psicologia generaleIl bullo non esiste senza lo spettatore principale: il gregario

Il bullo non esiste senza lo spettatore principale: il gregario

Quando parliamo di bullismo impariamo a riconoscere anche i ruoli dei gregari all'interno del fenomeno.

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Nelle notizie di cronaca il bullismo viene raccontato quasi sempre come una storia lineare: un aggressore, una vittima, un colpo di troppo. È una scorciatoia narrativa che rende tutto più semplice, ma anche più falso. Perché il bullismo, quello che si ripete e si consolida, raramente vive in solitudine, ma vive di sguardi, risate, silenzi, vive grazie a chi gli gravita intorno.

Parlare di bullismo gregario serve a colmare proprio questo vuoto divulgativo: mettere a fuoco le figure che circondano l’aggressore e che spesso senza percepirsi come “colpevoli”, rendono l’atto possibile, conveniente, imitabile. In sanità pubblica il bullismo si riconosce per tre criteri: aggressione indesiderata, asimmetria di potere, ripetizione (o alta probabilità di ripetersi). E il gregarismo si trasforma in una vera e propria macchina della ripetizione: trasforma la violenza in norma, perché la circonda di consenso, silenzi e premi sociali. È uno sguardo che legittima la violenza.

Il bullo e il pubblico: una relazione funzionale

Tuttavia, chiariamo un punto: dire “il bullo senza pubblico non esiste” non significa che la violenza non possa accadere lontano dagli occhi. Significa qualcosa di più preciso: il bullismo non è solo aggressione, è comunicazione sociale. È un modo per ottenere status, controllo, appartenenza. Per questo “rende” quando c’è una platea: la presenza (o l’assenza) degli altri diventa una ricompensa o un lasciapassare. Il pubblico è ciò che trasforma un gesto aggressivo in un messaggio condiviso: “qui comando io”, “qui si ride di lui”, “qui nessuno ti difende”.

E il pubblico, nella pratica, non è un’entità astratta: sono compagni che incitano, che filmano, che ridono, che tacciono, e a volte che intervengono. La ricerca sul bullismo come fenomeno di gruppo dà un nome a questi ruoli che successivamente leggeremo. Se si vuole fare prevenzione, è qui che bisogna guardare: non solo al gesto, ma ai premi  che lo sostengono. Perché il “capo” spesso è solo la punta: il resto è infrastruttura.

Chi sono i gregari: non caratteri, ma ruoli

I gregari non sono “tutti uguali” e non sono per forza “cattivi”. Sono ruoli, cioè funzioni dentro una scena. C’è l’assistente, quello che rende l’aggressione praticabile: fa cerchio, blocca il passaggio, porta la vittima “dove devono parlarle”, passa il telefono a chi riprende. C’è il rinforzatore, quello che dà premio all’atto: ride, commenta, incita, applaude, “dai fallo”. L’outsider, che non fa nulla e proprio per questo comunica la norma più potente: “non intervenire è la regola”. E poi c’è il difensore, l’unica figura che interrompe il circuito: non perché sia un eroe, ma perché spegne il palco. Le risorse istituzionali insistono su questo punto con chiarezza: i testimoni sono spesso presenti e possono influenzare l’esito dell’episodio.

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Tre scene quotidiane per riconoscere i ruoli

1) A scuola, durante un’interrogazione
Un ragazzo fa una battuta sul compagno, una risatina parte, poi un’altra. L’aggressore capisce subito se la classe lo sta premiando. Se la risata tiene, la battuta diventa soprannome, poi diventa etichetta. In prima fila c’è chi lo sostiene (“dai, era uno scherzo”), dietro c’è chi filma “per ridere”, di lato c’è chi guarda e pensa “meglio lui che me”. Il punto non è la singola battuta: è la ratifica sociale. Senza quella ratifica, l’aggressore deve fermarsi o cambiare strategia; con quella ratifica, può alzare la posta.

