psicologia delle relazioniL'effetto Zeigarnik in amore: relazioni senza chiusura occupano la mente

L’effetto Zeigarnik in amore: relazioni senza chiusura occupano la mente

Dai compiti interrotti alle relazioni senza una vera chiusura, il fenomeno descritto dalla psicologa Bluma Zeigarnik aiuta a capire perché l’irrisolto insiste e ritorna sempre. E perché nell’era digitale questa persistenza può amplificarsi.

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Non sempre ciò che lascia più traccia è ciò che ha contato di più. Spesso resta più a lungo ciò che è rimasto in sospeso. Una conversazione interrotta, un gesto che non ha trovato il suo tempo, una relazione uscita di scena senza una vera chiusura continuano a occupare spazio psichico perché la mente fatica a congedarsi da ciò che non ha raggiunto una conclusione. Non sempre resta di più ciò che è stato più importante. Spesso insiste ciò che è rimasto aperto. Una conversazione interrotta, un gesto che non ha trovato sbocco, una relazione uscita di scena senza una chiusura vera continuano a occupare spazio psichico perché la mente fatica a lasciare andare ciò che è rimasto incompiuto. È da qui che prende forma quello che in psicologia viene chiamato effetto Zeigarnik, dal nome di Bluma Zeigarnik, psicologa lituano-sovietica che nel 1927 descrisse un dato destinato a diventare un classico della psicologia sperimentale: i compiti interrotti tendono a essere ricordati meglio di quelli portati a termine.

Per capire perché accade, bisogna chiamare in causa Kurt Lewin, psicologo sociale tedesco-americano e maestro di Zeigarnik. Nella sua teoria del campo (cioè nel modello secondo cui il comportamento dipende dalla persona e dalla situazione in cui si trova), ogni azione orientata verso una meta genera una tensione che tende a sciogliersi solo quando il compito viene portato a termine. Quando il compito si ferma prima della fine, quella spinta non si esaurisce del tutto e resta attiva sullo sfondo dei pensieri. In termini cognitivi significa che il cervello continua a trattare quel contenuto come qualcosa che richiede un ritorno. E. J. Masicampo, psicologo, e Roy Baumeister, psicologo sociale, hanno mostrato che gli obiettivi non conclusi rendono più accessibili i pensieri collegati alla meta e producono intrusioni mentali anche mentre stiamo facendo altro; hanno mostrato anche che una pianificazione concreta riduce questa interferenza.

Per questo un compito lasciato a metà può tornare alla mente per ore o per giorni. Basta una mail importante rimasta senza risposta, una richiesta delicata che non sai come formulare, una telefonata rimandata, una pratica aperta che richiede ancora un passaggio decisivo. Non serve che il compito sia enorme, basta che sia rimasto aperto in una fase in cui l’attenzione aveva già investito energia. Da lì nasce quella sensazione precisa per cui il pensiero torna sempre lì, anche mentre si svolgono attività per svagarsi, come leggere o se si prova a riposare. Alcuni studi sul lavoro hanno collegato i compiti incompleti a una maggiore ruminazione e a un peggior recupero mentale fuori dall’orario professionale. Il punto non è la quantità dell’impegno: è l’assenza di un esito.

L’effetto Zeigarnik in amore e nelle relazioni

Nelle relazioni il meccanismo diventa ancora più incisivo, perché qui non resta aperta solo un’azione, ma il significato che non riusciamo a dare a ciò che è rimasto sospeso e, talvolta, a un’interruzione che appare persino ingiustificata e anche ingiusta. Quando manca una chiusura comprensibile, la mente continua a tornare lì non solo per ricordare, ma per cercare un senso che non ha ricevuto. Una persona che si allontana senza chiarire, una frequentazione che perde continuità senza dichiararsi finita, un conflitto che non arriva mai a una frase netta continuano a lavorare dentro proprio perché non consegnano alla mente una fine leggibile. Su questo punto è utile richiamare Pauline Boss, terapeuta familiare e studiosa statunitense, che ha sviluppato la teoria dell’ambiguous loss, la perdita ambigua. Boss mostra che quando la perdita non è definita e non offre una risoluzione chiara, l’apparato psichico resta più esposto a incertezza, attesa e congelamento del lutto.

