, ma ci sta dentro con un’intelligenza che in più momenti lo supera. Diverse recensioni parlano del suo debutto come di una sorpresa riuscita, e una parte della critica arriva a considerarla, assieme a Serena Rossi, la vera ragione d’essere del film. Io andrei ancora più in là: Toscano capisce che Eletta non va recitata come un’eroina precoce né come una vittima sacrificale. La interpreta come una ragazza piena di ritegno, di fame, di trattenimento, di slancio appena contenuto. È molto difficile rendere visibile un personaggio che per gran parte del tempo non può esplodere, perché se esplode tradisce il suo stesso nucleo. Lei invece lavora bene proprio nel punto in cui il desiderio non ha ancora trovato il modo di diventare gesto.

A chi si ferma alla prevedibilità di alcune scene, risponderei che qui la prevedibilità è una diagnosi un po’ pigra. Sì, molti critici hanno notato che il film resta dentro un tracciato narrativo noto, che non reinventa davvero l’ossatura dell’originale (il film francese La famiglia Bélier) e che a tratti si appoggia a una confezione da streaming molto riconoscibile. Però gli stessi pezzi parlano anche di un film onesto, empatico, perfino importante sul piano della rappresentazione. Più che domandarsi dove andrà a finire la storia, conta capire se il film riesce a farci sentire il prezzo emotivo di ogni passaggio che la conduce fin lì. Il cuore della pellicola sta proprio nella materia emotiva del percorso, in tutto ciò che Eletta deve attraversare per avvicinarsi a quel futuro. Non il sogno artistico come favola meritocratica, ma la fatica quasi colpevole di sottrarre la propria voce a una famiglia che ne aveva fatto un bene comune.

C’è poi qualcosa di molto italiano, e molto bello, e non solo perché è ambientato nella bella campagna alessandrina, ma nel fatto che il film si intitoli come la canzone di Ron: lo conferma anche Netflix che legge nel titolo un omaggio esplicito a quel brano del 1993. In un tempo in cui la musica spesso arriva già esausta, già usa e getta, questo titolo riporta con sé il peso leggero e potentissimo di una canzone che dell’amore ha saputo dire l’essenziale senza sprecarlo. Non abbiam bisogno di parole non è nemmeno soltanto una canzone: è una poesia messa in musica. Dice che l’amore, la famiglia, il conflitto, la crescita hanno sempre avuto bisogno di forme più profonde del semplice parlare. E dice pure un’altra cosa, che il film racconta bene: alcune canzoni custodiscono storie, non le accompagnano semplicemente. Restano lì come una riserva di senso, pronte a soccorrere ciò che nel presente si è fatto più povero. E canzoni così, ahimè, oggi non se ne scrivono più.

Cosa significa essere genitori e cosa significa essere figli

Il film lo mostra dentro una condizione molto specifica: il nucleo emotivo di questa dinamica attraversa molte famiglie in cui i caregiver non riescono a reggere fino in fondo la funzione genitoriale e dove figlio finisce per diventare non solo appoggio, ma contenimento e cura, crescendo troppo presto nel punto in cui avrebbe ancora diritto a essere soltanto figlio. E tutto questo non appartiene solo a famiglie segnate da condizioni particolari, ma anche a molte realtà disfunzionali in cui un figlio viene spinto a farsi carico dei bisogni emotivi o pratici dei genitori. Così, anche se il film non nasce da una storia vera, intercetta qualcosa di estremamente reale e molto diffuso. E tra i nodi più stretti sul quale la storia stringe, è sicuramente quello tra madre e figlia che prende forma nel punto in cui l’amore si mescola alla paura e finisce per frenare, o addirittura bloccare, invece di accompagnare. Una madre vorrebbe fermare il tempo e tenere il figlio vicino non per cattiveria, ma per terrore del vuoto che lascerà la sua assenza. Eletta allora compie un gesto di emancipazione personale, che può sembrare crudele ma allo stesso tempo indispensabile, con cui ogni figlio ricorda ai genitori che generare non significa possedere. A un certo punto perfino la leonessa deve lasciare andare il proprio cucciolo, non per perdere qualcosa, ma perché l’amore adulto, se è davvero amore, a un certo punto apre la mano.

In fondo è questo che il film lascia addosso: la sensazione che la voce di Eletta non serva solo a cantare. Serve a interrompere una catena silenziosa di bisogno, gratitudine, paura e debito. Serve a dire che crescere non coincide con l’andarsene, ma quasi sempre passa da lì. E serve a ricordare che qualche volta il cinema commuove davvero non quando inventa una storia nuova, ma quando prende una storia antica e la rimette al mondo con volti giusti, corpi giusti e ferite giuste. Qui succede e con un finale che non voglio spoilerare, ma che dimostra come la musica possa arrivare al cuore anche attraverso le vibrazioni, lì dove le orecchie non possono sentire.

Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.
Psicologa Clinica Giulia Maria Averaimo
Giulia Maria Averaimo
Psicologa Clinica & Counselor
Giulia Maria Averaimo

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