2) Nella chat di classe
Qui il gregario è quasi sempre invisibile a sé stesso. Un meme su un compagno, uno sticker, una foto rubata. Qualcuno mette la reaction, qualcuno scrive “ahah”, qualcuno inoltra. E poi c’è il gruppo silenzioso: non reagisce, non denuncia, non difende. In chat il bullismo diventa efficiente perché il “pubblico” è misurabile: visualizzazioni, reazioni, inoltri. La violenza si traveste da contenuto e il gregario si convince di essere solo spettatore. In realtà sta decidendo che quella umiliazione è socialmente spendibile.

3) Nello spogliatoio o sul campo
È la scena tipica del branco: “dai, solo un gioco”. Qui l’assistente è quello che chiude la porta o impedisce di uscire; il rinforzatore è quello che ride più forte per non essere associato alla vittima; l’outsider è quello che si gira dall’altra parte e si ripete che “non è affare mio”. E l’aggressore, ancora una volta, capisce se può spingersi oltre: il corpo della vittima è solo una parte del bersaglio; l’altra parte è il suo status davanti agli altri.

4) Tra ragazze, l’arma è l’esclusione (e la reputazione)
Una compagna viene progressivamente isolata: non la invitano, non la taggano, le rispondono a monosillabi, le tolgono la sedia dal gruppo “per caso”, poi arriva la frase che normalizza tutto: “non è che la escludiamo, è che è pesante”. Spesso il bersaglio è proprio chi, per qualche motivo, sposta gli equilibri: la ragazza con i voti migliori, magari discreta, che non se ne vanta; oppure quella che viene percepita come “troppo” (troppo brava, troppo bella, troppo autonoma). L’invidia non si dichiara: si traveste da giudizio morale. Allora nasce la trama: “se la tira”, “fa la santa”, “è falsa”, “vuole sempre primeggiare” – anche quando non è vero.

Perché questa narrazione è importante

Finché raccontiamo il bullismo come “un ragazzo violento”, lasciamo intatto il meccanismo che lo alimenta. La domanda pubblica diventa: “com’è fatto lui?”. La domanda utile, invece, è: “che cosa ha fatto il gruppo per renderlo possibile, e che cosa può fare per renderlo non conveniente?”. È un cambio di prospettiva che non attenua la responsabilità dell’aggressore; la rende semplicemente più realistica, perché include chi ha fornito palco, copertura, impunità.

Fonti

  • CDC – Uniform Definitions (bullismo: potere + ripetizione)
    Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Bullying Surveillance Among Youths: Uniform Definitions for Public Health and Recommended Data Elements (2014).
  • StopBullying.gov – Ruoli dei ragazzi nel bullismo (bystander, rinforzatori, difensori)
  • U.S. Department of Health & Human Services. The Roles Kids Play in Bullying (StopBullying.gov, pagina informativa).
  • Salmivalli – Bullismo come fenomeno di gruppo (participant roles)
  • Salmivalli, C. (2010). Bullying and the peer group: A review. Aggression and Violent Behavior, 15(2), 112–120.
  • O’Connell, Pepler & Craig – Coinvolgimento dei pari e rinforzo sociale
  • O’Connell, P., Pepler, D., & Craig, W. (1999). Peer involvement in bullying: Insights and challenges for intervention. Journal of Adolescence, 22(4), 437–452.
  • Crick & Grotpeter – Aggressività relazionale (esclusione/denigrazione, spesso tra ragazze)
  • Crick, N. R., & Grotpeter, J. K. (1995). Relational aggression, gender, and social–psychological adjustment. Child Development, 66(3), 710–722.
Giulia Averaimo
Giulia Averaimohttps://www.psicologianarrativa.it
Ho studiato Antropologia e Archeologia e poi Psicologia perché mi interessa capire come le persone guardano, sentono e si influenzano. Nel giornalismo e nei social media ho trovato il mio luogo di lavoro: racconto la psicologia dei social e le dinamiche dei gruppi online, unendo ricerca e pratica - perché la psicologia è ovunque, soprattutto dove ci incontriamo, anche sul web.

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