È in questo spazio che compare la frase interna più logorante: e se invece avessi fatto così o se mi fossi comportato/a diversamente? Qui entra in gioco il pensiero controfattuale, cioè la tendenza a riscrivere mentalmente la scena cercando la mossa che avrebbe potuto cambiare tutto. Kenneth Savitsky, psicologo sociale, con Victoria Medvec e Thomas Gilovich, ha studiato il rapporto tra rimpianto e disponibilità cognitiva mostrando che omissioni e mancate azioni restano molto presenti nella memoria. David Sbarra, psicologo clinico dell’Università dell’Arizona, ha poi studiato il dopo-separazione osservando quanto i pensieri intrusivi e l’invasione emotiva della rottura possano continuare nella vita quotidiana. Quando una storia non si chiude davvero, la mente non smette subito di interrogarla: continua a cercare il punto che non ha trovato.

Anche la psicoanalisi offre una sponda utile. Jacques Lacan, psicoanalista e psichiatra francese, ha fatto della ripetizione uno dei concetti fondamentali del suo insegnamento. Senza forzare una tradizione dentro l’altra, il contatto con l’effetto Zeigarnik è chiaro: ciò che non ha trovato un passaggio psichico sufficiente tende a ritornare. Per i compiti pratici può bastare un piano preciso, perché il cervello accetta più facilmente un’azione collocata nel tempo di un compito lasciato nel vago. Per i legami sospesi il lavoro è più complesso: spesso la chiusura non arriva dall’esterno e va costruita internamente, nominando l’accaduto in maniera abbastanza precisa da smettere di chiedere a quella storia una risposta che non possiede più.

Queste dinamiche sospese si amplificano nell’era digitale?

Questa dinamica resta pienamente reale anche nel panorama affettivo attuale, e in certi casi si intensifica proprio dentro l’ambiente digitale, dove sparire è più facile, spiegarsi è più evitabile e lasciare l’altro in una zona grigia richiede meno costo immediato. Nella ricerca recente il ghosting viene definito come l’interruzione unilaterale della comunicazione senza spiegazione, ed è stato descritto come una forma di ostracismo che colpisce bisogni psicologici molto profondi, fra cui appartenenza, autostima, controllo e senso di esistere per l’altro; il punto, però, è che non produce solo dolore, produce soprattutto incertezza, e l’incertezza è il terreno ideale perché la mente continui a tornare su ciò che non riesce a chiudere. Nelle app, nei social e nelle chat questa presa mentale può diventare ancora più forte, perché il silenzio non coincide con una vera assenza: restano tracce, accessi, visualizzazioni, storie viste, segnali minimi che spingono a interpretare e a riaprire di continuo il circuito del significato.

Per molti millennials questa torsione può risultare particolarmente faticosa, anche perché una parte del loro apprendistato sentimentale si è formata prima che la messaggistica continua e la reperibilità intermittente diventassero il lessico ordinario del legame; studi qualitativi sui giovani adulti millennials mostrano infatti un rapporto ambivalente con i media digitali, vissuti insieme come strumenti di vicinanza e come fattori che disturbano autenticità e continuità relazionale. Questo, però, non rende immuni le generazioni più giovani: anche adolescenti e giovani adulti cresciuti dentro questi codici riferiscono che social e messaggistica aumentano connessione e sostegno, ma possono anche alimentare gelosia, incertezza e sorveglianza reciproca. Il compito psichico, oggi, non è considerare normale ogni sospensione, né adattarsi passivamente alla sparizione come se fosse neutra. È riconoscere più in fretta che certi silenzi non contengono una verità nascosta su di noi, e che integrare un’interruzione senza risposta è diventata una competenza emotiva necessaria per ridurre il tempo in cui l’irrisolto ci occupa la mente.

Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.
Psicologa Clinica Giulia Maria Averaimo
Giulia Maria Averaimo
Psicologa Clinica & Counselor
Giulia Maria Averaimo

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